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Enzo Bianchi Valutare e discernere nella sinodalità


Cinquant’anni fa, nel mondo occidentale, è avvenuta una rivoluzione che gli osservatori più intelligenti sintetizzano in una sola espressione: “La prise de la parole” (il diritto a prendere la parola). Giovani, soprattutto universitari, in Francia e in Italia, donne di ogni condizione, minoranze fino ad allora occultate e negate, si sentirono spinti come da un forte vento a prendere la parola, a lungo loro negata.
Ovunque emergeva la convinzione che tutti, uomini e donne, dovessero avere questa possibilità. Tutti possedevano la stessa dignità umana di cittadini e avevano il diritto di esprimersi liberamente, a voce alta, nella società. Dibattiti, confronti, manifestazioni a volte selvagge e anche sguaiate, apparivano come una protesta che chiedeva di essere accolta.
Anche nella Chiesa, qua e là, i cosiddetti gruppi spontanei, alcune comunità riunite attorno a preti carismatici e più tardi le “comunità di base”, nascevano e si diffondevano in nome di questo bisogno: far sentire la propria voce, in particolare in quella che è l’epifania della Chiesa tra la gente, cioè la liturgia eucaristica domenicale. Fu una stagione con tratti ambigui, talvolta non conformi all’ecclesialità, che tuttavia non ha segnato solo quella generazione, ma ha trasmesso anche alle nuove generazioni, in tutta la Chiesa, il desiderio della presa della parola.
Oggi il linguaggio è mutato, le espressioni stesse non sono più protestatarie e rivendicative, ma si continuano a cercare vie e modi di “dare la parola” da parte dei pastori e di “prendere la parola” da parte del popolo di Dio. L’avvento di papa Francesco è riconosciuto come decisivo in questo senso: egli esercita il ministero del successore di Pietro come uno che sa ascoltare, dare la parola e tracciare così un cammino sinodale per tutta la Chiesa, contrassegnato dal fare strada insieme da parte di tutti i battezzati, “popolo di Dio, presbiteri, vescovi e Papa”. Personalmente resto convinto che si faranno delle riforme più o meno adeguate, che ci saranno discipline maggiormente segnate dalla libertà dei figli di Dio e dalla misericordia, ma ciò che è decisivo è l’istanza della “conversione pastorale” di una Chiesa che diventa il luogo della parola: della parola di Dio che risuona limpida nel Vangelo, della parola umana che esprime la fede e sa rendere conto della speranza che è Cristo. Cosa chiede — potremmo dire — lo Spirito alle Chiese?
Innanzitutto, come sempre, chiede che la Chiesa sia generata dall’ascolto, nasca attraverso l’ascolto e viva dell’ascolto. D’altronde, questa è la via tracciata dal Vaticano II, di cui Francesco è solo interprete creativo: «Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio», ha detto con forza il Papa, ben consapevole che la sinodalità è lo stile proprio dell’ascolto, «condotto a tutti i livelli della vita della Chiesa. […] Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire».
Sì, c’è un primo passo da fare per la sinodalità, ed è l’ascolto, in primo luogo delle sante Scritture proclamate in Ecclesia. Questo il grande impegno ecclesiale: esercitarsi nell’ascolto della Parola nella quale si manifesta la possibilità della conoscenza di Dio e della sua volontà. Primato, egemonia, centralità del Vangelo significano proprio questo: ciò che la Parola dice è normativo. Può avvenire il conflitto dell’interpretazione, com’è accaduto all’inizio della Chiesa e nel corso dei secoli, ma proprio grazie a un ascolto non individuale ma ecclesiale, sinfonico, il Vangelo può risuonare in verità, forza e chiarezza. È il grande esercizio dell’ascoltare insieme, in una Chiesa che si riconosce innanzitutto “fraternità”, convocata dall’unico Padre e Signore.
