Manicardi - 4 agosto 2013 XVIII Tempo Ordinario

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 Fonte: monasterodibose
domenica 4 agosto 2013
Anno C
Qo 1,2; 2,21-23; Sal 94; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21


Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro; i beni materiali sono per l’uomo e non l’uomo per i beni materiali: forse potremmo sintetizzare così il messaggio delle letture di questa domenica. Che mettono in guardia l’uomo contemporaneo dal far consistere la propria vita unicamente nel fare e nell’avere, nel produrre e nel possedere.
Vi è un aspetto di assurdità, rileva Qohelet, nell’affannarsi e tribolare dell’uomo sotto il sole, essendo chiaro che ciò che l’uomo guadagna dal suo lavorare affannato e incessante passerà ad altri che non vi hanno per nulla faticato (I lettura). Gesù mette in guardia dall’avarizia, dalla cupidigia, dalla brama di possesso ricordando la precarietà della condizione umana (vangelo). La morte appare, sia in Qohelet che nel vangelo, come la realtà che annichilisce i disegni di potere e di gloria dell’uomo svelandoli come illusioni, e che può, se opportunamente ricordata, ricondurre l’uomo al realismo, dunque all’umiltà e alla sapienza. Chi vuole conoscersi deve interrogarsi sulla morte perché essa svela all’uomo ciò che veramente è essenziale e ha senso nella vita.

Gesù rifiuta di intervenire in una disputa tra fratelli per questioni di eredità (cf. Lc 12,13-14). Di fronte al penoso e purtroppo ricorrente spettacolo delle divisioni profonde che attraversano una famiglia quando si prospetta di dividere un’eredità, Gesù si tira indietro e non si attribuisce compiti che nulla hanno a che fare con la missione che ha ricevuto dal Padre. L’obbedienza al Padre porta Gesù a non sentirsi legittimato a intervenire sempre, in ogni caso e in questioni di qualsiasi ordine e natura. “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?” (Lc 12,13). Gesù si rifiuta di sostituirsi alle autorità legittimate a compiere azioni di giustizia; egli rinvia all’ordinamento giuridico e alle figure che la società civile ha predisposto per dirimere questioni come quella che gli è stata sottoposta. Ci si rivolga, dice in sostanza Gesù, agli organi predisposti dalla comunità civile. Abbiamo in queste parole (da accostare dunque a quelle ben più celebri riguardanti Dio e Cesare: cf. Mc 12,17 e paralleli) un insegnamento che può illuminare e ispirare la “giusta laicità” che chiesa e credenti sono chiamati a vivere nella società civile.

La risposta di Gesù risale dal piano esteriore delle dispute al piano interiore del cuore: egli mette in guardia tutti dalla cupidigia, dall’avarizia, dalla brama di possedere. L’avidità proviene dal cuore (cf. Mc 7,22) ed è equiparabile all’idolatria (cf. Col 3,5). E la cupidigia che qui emerge a proposito di un’eredità famigliare è la stessa che ostacola l’ottenimento dell’eredità del Regno di Dio (cf. Ef 5,5). L’idolatria dà illusioni di vita, ma produce morte. La vita non consiste nei beni, dice Gesù. E nasce per noi la domanda: in che cosa consiste la vita? In che cosa facciamo consistere la nostra vita? Da cosa la facciamo dipendere? “Ma che è mai la vostra vita?” chiede Giacomo ai ricchi che dicono “Oggi o domani andremo nella tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e guadagni”, mentre non sanno e non possono sapere “che cosa sarà domani” (Gc 4,13-14).

Questo mettere le mani sul futuro è ciò che viene rimproverato anche al ricco insensato della parabola narrata in Lc 12,16-21. La cecità a cui la ricchezza dà origine è evidenziata nella figura del ricco stupido, letteralmente “senza intelligenza” (áphron: Lc 12,20). Egli pensa di possedere anche ciò che per definizione è indisponibile: il tempo, il futuro, la vita. E il binomio ricchezza – stupidità è espresso in modo tale che il “pieno” della ricchezza sembra camuffare il desolante “vuoto”, la penosa carenza di intelligenza e di sapienza del ricco.

La carenza di intelligenza diviene anche mancanza di relazioni e rifiuto di fraternità perché l’orizzonte interiore ed esistenziale del ricco è tutto assorbito dal proprio ego: egli “arricchisce per sé” (Lc 12,20) dimenticando Dio e i fratelli. Il peccato è sempre, ricorda Agostino, “ripiegamento del cuore su di sé”.

LUCIANO MANICARDI
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