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Enzo Bianchi Omelia Epifania del Signore 2015



A Natale abbiamo contemplato e adorato la nascita di Gesù a Betlemme, povero tra i poveri; nell’Ottava abbiamo contemplato la manifestazione di Gesù ebreo, figlio di Abramo e perciò circonciso e con un nome indicante la salvezza di Dio, Jeshu‘a. Oggi contempliamo la terza manifestazione: il Re dei giudei, riconosciuto però dai gojim, le genti, i pagani della terra.

Ecco chi è colui che nasce, secondo il vangelo di Matteo: nasce il Messia che è il Re dei giudei. Così sembrano compiersi le Scritture dell’Antico Patto, che invocavano la venuta di un nuovo David, un nuovo Germoglio nato da Iesse (cf. Is 11,1-9), un Messia unto da Dio nello Spirito santo che avrebbe dato inizio a un regno, non più come quello precedente, un regno di giustizia e di pace; un Re sul cui volto sono inscritte umiltà e mitezza, pazienza e misericordia; un Re che non avrebbe giudicato nessuno, sapendo che il giudizio in verità accade perché ciascuno con il proprio comportamento lo dà a se stesso. 

Fin dalla nascita di questo bambino l’umanità, rappresentata dai magi, si pone questa domanda: “Dov’è il Re dei giudei? Chi è il Re dei giudei?”. È una domanda che di per sé spaventa Erode e Gerusalemme, spaventa chi si crede re e chi crede di avere già un re. Spaventa a tal punto che subito si mettono in moto forze oscure per contrastare questa possibile venuta ed epifania. Ed ecco lo scatenarsi della violenza cieca e bruta, la strage dei neonati (cf. Mt 2,16-18), che a noi fa orrore ma che in realtà è un fatto banale, quotidiano, banale e quotidiano come il male che si insinua e non si lascia misurare. Solo dopo che ha fatto il suo lavoro, noi ci accorgiamo della gravità del male, non prima!

L’interrogativo “Chi è il Re dei giudei?”, ovvero “È possibile un potere diverso nella storia dell’umanità?”, viene posto e risuona ancora oggi, mentre continuano a essere presenti e operanti altri re, osannati, innalzati e poi deposti senza che si levino domande critiche su questo andare avanti del mondo… Ma il Figlio di Dio tra di noi, fin da Betlemme, infante e totalmente in mano ad altri, inerme, appare e attrae soprattutto quelli che sono lontani, quelli che non si sentono “eletti”, soprattutto quelli che si pensano cercatori. 

La violenza che si stringe intorno a lui ad opera del potere regnante cercherà lungo tutta la sua vita di fargli opposizione e di toglierlo di mezzo, perché la sua presenza è una minaccia, da Betlemme fino alla croce. E nel vangelo secondo Matteo è significativo che proprio nell’ora della croce risuonino le stesse domande fatte nell’ora della nascita di Gesù. Quando sarà nell’impotenza estrema del prigioniero, nella kénosis dello schiavo senza diritti, nello sfiguramento del torturato, i soldati gli diranno: “Salve, Re dei giudei!” (Mt 27,29); Pilato scriverà che il motivo della sua condanna è l’essere il Re dei giudei (cf. Mt 27,37); e i sacerdoti grideranno: “Se è il Re dei giudei, scenda ora dalla croce!” (cf. Mt 27,42). 

Solo un Re così può essere epifania per tutta l’umanità, non il re orgoglioso di un popolo, di una gente, di una religione. Ecco perché noi ci prosterniamo e adoriamo il Re dei giudei solo sulla croce, solo nella povertà e nella sofferenza della passione.


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