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Casati - 7 aprile 2013 II Domenica di Pasqua


At 5,12-16
Ap 1,9-11a.12-13.17-19
Gv 20,19-31

Il commento non è mio, ma vorrei partire proprio da queste parole che sono di un papa, Gregorio Magno. Scriveva: "A noi giovò di più l'incredulità di Tommaso che la fede degli apostoli".
"Giovò di più l'incredulità di Tommaso…". Il mio osservatorio -vedete - è piccolo, è quello di una parrocchia, di una città. Ma da questo osservatorio piccolo, limitato, se oggi vado ad esplorare dove si sono avviati -un inizio!- degli avvicinamenti alla fede, mi ritrovo a confessare che nella stragrande maggioranza dei casi non fu per merito dei declamatori della fede, ma per merito di uomini e donne come Tommaso. Non è la fede di coloro che pontificano dall'alto che giova a quelli che oggi sono in ricerca. È il cammino, provato dal dubbio, dalla fatica di non vedere -dubbio, fatica che ci appartengono- che fa dire loro: c'è dunque una speranza anche per noi. Sulla scia delle parole di Gregorio Magno, forse dovremmo pregare che ci siano un po' meno declamatori della fede e un po' di più uomini e donne veri, come Tommaso, non i visionari che non portano sul volto la beatitudine dei non vedenti, quella che oggi ci ha ricordato il Vangelo: beati quelli che non vedono… ma coloro che nella loro vita quotidiana si ritrovano spesso a pregare con le parole luminose di quel padre del vangelo che aveva un figlio epilettico: "Io credo, Signore, ma tu aiutami nella mia incredulità" (Mc. 8, 23). Sono quelli che possono aprire strade alla fede. Mi sono anche chiesto che cosa aveva impedito a Tommaso di credere all'esclamazione della comunità dei discepoli che dicevano: "Abbiamo visto il Signore". Premesso che alla fede non si arriva sempre in un sol giorno, premesso -ed è importante- che non siamo noi gli artefici della fede, forse una cosa non aveva convinto Tommaso: che parlavano del loro Maestro come di uno che aveva vinto la morte, e otto giorni dopo si trovavano ancora con le porte chiuse. Quelle porte chiuse erano una contro testimonianza al vangelo della risurrezione, un vangelo che apre. Una comunità chiusa, separata, sulle difensive non sarà mai una buona testimonianza della risurrezione. Questa purtroppo è l'immagine che spesso ancora oggi diamo: l'ho ritrovata puntualmente in un passaggio di un'intervista allo scrittore Giuseppe Pontiggia. Ecco le sue parole: "Quello che più colpisce della buona novella di Cristo è il fatto che ogni uomo può essere salvato. Da questo punto di vista non c'è speranza più grande di quella contenuta nelle parole di Gesù al ladro crocifisso al suo fianco: "Oggi sarai con me in paradiso". A volte, invece, la coscienza laica si trova a disagio davanti alla percezione di una comunità di eletti contrapposta alla massa sterminata delle persone che, per i motivi più diversi, restano al di fuori della salvezza. Cristo ha parlato per i peccatori e non per i giusti, eppure il laico si sente comunque peccatore rispetto alla Chiesa: anche lui, però, può avere momenti di fede autentica". "Una comunità di eletti contrapposta a una massa" -lasciatemelo dire- non è immagine buona del Signore risorto. Forse dovremmo prendere sul serio le parole di Gesù ai suoi discepoli: "Come il Padre ha mandato me, così io mando voi". A volte ci si nasconde dietro la parola "mandato". Noi siamo mandati. E ci si sofferma poco -troppo poco- su quel "come", che segna una discriminante, e si pensa per lo più che siamo mandati a parlare. Ricordate l'inizio della missione pubblica di Gesù, nella sinagoga a Nazaret? Mandato per che cosa? Mandato come? E Gesù riprende il passo di Isaia e dice: "Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e predicare un anno di grazia…". Come è stato mandato lui, così mandati noi: non a criminalizzare, non la condanna che rinchiude, ma il perdono, il perdono che fa stare il cuore nella pace: "Entrò e disse: Pace a voi!". C'è una grazia per tutti. Come Gesù. Non i gesti che chiudono, ma quelli che aprono, che sollevano: l'ombra di Pietro, l'ombra che guarisce al suo passaggio. Pensate, non una parola! L'ombra, quasi l'assenza del gesto, l'ombra silenziosa, una presenza, l'aria che tu fai respirare… dà pace, risolleva il cuore, rimette in cammino. La bellezza di una chiesa, quando bastava un'ombra!
Fonte:sullasoglia

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