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Bruni - 7 ottobre 2012 XXVII Tempo Ordinario

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Giancarlo Bruni,  appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.


Letture: 
Gen 2,18-24; Eb 2,9-11; Mc 10,2-16.
«L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»

1. «Sclerocardia» o «durezza di cuore» è un termine tecnico per indicare chiusura alla parola di Dio, impossibilitata a far breccia e a trovare spazio in un io murato.
È così, ad esempio, dinanzi al progetto originario di Dio di creare l’essere umano in forma separata, «li fece maschio e femmina» (Mc 10,6; Gen 1,24), in vista di una singolare unità «e i due diventeranno una carne sola» (Mc 6,8; Gen 2,24), «dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,9). Un dunque a cui i discepoli nel Vangelo di Matteo risponderanno in questi termini: «Se questa è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10), risposta tra l’altro indice di una cultura declinata unilateralmente al maschile e corretta in Marco nel senso che l’eventuale libello di ripudio è possibilità che riguarda entrambi (Mc 10,12). Di questo tratta la pagina evangelica di oggi, una diatriba iniziata da alcuni farisei se sia «lecito a un marito ripudiare la moglie» (Mc 10,3) e, sottinteso, se si per quali ragioni, su questo si dividevano le scuole rabbiniche, e se no per quale ragione. Tenuto conto del fatto che «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla» (Mc 10,4; Dt 24,1), atto che se da un lato sottoscriveva il diritto del più forte, il maschio, d’altra parte cercava di tutelare quello del più debole, la donna. Gesù secondo il suo solito va al cuore della questione, all’intenzione fontale che lo porta a giudicare la stessa legge mosaica che ha permesso il divorzio una manipolazione dell’ordine creazionale dovuta a «durezza di cuore» (Mc 10,5), data a evitare guai peggiori. Una parola senza sottintesi, i «due» sono chiamati a divenire «uno», una unità indissolubile. Questo impossibile all’uomo è il progetto donato da Dio all’uomo e in lui possibile.

2. Il progetto di affidare alla coppia maschio-femmina, benedetta da Dio (Gen 1,28), un compito che è una benedizione per tutti, essere nel piccolo l’icona di cose grandi. In primo luogo il prototipo della struttura della umanità: una nella diversità oltre ogni assimilazione, gli imperialismi, e ogni divisione, gli etnocentrismi. Coppia dunque come immagine della unità plurale della società umana. Coppia in secondo luogo uguale a prototipo della verità dell’essere, l’uomo è costitutivamente relazione io-tu che domanda declinazione nella più assoluta uguaglianza dei soggetti, nel riconoscimento della diversità e della unicità dell’altro e in una reciproca donazione fedele e gratuita consegnata alla lunga litania dei perdoni che permette giorno dopo giorno di riprendere cammino. Il tutto nella libertà e nel grazie. Coppia dunque come immagine di una elementare verità, nessuno è un’isola (Gen 2,18) e nessuno esiste senza l’altro, e relazione umana autentica è quella nell’alleanza amica al di là di rapporti prepotenti e astuti che tramutano l’eden in inferno relazionale. Coppia in terzo luogo come prototipo epifanico di un «grande mistero»: la Trinità come unità distinta di volti e di nomi nell’amore e nella reciprocità, Trinità origine della coppia a sua immagine e somiglianza (Gen 1,27), a sua icona, e l’amore di Cristo come paradigma ultimo di ogni amore: «E voi, mariti, amate le vostre mogli…, e voi, mogli, amate i vostri mariti come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). Coppia dunque come sacramento dell’unità distinta e comunionale di un Dio che in sé e per sé è relazione, e come segno dell’amore di fuoco del Figlio. Queste le grandi cose affidate al racconto di coppie fragili e esposte: «Chi può capire capisca» (Mt 19,12) e non mancano coloro «ai quali è stato concesso» (Mt 19,11), i quali hanno fatto spazio in se stessi a questa parola.

3. Un capire e un fare spazio oggi, nel tempo in cui forte è la crisi della identità personale, dei legami affettivi, delle relazioni sociali, della idea di scelte definitive, della configurazione stessa della coppia e in cui forte è l’oblio di una parola di senso che venga da oltre. Che fare? Nei giorni dello smarrimento di ragioni solide e di amori solidi, quindi di rapporti corti, l’importante, sulle orme di Gesù, è di non perdersi in battaglie di retroguardia sulla «famiglia» quanto di risvegliare la coscienza personale e ecclesiale alla lettura evangelica della coppia conservandone viva in responsabilità in questo mondo e per questo mondo la memoria, l’annuncio e la testimonianza. Nello stupore di come una realtà piccola, fragile e vulnerabile affidata al sogno di Dio su di lei e alla forza di Dio possa diventare portatrice di messaggi singolari: Dio non divorzia mai dal suo immaginare una umanità a sua somiglianza una e distinta; Dio non divorzia mai dal suo essere volto di amore fedele e incondizionato al volto dell’altro rispettato nella sua diversità, univocità e libertà; Dio non divorzia mai dalla unilateralità di un amore che si fa perdono e attesa, speranza di sempre nuovi inizi. Questo racconta la vicenda della donna adultera (Gv 8,1-11) perché «se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Tm 2,13). Insegnamenti in «casa» (Mc 10,10), nel tu a tu dell’incontro ecclesiale, di coppia e personale con il Signore, che aprono gli occhi sul come una umanissima, gioiosa e faticata storia d’amore sia stata costituita icona o finestra aperta sulla verità di Dio e dell’uomo a immagine e somiglianza di Dio. Un chiamato a divenire sempre più unità nella distinzione, nella reciprocità e in un amore fino alla sua traduzione unilaterale. Questo narra la coppia bisessuale maschio-femmina che ha accolto in sé una parola dura al cuore dell’uomo ma resa amabile e possibile dalla persuasione e dalla forza dello Spirito.

Fonte: toscanaoggi
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