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Albini Il cammino di Enzo Bianchi, tra libertà e amore

Questo 2015 è un anno giubilare per il monastero di Bose e per il suo fondatore e priore, Enzo Bianchi, di cui oggi cade il compleanno. E' stato infatti nel dicembre 1965, alla chiusura del Concilio Vaticano II, che il giovanissimo Enzo iniziò la propria vita monastica sulla Serra d'Ivrea. Alla luce di questo anniversario, risulta ancora più significativa la lettura del suo ultimo libro, Nella libertà e per amore (Qiqajon).
Il testo appartiene a un ambito forse meno conosciuto dai lettori, rispetto ad altri titoli di Enzo Bianchi, quello delle opere dedicate alla vita monastica come Non siamo migliori Il mantello di Elia. Eppure, sono tra i suoi scritti più importanti, perché in essi rilegge la vocazione a cui ha dedicato la propria vita. Si comprende, allora, come questo libro assuma un valore di ricapitolazione e di consegna di quanto il suo autore ritiene maggiormente importante dopo essere passato al setaccio di mezzo secolo di esperienza.
Sarebbe sbagliato, però, pensare che quanto scrive abbia valore solo per i monaci. Certo, il monachesimo risponde a un'esigenza di radicalità cristiana che però il Vangelo richiede a tutti i cristiani.
Si tratta di un'esigenza assolutamente universale, di una condizione posta a tutti senza alcuna restrizione, dunque di una conditio sine qua non dell'essere cristiani. La radicalità evangelica non è delegabile ad alcune forme di vita religiosa, la sciando ai fedeli il semplice dovere di un'osservanza priva di radicalità. Diverse sono le forme concrete in cui viverla, ma la radicalità della proposta resta unica.
Enzo Bianchi, Non siamo migliori, p. 61
Il monaco non è "più cristiano" degli altri battezzati e  il Vangelo non "chiede" al monaco più di quanto non chieda agli altri battezzati. L'Evangelo è uno e resta uno e la sequela del Signore o è radicale, almeno nella scelta, o non è. E' significativo e non casuale che Bose abbia voluto recuperare, rispetto alla malattia del clericalismo, il carattere di laicità del monachesimo (“Noi siamo semplici laici senza importanza”, come diceva Orsiesi, discepolo di Pacomio). 
Piuttosto, il monaco è segno e memoria per gli altri battezzati del radicalismo cristiano nel suo vivere i consigli evangelici di obbedienza, castità e povertà. Questi ultimi hanno un valore universale, segnano la differenza cristiana in mezzo agli uomini, nel rapportarsi con le cose e con gli altri senza possederli, ma con gratuità, ricevendoli come dono e occasione di comunione. Il monachesimo li vive in una forma specifica, propria che è quella di un proprio modo di vivere le relazioni (il quale si esprime in una vita comunitaria distinta dall'ordinarietà della vita sociale e, in alcuni casi, in quella eremitica) e in un proprio modo di vivere il tempo.
Rispetto alla relazione, aderire alla vita comunitaria, spiega Enzo Bianchi, è amare l'altro prima di conoscerlo, diversamente da quanto avviene invece nel matrimonio. Rispetto al tempo, il monachesimo è più orientato verso l'attesa della venuta del Signore che verso la storia, verso l'oggi di Dio piuttosto che verso l'oggi degli uomini. Non è una contrapposizione, ma una dialettica. Il monachesimo ci ricorda una qualità diversa dell'esperienza del tempo, ci aiuta a guardare oltre il presente. E' un tema su cui rifletto spesso, avendo diversi amici monaci. E mi viene da dire che il mio "servizio" nei confronti del monaco è ricordargli che la sua vocazione non è solo per se stesso, ma per gli altri, per immettere segni di memoria e profezia nella storia. Altrimenti, il monachesimo rischierebbe di divenire una sorta di narcisismo spirituale.
Spero, ora, che si comprendano tre aspetti del testo di Enzo Bianchi su cui vorrei soffermarmi brevemente.
