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Casati - 25 agosto 2013 XXI Tempo Ordinario

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Is 66, 18-21
Eb 12, 5-7.11-13
Lc 13, 22-30

E, ancora una volta, Gesù non entra nelle nostre domande sbagliate: è una porta troppo stretta. Gesù non entra. Un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?".
A Gesù questi discorsi fatti sulla pelle degli altri, sulla salvezza degli altri, non interessano. Non gli interessa questo dibattere sugli altri. Sugli altri, perché la nostra salvezza è data per scontata. Infatti la risposta di Gesù è: "Sforzatevi voi, lottate voi, fate gara ad entrare per la porta stretta". E qui nasce un enigma, un enigma da interpretare: la porta stretta. Che cos'è la porta stretta? In che senso è stretta? Provoca un restringimento la porta della salvezza? Forse l'immagine, l'immagine della porta stretta, era molto più familiare ai contemporanei di Gesù: al calare delle tenebre, infatti, era costume chiudere le porte della città e anche quelle dei grandi palazzi. E rimaneva aperta solo una porticina: non si poteva sfuggire; se volevi entrare dovevi passare per quella, in un certo senso venivi misurato da quella piccola porta. Devi essere misurato, riconosciuto da quella porta. Siamo così aiutati a capire una parola, ricca di suggestione, di Gesù. Lui un giorno disse: "Sono io la porta, sono io la porta delle pecore". E così incominciamo a capire: stretta la porta nel senso che bisogna essere riconosciuti nella misura di Gesù; ma grande, sconfinata, la porta, se pensi che l'orizzonte è quello spalancato ai tuoi occhi dalla vita di Gesù. Spécchiati in lui. Certo la nostra vita, la nostra povera vita, accuserà sempre la distanza. Ma se il respiro, l'anelito che la abita è quello del vangelo, sarai riconosciuto alla porta. Non ti sentirai dire: "Non vi conosco, non so di dove siete". E Gesù su questo punto è chiaro, qui fa chiarezza, una chiarezza trascurata lungo i secoli. Perché a chi dirà: "Non vi conosco, non so di dove siete"? A quelli che si vanteranno: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze". Ma come? Abbiamo frequentato la chiesa, partecipato alla tua cena, ti abbiamo organizzato mega raduni… Non serve, non basta: la misura è nella vita; i vostri pensieri, il vostro modo di vedere la vita, i vostri interessi non hanno nulla a che fare con i miei; sono intenti che non c'entrano, non c'entrano per niente con il vangelo che io ho predicato. È come se fosse un altro paese, che non mi appartiene. "Non vi conosco, non so di dove siete…" È un altro paese. Gesù esprimeva così una percezione che, a volte, anche noi patiamo, quando ascoltiamo discorsi e la sensazione che soffriamo è quella di essere in presenza di un mondo lontano, capovolto. È un altro paese: non so di dove siete… "Allontanatevi" - aggiunge Gesù - "voi operatori di iniquità". Allora la porta stretta è la 'giustizia'. "Non c'è nessun titolo umano che ci possa salvare, se non la pratica della giustizia" (P. Rota Scalabrini). Porta stretta, allora, non dice restrizione, non dice numero limitato, dice il criterio: la pratica della giustizia. E proprio perché avranno praticato la giustizia "verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e sederanno a mensa nel regno di Dio". Vedete come è sfatato il fraintendimento della porta stretta, intesa come porta per pochi: "verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno…". Porta stretta, ma raduno grande: e dunque tu lasciati abitare da un sogno grande, quello di Dio che sogna figli che vengano da ogni dove. E lavora per questo sogno. A costo di soffrire, a costo di agonizzare: il verbo sforzatevi -sforzatevi di entrare per la porta stretta- in greco richiama l'agonia. Anche Gesù passa la porta stretta, la porta della sua agonia, perché si realizzi il sogno di una salvezza per tutti, il sogno di un multicolore, universale convenire sul monte. Il giorno in cui Dio sussulterà di gioia per i figli che si riconosceranno fratelli, un riconoscimento questo che va anticipato con segni di giustizia su questa terra, superando distanze e pregiudizi. "Camminavo nella foresta" -dice un apologo tibetano- "e vidi un'ombra ed ebbi paura, pensando che fosse una bestia feroce. L'ombra si avvicinò e mi accorsi che era un uomo; quando si fece ancora più vicino, mi accorsi che era un fratello".
Fonte:sullasoglia
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