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Manicardi - 25 dicembre 2012 Natale del Signore

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Fonte: monasterodibose
lunedì 24 dicembre 2012
Anno C
Is 9,1-3.5-6; Sal 95; Tt 2,11-14; Lc 2,1-14


Il mistero di salvezza della natività è espresso come manifestazione di luce e esperienza di gioia nella profezia isaiana e nel testo evangelico. La seconda lettura parla del medesimo evento come della manifestazione della grazia di Dio nella persona di Gesù di Nazaret, evento che illumina e orienta il vivere dell’uomo in questo mondo.


“Maria partorì il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo adagiò in una mangiatoia” (Lc 2,7). La straordinarietà e l’unicità dell’incarnazione di Dio sono colte, in questo versetto, nell’evento ordinario e infinite volte ripetuto di una nascita, di un parto. Noi parliamo giustamente di mistero della natività, ma accostare il termine mistero e quello di natività non allude solamente all’evento unico e irripetibile della nascita di Dio nella carne, ma indica anche che un mistero si cela al cuore di ciò che è più universalmente comune e riguarda ogni uomo: il nascere. Il nascere, così come il morire, sono esperienze umane che Dio, in Cristo, ha condiviso. E tutto ciò che fa parte dell’evento traumatico e magnifico, doloroso e gioioso, passivo e vitale della nascita, è ormai patrimonio comune a Dio e all’uomo. “La Scrittura ricorda il parto di Maria e dice: ‘Lo avvolse in fasce’; inoltre sono state proclamate beate le mammelle che lo hanno allattato. Ora, è impossibile che un corpo sia allattato e avvolto in fasce se prima non è stato partorito secondo natura” (Atanasio di Alessandria). L’arte cristiana non avrà alcun imbarazzo a raffigurare una Maria gravida, col ventre ingrossato, e che allatta il figlio al proprio seno.

In particolare, l’immagine del neonato “avvolto in fasce” (cf. Lc 2,7.12) designa da un lato, la fragilità e la debolezza del neonato e, dall’altro, la cura e la tenerezza di colei che lo avvolge. L’essere avvolto in fasce è segno della debolezza e della vulnerabilità proprie a ogni neonato (anche se destinato a un futuro glorioso come il re Salomone: cf. Sap 7,4), ma nel nostro testo indica la debolezza di Dio. San Bernardo di Clairvaux si chiede che tipo di salvatore sia “uno che nasce in una stalla, è adagiato in una mangiatoia, è avvolto in fasce come gli altri, piange come tutti, e dorme come qualsiasi altro bambino”. E, parodiando il Sal 48,2 (“Grande è il Signore e degno di lode”), aggiunge: “Piccolo è il Signore e sommamente amabile; sì, piccolo è colui che è nato per noi”. Amabile perché piccolo. L’incontro di Dio con l’uomo avviene grazie alla debolezza. Maria, dal canto suo, compie i gesti materni di cura della vita che seguono il parto e tra questi, si può rilevare che il verbo tradotto con “adagiare”, in greco esprime l’atto di alzare in alto (anaklíno) e suggerisce che Maria, dopo aver fasciato il piccolo, lo abbia sollevato davanti a sé, quasi anticipando la sua stazione eretta, per guardarlo faccia a faccia, in una comunicazione personalissima e intensa, prima di coricarlo nella mangiatoia.

La liturgia angelica celebra l’evento della nascita del Salvatore glorificando Dio e proclamando che la pace è ormai in terra per gli uomini che sono oggetto del compiacimento di Dio, per l’umanità amata da Dio. L’evento di Betlemme proclama la gloria di Dio, è un evento divino, un evento che dice il peso che il Dio altissimo e che abita nell’alto dei cieli ha nella storia. Se la gloria di Dio è il suo manifestarsi tra gli uomini, questa gloria, che prende il suo volto in Gesù, ha il nome di amore. La presenza di Dio tra gli uomini è amore per gli uomini. La pace nasce lì dove questo amore è riconosciuto e accolto. Credere all’amore e accogliere l’amore significa consentire che la pace nasca in noi.

L’annuncio del Natale diviene così un invito a credere all’amore di Dio e a testimoniarlo. La pace interiore è frutto dell’amore: le nostre aggressività, le nostre inimicizie, i nostri odi, a volte sono il frutto del nostro non saperci amati, a volte sono l’esito inevitabile del nostro non credere all’amore, del nostro non far spazio alla gloria di Dio, alla sua presenza, alla sua azione. Ma dobbiamo pure chiederci se gli odi e le cattiverie di altri non sono anche frutto del nostro non vivere e non testimoniare l’amore di Dio.


LUCIANO MANICARDI
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