Lisa Cremaschi La parte buona: l'ascolto

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Meditazioni di Lisa Cremaschi 
per il tempo di Quaresima 2018
per le Acli di Bergamo

Mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme, Marta lo accoglie in casa sua. È Marta che opera il gesto grande dell’accoglienza, lo si dimentica spesso, come si dimentica l’importanza dell’accoglienza nel mondo antico, dove in assenza di alberghi, ospedali o strutture pubbliche la possibilità di viaggiare si basava sulla disponibilità all’accoglienza.
Del resto l’accoglienza era ritenuta sacra. Però Marta in tutto questo si affanna e perde la pace, ma l’affanno soffoca la parola e non le permette di dare frutto (cf. Lc 8,14), appesantisce il cuore (cf. Lc 21,34), è inutile (cf. Lc 12,25-26). Marta è invasa da molteplici preoccupazioni che le fanno dimenticare l’essenziale. Se bisogna amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze, Marta non sta facendo questo. Ma che cosa è successo? Qualcosa di molto semplice che accade spesso nelle nostre storie. Marta ha finito per diventare padrona del suo servizio; se n’è impadronita. Non è serva, fa da padrona e agisce da padrona. Ha accolto il Signore e maestro in casa sua, ma poi se n’è dimenticata e si è messa a fare di testa sua, si è messa a fare lei la signora e maestra che insegna a Gesù quello che lui dovrebbe fare. «Signore, non ti preoccupi che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille che mi aiuti». Quante volte pretendiamo di insegnare al Signore che cosa dovrebbe fare! Quante volte cominciamo a servire i poveri e finiamo per servirci dei poveri, quante volte diventiamo padroni del nostro servizio!
Gesù afferma che Marta si affanna per molte cose, mentre ce n’è bisogno di una sola. Che cos’è questa sola cosa di cui c’è bisogno e che Maria ha scelto, scegliendo così la parte buona? È l’ascolto, l’atteggiamento del discepolo che si mette ai piedi del suo Signore. Maria è modello del discepolo, è come la terra buona (nel testo greco di Lc 10,42 non si dice che ha scelto la parte “migliore”, ma “buona”); ha accolto la parola e allora dà frutto.
Sappiamo quanto è importante il tema dell’ascolto per la fede ebraico-cristiana, talmente importante che quando Israele afferma il suo credo ripete le parole che Dio stesso gli ha rivolto: Shemà Israel, «Ascolta, Israele» proprio per sottolineare che la fede è un’iniziativa di Dio, non è in mano nostra. Noi possiamo solo rispondere nella libertà e nell’amore al Dio che ci ha chiamati. Se diamo il primo posto all’ascolto del Signore, allora anche il nostro “fare” non peccherà di protagonismo.
È significativo che Luca riporti questo episodio subito dopo la parabola del buon samaritano.
Gesù a quel tale che gli aveva chiesto: «Chi è il mio prossimo?» ha raccontato la parabola della compassione, dell’amore, ma immediatamente dopo ci mette in guardia dal nostro modo semplicistico, distorto di comprendere l’amore, ci mette in guardia dall’attivismo, dal protagonismo.
Sembra dirci che amare è innanzitutto “non-fare”, non precipitarsi nell’azione, dire dei no a se stessi e mettersi ai piedi del Signore per ascoltarlo. Noi pensiamo sempre di fare tante cose per il Signore ma non le facciamo col suo amore, seguendo il suo cammino. Già in Lc 9,51 ci viene ricordato che i discepoli credono di difendere Gesù invocando un fuoco dal cielo che divori tutti quelli che non l’hanno accolto. Ecco perché l’ascolto la preghiera deve precedere il nostro agire. C’è un salmo, il salmo 44, che dice: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio». In greco viene adoperato il verbo scholásate, che significa “prendetevi del tempo” per ricordare a voi stessi che Dio è Dio! Che Dio non sono io!
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