G. Chifari Lavoro e riposo, alcuni spunti teologici

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La Stampa, 31 ottobre 2017
Giovanni Chifari

«Senza la domenica non possiamo vivere», ha detto a conclusione della Settimana Sociale il cardinale Gualtiero Bassetti, citando i martiri di Abitene, similmente monsignor Filippo Santoro ha voluto ricordare che «senza il riposo ogni lavoro è schiavitù», per questo la Chiesa chiede «la tutela legislativa del riposo domenicale».
Spunti conclusivi della 48sima Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari, sfumature che interpellano la riflessione teologica a partire dal rapporto tra lavoro e riposo. Una lettura che rinvia inoltre all’auspicio con cui Francesco ha aperto il Congresso, il «lavoro degno», tema che ha attraversato l’intera assise.

Argomenti decisivi che proveremo a leggere secondo la Scrittura, affrontandoli non come “sfide del tempo”, sebbene inevitabilmente lo siano, ma come “sfide del Vangelo”, della Scrittura, che tutta, parla di Cristo. Uno sguardo attento rileva che il lavoro, secondo la Scrittura, è possibilità di benedizione o di maledizione. Ciò può accadere a motivo del carattere instabile del cuore dell’uomo, difficile da conoscere perché luogo nel quale si possono annidare sia il bene che il male (cfr. Mc 7, 21-23). Discernimento complesso come suggerisce l’immagine evangelica dell’albero e dei frutti, perché il fare frutti non è una garanzia della presenza della benedizione divina: si dovranno infatti distinguere i frutti buoni da quelli cattivi, quelli immediati da quelli che nel tempo continuano a esprimere una fecondità che non si fonda sui soli sforzi umani.

In questa luce ogni impresa umana, come riconoscono i testi sapienziali, corre il rischio di essere innalzata e glorificata come un idolo fatto dalle mani dell’uomo (Sap 13, 10). Può esserci quindi una visione idolatrica del lavoro. Per esempio a Babel, gli uomini dichiarano di voler costruire una città «per non disperdersi e farsi un nome» (cfr. Gn 11, 1-4). Ma in realtà il “nome” l’avevano già, era quello che era stato assegnato da Dio al primo Adam, era in quella umanità, memore dell’impronta divina in essa presente, che si doveva ricercare l’identità del nome. E invece, caduta nell’oblio la parola, si punta sull’autoaffermazione di se stessi, secondo una forma deviante dell’umana operosità che i Padri della Chiesa hanno bene diagnosticato come hybris, «superbia». La reazione di Dio sarà quella di «confondere il loro labbro» (Gn 11,7-9). La difficoltà se non proprio l’impossibilità a capirsi, non esprimono una condanna verso il lavoro ma riguardano il peccato del cuore, la sua possibilità di traviarsi e di ritenersi autosufficiente, proteso verso le potenzialità tecniche del lavoro e dimentico della sua vocazione alla collaborazione e partecipazione al disegno di Dio sul mondo.

Il racconto del peccato significato nella torre di Babel, risulta ancor più evidente nelle dichiarazioni programmatiche dei suoi architetti e inventori che intendevano collocare nella sommità della torre un idolo, in modo da poter “toccare” i Cieli. Movimento deviante dell’operosità umana che sfocia nell’idolatria quando sfida e tenta Dio, come rileva il teologo biblico Bellia: «Quando il lavoro diviene orgoglioso auto compiacimento dell’uomo per l’opera delle sue mani, allora diviene idolatria» (Id. Servi di Chi. Servi perché, 183). A Babel continua il peccato originale, chi osa farsi uguale a Dio in realtà si è fatto dio di se stesso. Invece il lavoro nasce dall’ascolto e si presenta come continuazione nella storia dell’ordine cosmico di Dio, prolungamento della benedizione delle origini che l’uomo è chiamato ad assecondare. Dio infatti non offre all’uomo un’opera o una creazione conclusa ma una realtà aperta, dinamica, in continuo cambiamento, ricca di fermenti, indirizzata verso una progressione. Proprio in questa luce, già nel testo di Genesi, al mandato del lavoro segue quello del riposo.

Ad uno sguardo attento l’alternanza lavoro/riposo, presente anche nell’oggi, nelle cose penultime, e non rimandata a quelle ultime, realizza la possibilità di collaborazione e cooperazione dell’uomo all’attività creatrice di Dio. Tuttavia è possibile osservare un’esperienza contraddittoria e contrastante, esiti ambivalenti e non sempre facili da interpretare, se infatti il precipitare dell’uomo verso il peccato si traduce visibilmente in molteplici ferite inferte alle relazioni con Dio, con l’umanità e con il creato, la stessa creazione sembra invece conservare quella sua capacità di inquietare, come «in attesa dell’opera dell’uomo» (cfr. Mc 12,27), scrive ancora don Giuseppe Bellia, salvo poi manifestare anch’essa un certo disorientamento, una confusione certamente indotta dalle sempre più massicce strutture di peccato che la abitano.

L’esperienza storica ha mostrato che né l’uomo faber, con la sua industriosità, né l’uomo oeconomicus, con la sua intraprendenza, hanno potuto scoprire da dove viene la Sapienza, perché solo Dio la conosce (cfr. Gb 28, 1-23). E questo significa che l’agire umano, senza Dio, anche quello più intraprendente, diviene vanità e sterilità sociale.

Ora l’esperienza del cristiano, del discepolo di Cristo, è che solo quando si è inseriti e si rimane in Lui si entra realmente nel riposo (cfr. Eb 4, 4-5.8-10). Il giudizio divino condanna l’orgoglio e la superbia dell’uomo, l’innalzare e l’innalzarsi come Dio ma senza Dio, che produce un progettare vano. Per il lavoro dell’uomo, entrare nel riposo significa avviarsi verso quella destinazione benedetta e voluta da Dio e non spendere innumerevoli fatiche ed energie verso l’autorealizzazione personale sempre espressione di un’orgogliosa superbia. Assegnare il primato all’azione, subire l’incanto del fare, sovente può indurre allo sfruttamento dei deboli (Sal 14, 10-11) e alla piena avversione contro i poveri (Gc 2, 5-7). Invece, quando il lavoro nasce dall’aver riconosciuto quel sacrificio di offerta di sé e di auto-immolazione e donazione ai fratelli, che nella luce della Pasqua, si celebra nell’Eucarestia, e quindi se in quest’ultima si coglie la sorgente del servizio, e a partire da essa si rivolge lo sguardo ai poveri e agli ultimi, allora la diaconia che ne deriva sarà possibilità di unità (koinonia) tra i fratelli, e collaborazione all’opera di Dio.
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