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Manicardi - 10 marzo 2013 IV Quaresima

domenica 10 marzo 2013
Anno C
Gs 5,9a.10-12; Sal 33; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32


L’annuncio dell’amore fedele e misericordioso di Dio che diviene perdono è al cuore del messaggio di questa domenica.

Perdono è il nome che il figlio minore della parabola, una volta tornato a casa, potrà dare all’amore fedele del padre che ha continuato ad amarlo anche quando lui si è allontanato e ha disdegnato la sua vicinanza. La parabola rivela la difficoltà di riconoscere e comprendere l’amore, di accogliere la misericordia: i due figli, per vie diverse, faticano ad accettare la loro condizione di figli e l’amore del padre (vangelo). Il passo di Giosué, che presenta la prima pasqua celebrata da Israele in terra di Canaan, mostra Israele, il figlio di Dio (cf. Es 4,22; Os 11,1), che entra nella casa che il Signore ha preparato per lui dopo averlo fatto uscire dalla casa dove ha vissuto come schiavo: la celebrazione della Pasqua è la giusta e necessaria festa che esprime la gioia di Dio e del popolo liberato. Certo, una volta entrato nella terra, Israele (come il figlio maggiore della parabola evangelica) correrà il rischio di sentirsi giusto, e potrà vivere il dono di Dio come motivo di autosufficienza fino a non discernere più la misericordia divina (I lettura). Il testo paolino contiene l’invito alla riconciliazione che l’Apostolo rivolge ai cristiani di Corinto fondandolo sulla riconciliazione che Dio ha già attuato in Cristo con il suo amore misericordioso (II lettura).

Nei tre testi è implicita una dinamica pasquale: la celebrazione pasquale celebra il passaggio dall’Egitto alla terra promessa (I lettura); l’accoglienza della grazia di Dio in Cristo rende amici di Dio coloro che erano peccatori e li fa divenire nuove creature (II lettura); nella parabola la dinamica pasquale è sottesa al passaggio dalla morte alla vita del figlio che era perduto (vangelo).

Il peccato, secondo la parabola evangelica, appare come misconoscimento dell’amore. Entrambi i figli non accedono alla loro verità di figli: l’uno fugge da casa e dal padre; l’altro resta in casa vivendo da schiavo e con risentimento verso il padre. Senza libertà non c’è amore e si arriverà a fuggire da una casa divenuta prigione soffocante o a restarvi nella logica del dovere e dell’obbligo, dunque da schiavi, non da figli (cf. Gv 8,35). Decisivo nel processo di ritorno a casa del figlio minore è il suo essere “rientrato in se stesso” (v. 17). Il giovane smette di fuggire quando prende contatto con se stesso, quando osa la propria interiorità. Non si tratta ancora di conversione, ma di lettura realistica di sé, di presa di coscienza della penosa situazione in cui è finito.

Ciò che la parabola imputa al figlio minore non è tanto la dissolutezza morale (si è accompagnato con le prostitute) o la prodigalità (ha dissipato il patrimonio), ma l’insensatezza, l’aver vissuto asótos, lontano dal senso, in modo folle, dissennato (v. 13). Il testo non presenta la sequenza peccato – pentimento – conversione, ma una scelta di vita dissennata, a cui segue la presa di coscienza della misera realtà a cui il giovane si è ridotto e infine la decisione di tornare a casa per fuggire la fame. Nessun pentimento muove il figlio minore, ma solo una valutazione realistica di ciò che più è conveniente per lui. Il pentimento non appare qui la condizione del perdono. Il pentimento potrà nascere di fronte all’amore fedele del padre, quando cioè il giovane potrà rileggere la propria vicenda alla luce dell’amore mai venuto meno del padre che egli ha simbolicamente ucciso chiedendogli anzitempo l’eredità. È il perdono che suscita il pentimento, non il contrario.

All’amore del padre si oppone anche la logica del dovere che muove (anzi che rende immobile) l’altro figlio. Egli vive una religione di prestazioni che rende cattivo il suo occhio e lo porta a misconoscere il padre (che diviene un padrone) e a disprezzare il fratello (“questo tuo figlio”: v. 30). Entrambi i figli cercano di sottrarsi all’unica cosa necessaria: riconoscere e assumere la loro filialità e la loro libertà. Lo Spirito santo è infatti spirito da figli, cioè spirito di libertà, non spirito da schiavi, ovvero spirito di paura (cf. Rm 8,15).


LUCIANO MANICARDI

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