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Casati - 23 giugno 2013 XII Tempo Ordinario


Zc 12, 10-11;13,1
Gal 3, 26-29
Lc 9, 18-24

Chi sono per te? La domanda sull'identità di Gesù. Una domanda cruciale. Luca è l'unico evangelista a parlare del luogo della domanda: in che contesto è nata?
Secondo Luca, fuori dai rumori, in un luogo solitario, mentre stava pregando. Sembra quasi di capire che per l'evangelista Luca è in un contesto di intimità, di solitudine, di silenzi e di preghiera che avviene lo svelamento dell'identità. Voi forse ricordate che, proprio mentre pregava, durante l'immersione nel Giordano, una voce svelò a Gesù stesso più lucidamente chi era: "Tu sei il mio Figlio, il mio diletto" (Lc 2, 22). E anche lo svelamento nel cuore degli altri - "la gente... voi, chi dite che io sia?"- avviene in un contesto di preghiera. Possiamo raccogliere questa suggestione: luogo dello svelamento, della propria e altrui identità, è il silenzio, è la preghiera. Possiamo anche osservare che questa domanda "Chi sono io per la gente, per voi?", Gesù non la pone all'inizio del cammino, ma dopo che i discepoli hanno fatto un cammino abbastanza lungo con lui, dopo che l'hanno guardato da vicino, dopo che l'hanno ascoltato, dopo che hanno visto le sue scelte. Gesù rispetta questa gradualità. Siamo noi che a volte nei nostri itinerari catechistici pretendiamo che i bambini, e non solo i bambini, dicano: "Gesù è il Figlio di Dio", prima ancora che abbiano in qualche misura camminato con lui. E dunque camminare con Gesù, camminare dietro lui. Allora potremo dire -balbettare- qualcosa sul suo mistero. Dico questo perché affermare che Gesù è un profeta, come dice la gente, è relativamente facile: il suo modo di agire, di parlare, il suo modo di essere, lo collocava tra i profeti. Non aveva certo il piglio o l'andatura del sacerdote, del capo politico: non era l'uomo delle istituzioni. La gente, per la libertà che aveva nel dire le cose di Dio, lo riteneva un profeta. Ma, vedete, dire quello che dicono gli altri è relativamente facile: "Ma voi chi dite che io sia?". Prova a dirlo usando -forse scandalizzo qualcuno- uscendo dalle formule sacre, quelle canoniche, che sono vere, ma spesso logore, fatte d'abitudine, prova a dirlo con parole tue. Chi sono io per te? Ecco questo è il punto. E Pietro risponde: "Sei il Cristo di Dio". Sei l'Unto, -Cristo significa unto- sei l'Unto di Dio, sei il Messia. Non sei uno della serie dei profeti, o, sì lo sei anche, ma tu sei uno fuori dalla serie, sei il Messia. Per secoli i nostri padri hanno parlato di un giorno futuro, quello del Messia. Verrà il giorno... ebbene quel giorno è venuto, è oggi per noi. Ma proprio perché la professione di fede non è una questione di parole, Gesù, sconcertando, mette silenzio anche sulla definizione giusta, ortodossa, di Pietro: "Ammonendoli ingiunse di non dirlo a nessuno, dicendo: "Il Figlio dell'uomo deve patire molte cose ed essere riprovato dagli anziani e gran sacerdoti e scribi ed essere ucciso e risuscitare il terzo giorno"". Come se Gesù volesse metterci in guardia dalle professioni di fede che sono "dire il suo nome", ma staccandolo dalla sua storia. Diventa ambiguo anche il termine più ortodosso, se stacchiamo Gesù dalla sua storia, dalla sua storia di "trafitto".Ma perché trafitto? Perché riprovato dal potere religioso, politico, culturale? Che cosa difendeva Gesù? Chi difendeva? Sono le cose che difendiamo noi? O noi ci accontentiamo di dire: è il Messia, è il Figlio di Dio e difendiamo altre cose? Però ci proclamiamo cattolici ortodossi. Finisco con una citazione, che già altre volte abbiamo ricordato, che mi sembra il più bel commento a questa pagina evangelica, le parole del vescovo di Orano, Algeria, Pierre Claverie, che dopo il sacrificio dei sette monaci trappisti, quaranta giorni prima di essere a sua volta assassinato, dichiarava: "Siamo là a causa di questo Messia crocifisso. A causa di nient'altro e di nessun altro. Non abbiamo interessi da salvaguardare, né influenze da conservare. Non siamo neanche spinti da chissà quale perversione masochistica o suicida. Non abbiamo alcun potere: restiamo in Algeria come al capezzale di un amico, di un fratello malato, in silenzio, stringendogli la mano, rinfrescandogli la fronte. A causa di Gesù, perché è lui che soffre, in questa violenza che non risparmia nessuno, nuovamente crocifisso nella carne di migliaia di innocenti. Come Maria, come Giovanni stiamo là, ai piedi della croce su cui Gesù muore, abbandonato dai suoi, schernito dalla folla. Non è forse essenziale per un cristiano essere là, nei luoghi della sofferenza, di abbandono? Dove potrebbe mai essere la Chiesa di Gesù Cristo se non fosse innanzitutto là? Per quanto possa sembrare paradossale, la forza, la vitalità, la speranza, la fecondità della Chiesa proviene da lì. Non da altrove né altrimenti. Tutto il resto è solo fumo negli occhi, illusione mondana. La Chiesa inganna se stessa e il mondo quando si pone come potenza in mezzo alle altre, come un'organizzazione, seppur umanitaria, o come un movimento evangelico spettacolare. Può brillare, ma non bruciare dell'amore di Dio, "forte come la morte" (Ct 8, 6). Si tratta, infatti, proprio di amore, innanzitutto di amore e solo di amore. Una passione di cui Gesù ci ha donato il gusto e tracciato il cammino: "Non c'è amore più grande che dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13)
Fonte:sullasoglia

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