1. Il monachesimo è un vivere altrimenti (p. 11), nel senso che ho cercato di spiegare. In un mondo ormai massificato e conformista, il monachesimo è forse l'ultima alternativa. O meglio, credo che lo sia il cristianesimo che ha bisogno del monachesimo per farne memoria. Non perché il monachesimo abbia una funzione specifica che non sia quella di vivere il Vangelo, ma perché nell'adesione a una comunità che comporta la rinuncia a un possesso esclusivo di persone, cose, luoghi, il monaco "ricorda" al cristiano che tutte queste realtà non sono da rifiutare. Sono buone, sono dono di Dio, ma vanno relativizzate, non assolutizzate, sono da vivere non per la gratificazione personale, ma per la comunione.
2. Il monachesimo è un cammino di maturazione spirituale nella vita cristiana. In altre parole, "è una crescita sul piano umano e sul piano spirituale" (p. 25), perché crescere è la vocazione dell'uomo. L'umanità è la prima vocazione. Il cristiano non rifiuta l'umanità, cerca di portarla a compimento. La vita cristiana è umanizzazione, è realizzazione in noi dell'umanità di Gesù, è arte del vivere e del morire. Perciò, il monachesimo, nel momento in cui è libero da ogni altra funzione ecclesiale e sociale, è dedizione a quest'arte. Non nascondo che dai monaci ho imparato a sviluppare l'attenzione a realtà umane fondamentali come il silenzio, l'accoglienza, lo stare a tavola...
3. Il monachesimo è un vivere nella libertà e per amore
Sottolineo questi due termini, perché sono le condizioni assolutamente necessarie per la vita cristiana: in libertate et in caritate. Credo che la tradizione spirituale dell'occidente non abbia sottolineato abbastanza questa duplice indispensabile condizione.
(...) non è la necessità che domina nella vita cristiana, ma è la libertà; non è il caso che vi ha il primo posto, ma è l'amore. Queste due parole, la libertà e l'amore, sono centrali nella memoria che facciamo di Cristo, al punto da caratterizzare l'etica cristiana. Se si vuole camminare alla sequela di Cristo, queste due condizioni sono imprescindibili (p. 26).
La teologia e la spiritualità cristiana sottovalutano ancora oggi il valore della libertà, colto maggiormente dalla cultura moderna, che però degenera in individualismo, se non trova la sua realizzazione nell'amore. La vita monastica cerca di tenere assieme questi due poli e dispiega così la provocazione antropologica del cristianesimo alla nostra cultura. 
Questo non significa che sia una vita idilliaca. Il libro ha il suo accento più intimo e personale nei cenni alla separazione e alla sofferenza che sono feriscono anche le relazioni in una comunità monastica. E' una manifestazione del nostro limite, della nostra fragilità che non possiamo nascondere e ignorare, perché non siamo onnipotenti. Anche questo vale per tutti noi, ognuno con i propri fallimenti. La vita umana non è determinata dalla sua riuscita, che non è garantita, ma dall'assumersi il rischio di vivere.
Il libro di Enzo Bianchi, per concludere, non è un trattato a tavolino; è l'espressione di un cammino e di una ricerca. Il valore dell'esperienza di Bose non sta nell'essere idilliaca o perfetta, ma nell'offrire una possibilità di vita buona per chi ne fa parte o anche solo vi transita, attorno alla Parola di Dio letta, ascoltata, ruminata, spezzata. Una vita, lo sottolineo ancora, profondamente umana per come si prende cura di ciò che cresce dalla terra, di ciò che si mangia, della bellezza, degli incontri, degli oggetti, dell'ospitalità. E' la possibilità di una vita che dà valore all'umanità, direi meglio. Una vita così, concordo con Enzo Bianchi, non può essere solo una vita buona, correndo il rischio del moralismo, ma richiede un'arte di vivere per tentare di essere anche bella e felice. Insieme agli altri, mai da soli.

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