Ma l’ascolto della Parola è sempre, nel contempo, ascolto dei segni dei tempi e dei luoghi. Ascolto della parola di Dio e ascolto di ciò che gli uomini e le donne vivono oggi vanno insieme, perché l’interpretazione orienta l’azione, ma l’azione verifica e traduce l’interpretazione. Già la Gaudium et spes chiedeva «il discernimento dei segni dei tempi alla luce del Vangelo» come esercizio essenziale della Chiesa per stare nella storia, con un significato proprio, ma anche per saper rispondere alle speranze e alle attese dell’umanità concreta e contemporanea. Il popolo di Dio deve riconoscere sé stesso sotto la guida dello Spirito santo che abita l’universo e la storia, e che chiede di
essere riconosciuto (operazione del “discernimento”) in eventi ed esigenze che si manifestano anche con ambiguità e contraddizioni, ma nei quali c’è il segno della mano di Dio, pastore della storia. L’ascolto dei segni dei luoghi va praticato anche nella convinzione che, quando la Chiesa giunge in una terra, in un popolo, trova già presente lo Spirito all’opera anche in quella cultura.
Infine, nella Chiesa si impone l’ascolto del popolo di Dio. Il popolo della Chiesa è profetico, portatore di una parola da parte del Signore, dotato «dell’unzione che lo rende infallibile in credendo […] di un istinto della fede — il sensus fidei — che lo aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (Evangelii gaudium 119). È il popolo che deve interpretare ciò che lo Spirito dice alle Chiese (cf Apocalisse) e non comunica soltanto all’angelo che presiede ciascuna di esse; perciò va interrogato e ascoltato, sempre affermando la diversità dei carismi, la differenza di autorità trai vari ministeri.
Nella tradizione cristiana del primo millennio risuonava l’adagio del codice giustinianeo: «Ciò che riguarda tutti, da tutti dev’essere discusso e approvato». È un principio forgiato dalla grande tradizione cristiana, non a caso ripreso dal Vaticano II e ribadito da papa Francesco. Come nell’assemblea di Gerusalemme descritta dagli Atti degli apostoli (capitolo 15), l’ascolto nella Chiesa dev’essere reciproco: ognuno ascolta l’altro e tutti insieme si impegnano nell’interpretazione delle posizioni, anche nel conflitto, ma sempre nella ricerca comune della verità. Si tratta di “valutare e discernere insieme”. Nessuna paura dei conflitti, l’importante è la volontà di attraversare il conflitto nella carità, cercando sempre di salvaguardare la comunione, nell’umiltà di riconoscere sé stessi “mancanti” rispetto alla verità che mai si possiede, ma sempre si cerca, perché ci precede tutti.
Dal confronto, dibattito e ascolto reciproco si deve giungere non a decisioni premature, che creano vincitori e vinti; si deve pervenire anche a decisioni provvisorie da riconsiderare poi più tardi, accettando che con il tempo le realtà maturino, si precisino e siano più partecipate. Nel secondo concilio di Costantinopoli (553) è stato espresso un canone importante: «Quando dei problemi che devono essere trattati da due parti sono posti alla discussione comunitaria, allora la luce della verità scaccia le tenebre. Perché nella discussione comunitaria nella fede, la verità non può manifestarsi in altro modo, siccome ciascuno ha bisogno dell’aiuto del suo prossimo». Sì, la buona decisione si manifesta quando c’è volontà di comunione e, soprattutto, di obbedienza alla parola di Dio. Certo, solo l’occhio profetico della Chiesa può dire: «È parso bene allo Spirito santo e a noi» (At 15,28), ma può arrivare a dirlo. Ma perché al convegno ecclesiale di Palermo (1995), la Chiesa italiana ha saputo esprimere come programma il “discernimento comunitario”, e poi non solo non ha proseguito in questa provvidenziale intuizione ma l’ha contraddetta e spenta per oltre vent’anni?

in “Vita Pastorale” del marzo 2018 (dal sito del monastero di bose)

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