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Enzo Bianchi Perché domandare significa vivere

Pubblichiamo una parte della «Lectio magistralis» che il priore di Bose terrà oggi al teatro Carignano nell’ambito di «Torino Spiritualità 2014».

In noi, umani, abitano molte domande, cioè sentiamo una pulsione a conoscere, a sapere, a comunicare, che ci spinge a porre domande. È significativo che i bambini, non più infanti, pongano continuamente domande, per conoscere il mondo in cui sono giunti. I genitori lo sanno bene: più domande che affermazioni... L’umano è un essere che interroga e si interroga, quindi cerca una risposta.
Ma le domande sono molto più decisive delle possibili risposte, che non sempre emergono per soddisfarle. Se Platone faceva dire a Socrate che «il più grande bene dell’uomo è interrogarsi su se stesso, e indegna di essere vissuta è una vita senza tale attività (Apologia di Socrate 38A), potremmo estendere questa considerazione a tutte le domande fondamentali che riguardano la condizione umana.
Rainer Maria Rilke, non ancora trentenne, scriveva il 6 luglio 1903 in una splendida lettera al giovane poeta Franz Kappus:
Caro signore, Lei è così giovane, e si trova così al di qua di ogni inizio, e io vorrei, meglio che posso, caro amico, pregarLa di avere pazienza con tutto ciò che è irrisolto nel suo cuore, e di tentare di amare le domande stesse, come se fossero delle stanze chiuse a chiare, o dei libri scritti in una lingua straniera. Non ricerchi ora le risposte che non possono esserLe date, perché non sarebbe in grado di viverle... Ora viva le domande. Forse, così, un giorno lontano, a poco a poco,senza accorgersene, si troverà a vivere la risposta... Il nostro compito è difficile, ma quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.
Rilke dà come consiglio al giovane di amare le domande - oserei specificare - più che le risposte, perché a volte le risposte non ci sono o non sappiamo trovarle, ma le domande sorgono, ci abitano, ci muovono, ci fanno cercare. E ci sono domande che ci vengono rivolte dagli altri, dall’Altro, che noi possiamo ascoltare o, al contrario, uomo o donna, che ci porge il suo volto. Il volto, che nella specie umana è unico, è distintivo della persona, e che i nostri occhi vedono, incontrano, leggono, conoscono o riconoscono, è una domanda, come sapeva sottolineare con maestria Emmanuel Lévinas.
Permettetemi qui di ricordarvi anche un altro grande autore, per me un vero maestro: Edmond Jabès, che non a caso ha scritto Le Livre des Questions (1963), Il libro delle domande, nel quale questo intellettuale ebreo pone domande e cerca di rispondervi, ma solo attraverso frasi brevi, sintetiche, quasi degli aforismi, in modo che la domanda resti aperta, risuoni ancora e ancora...
Sì, il nostro cuore umano è abitato da domande: da dove vengo? Dove vado? Chi sono io? Ciò che mi circonda è reale? E tra tutte le domande, la più grave: perché la morte mi attende? E’ dal profondo, dall’intimo di noi stessi, da quell’organo immaginario e simbolico che chiamiamo «cuore», senza ben sapere dove collocarlo, che emergono pensieri buoni e pensieri malvagi, da cui procedono i desideri, il volere, l’operare. C’è un’affermazione del profeta Geremia che mi ha sempre intrigato: «Il cuore dell’uomo è complicato e malato; chi lo può conoscere?» (Ger 17,9). La fonte delle nostre domande è complicata e malata, perché veniamo al mondo da un uomo e da una donna che già hanno conosciuto complicazione e malattia, e nessuno di noi nasce «senza bagagli»... La nostra esistenza è tributaria verso la nostra radice, verso chi ci ha preceduto e ci ha generato, ed è plasmata anche dalla nostra storia, dal nostro vivere in un tempo e in un luogo precisi.
Le domande, dunque, generano un humus complesso e diverso per ciascuno di noi, ed è in questo terreno che la nostra personale volontà può decidere il bene e il male, può discernere le domande e
scegliere se impegnarsi in una risposta o lasciarle cadere. Il nostro cammino di umanizzazione dipende innanzitutto da questo personale discernimento, dal nostro impegno nel vivere in una logicadi bene comune e di resistenza alla philautía, all’amore di sé, all’egoismo di chi vive senza gli altri o addirittura contro gli altri.
Le domande che abitano in noi determinano dunque la qualità della nostra vita e della nostra convivenza. Ricordavo prima le domande che ogni essere umano degno di questo nome si pone, ben espresse dallo «gnostico» Teodoro alla metà del II sec. d.C.: «Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado? A chi appartengo? Da cosa posso essere salvato?» (cf. Clemente Alessandrino, Estratti da Teodoto78; PG 9,696).
Anche nella Bibbia sono testimoniate domande, sia rivolte a Dio dall’uomo sia all’uomo da Dio. In questo dialogo tra l’uomo e l’Altro – che chiamiamo Dio –, in questa relazione che dall’inizio dell’umanità continua nella storia, vi sono molte domande. Va riconosciuto che le domande dell’uomo si riducono, pur nelle loro diverse espressioni, a una sola: «Ci darai la salvezza, ci libererai dalla morte, o Dio?». Le domande che Dio fa all’uomo, invece, sono diverse. La prima è quella testimoniata nel libro della Genesi, dove Dio cerca l’uomo che si è allontanato da lui, e lo chiama: «Adamo, dove sei? Terrestre, umano, adam tratto dalla adamah, dove sei?» (Gen 2,9). Domanda che interpella l’uomo in tutti i tempi e in tutte le generazioni: dove sei? Che significa: a che punto del cammino di umanizzazione ti trovi? Sei un uomo che ogni giorno vince l’animalità che ti abita, oppure sei su un cammino di barbarie, di disumanizzazione, di bestialità? O ancora, citando il commento di Martin Buber in quel vero e proprio gioiello che è Il cammino dell’uomo: «Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi...: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?» (Qiqajon, Magnano 1990, p. 18).
Creando l’uomo, Dio aveva detto: «Facciamo l’uomo» (Gen 1,26), dove il «noi» – dicono i rabbini – significa che Dio e l’uomo insieme devono fare l'uomo, perché l’uomo si fa più uomo solo con l’aiuto dell’altro, e dell’Altro con la «a» maiuscola, Dio. Qui mi preme in modo bruciante dire una parola franca e necessaria. Quando, a proposito di Auschwitz, di Dachau, dei gulag, o del massacro delle minoranze etniche e religiose in Iraq o in Siria da parte degli jihadisti, sentiamo porre la domanda: «Dov’era, dov’è Dio?», dovremmo provare vergogna e chiederci invece: «Dov’era, dov’è l’uomo? Dov’era, dov’è la nostra umanità?», senza imputare a Dio ciò che Dio stesso aborrisce! Un’altra domanda posta da Dio – attenzione, non all’inizio cronologico della storia, ma all’inizio di ogni vita umana responsabile – è: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9). Dopo la domanda al tu che riguarda ogni umano, dunque ognuno di noi, se stesso, vi è la domanda che concerne l’altro, gli altri, quelli legati a ciascuno di noi dal vincolo della fraternità. «Dov’è Abele, tuo fratello?», significa: «Che rapporto hai con l’altro uomo? Che responsabilità senti verso di lui? Che cura ne hai? Oppure lo neghi, dunque lo misconosci, lo uccidi?». Anche questa è una domanda inesauribile, che ogni giorno si rinnova per ciascuno di noi.

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