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Casati - 3 marzo 2013 III Quaresima

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Es 3,1-8a.13-15
1 Cor 10,1-6.10-12
Lc 13,1-9

"Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?" Perché il roveto non brucia?
Una delle tante interpretazioni rabbiniche, interpretazioni di rara suggestione, dice che il roveto è il popolo di Israele, un popolo tra le spine, un popolo nell'afflizione. E la fiamma, la fiamma che arde, è Dio. Dio è vicino al suo popolo che soffre, immerso nelle sofferenze che segnano drammaticamente il suo popolo. Non fuori, ma dentro, e dentro per sempre. E non è forse questo il senso misterioso del nome che Dio svela? "Ecco io arrivo dagli israeliti e dico loro: il Dio dei nostri padri mi ha mandato a voi. Ma essi mi diranno: come si chiama? E io che cosa risponderò loro?". "Dirai agli israeliti: 'Io - sono' mi ha mandato a voi." Il nome di Dio è: "Io ci sono", ci sono per voi, sono nella vostra storia, così come sono stato nella storia dei vostri padri. Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe. Io non mi ritiro. Io ci sono per voi. Sono il fuoco nelle vostre spine. Ecco, noi nella Quaresima come Mosè ci avviciniamo al roveto che arde, che arde non più oggi sul monte Oreb ma là dove nella città di Dio la strada sale verso il calvario. Noi saliamo là, a Pasqua, per vedere il roveto che arde, per vedere fino a che punto è arrivato "l'esserci di Dio". Io ci sono. Io ci sarò fino al punto di soffrire e di morire come uno di voi. Ripercorrendo il brano dell'Esodo mi ritorna alla mente e al cuore un commento del cardinale Carlo Maria Martini, che sottolineava con acutezza come nel testo affiori un atteggiamento dello spirito di Mosè: la sua curiosità. Mosè non è fagocitato dal suo mestiere di pastore, osserva ciò che sta oltre, s'interroga su ciò che vede, si mette in cammino per scoprire e capire il senso di ciò che sta avvenendo. Non registra semplicemente i fatti, gli eventi, cerca di interpretarli. La curiosità dello spirito, l'abitudine ad interrogarsi, a interrogare Dio, noi stessi, gli altri, la storia, al di là di ogni presunzione di sapere, è condizione decisiva per uscire dalla falsa pace delle coscienze che ha come effetto mortifero quello di narcotizzare noi stessi e di conseguenza le situazioni in cui viviamo: "voglio avvicinarmi a vedere". E il primo passo è mettersi in cammino, uscire dalla condizione di sedentari dello spirito. In questa luce potremmo forse anche leggere l'avvertimento di Gesù nel vangelo di Luca, un avvertimento che risuona come duro monito. Avvengono - sembra dire Gesù - fatti che potrebbero, dovrebbero, risvegliare le coscienze e chiamare a conversione, e voi li impoverite riducendoli a puri fatti di cronaca, tema dei vostri salotti del nulla. Con il vostro pessimo gusto di addossare agli uni o agli altri la colpa, senza minimamente mettere in questione voi stessi. Cade una torre, quella di Sion, ne muoiono diciotto e voi che cosa pensate? Che quelli fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? Si è sordi, si è ciechi, si è addormentati e non si coglie il vero messaggio che parla, a volte grida, dai fatti della storia e che è un appello urgente alla nostra conversione. Forse alcuni di noi oggi, leggendo del crollo della torre di Siloe, saranno andati col cuore e con la mente dentro le immagini di un altro crollo, quello di due torri, di un 11 settembre, dopo il quale - così si diceva - nulla sarebbe stato più come prima. Ma di quelle torri abbiamo fatto semplicemente occasione di cronaca, occasione di dibattiti, di salotti. Non abbiamo percepito l'appello alla conversione che lo abitava. "Se non vi convertirete" - dice Gesù - "perirete tutti allo stesso modo". E non perché Dio mescoli sangue a sangue, non perché Dio faccia crollare le torri, ma perché vita e società, fondate come casa sulla sabbia, non hanno altro esito possibile se non quello di un crollo pauroso. "La sua rovina" - è scritto della casa - "fu grande" (Mt 7, 27). Non perché Dio voglia il nostro male, ma perché dentro un costume che addormenta le coscienze non sappiamo più interrogare né Dio, né noi stessi, né i segni del tempo. Per quanto riguarda Dio, a smuoverci dalla durezza di cuore è questa sua impenitente pazienza, la impenitente pazienza del padrone della parabola. Noi passiamo il tempo a sfruttare terreni - quanti! - senza dar frutti. Ma ancora una volta all'impazienza dei vignaioli ecco la risposta di colui che ha promesso di "esserci", di essere sempre nella sua impenitente fiducia. Nonostante tutto: "lascialo ancora quest'anno". E tu, Dio, zappi intorno e metti concime in questa nuova quaresima. E attendi che io, che noi, che questa terra porti finalmente frutto.
Fonte:sullasoglia
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