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Sobrietà (Stefano Bittasi)

di Stefano Bittasi SJ
Redazione di Aggiornamenti Sociali


Da qualche mese il termine “sobrietà” è entrato prepotentemente nel lessico politico, per indicare la cura più adatta per uscire dalle crisi economiche oppure una sorta di contrappasso per quei Paesi che hanno vissuto dissennatamente nel passato. Alcuni la evocano come uno spettro per le nostre società opulente, altri mettono in dubbio l’effettiva efficacia di un rigore fine a se stesso, mentre non manca chi da tempo la identificava come una via di uscita dalle contraddizioni del consumismo capitalista, nel tentativo di declinare il benessere come felicità personale e sociale e non come crescita del PIL (si pensi in tal senso a tutto il filone della “decrescita”, che ha tra i suoi slogan la “sobrietà felice”, come ad esempio Bologna G., Invito alla sobrietà felice. Come vivere meglio consumando meno, EMI, Bologna 2000).
Si moltiplicano su quotidiani e riviste gli interventi sul tema del ritorno alla sobrietà in una serie sempre più ampia di campi (moda, spettacolo, consumi energetici, educazione dei figli, gadget tecnologici, ecc.), quasi sempre interpretata come dura necessità di sacrificare stili di vita fino a ieri ritenuti “normali”, o al limite come tentativo di trovare il modo di difenderli riducendone i costi (il boom del low cost).
Eppure, tradizionalmente, sobrietà, temperanza e moderazione (termini che utilizziamo qui come sinonimi) sono sempre state concepite e presentate non come “punizioni” o “medicine” amare, ma come virtù e vie per la felicità. Certo, nelle epoche storiche di abbondanza di risorse e di opportunità, in cui è più facile che le persone possano permettersi di esagerare e sprecare, appaiono più forti gli inviti al discernimento nell’uso delle cose e alla moderazione nel loro consumo, identificando nello spreco e nel lusso un fattore di corruzione e decadenza. Invece, in epoche più austere, nelle quali la maggioranza delle persone ha appena il necessario per sopravvivere, la cultura e l’immaginario collettivo sembrano più sensibili alla possibilità di eccedere, tanto da far nascere figure eroiche la cui virtù stava proprio nell’esagerazione. Così è stato anche notato che quando una società si emancipa dalla miseria, sembra esserci una transizione da filosofie di stampo individualistico (che tendono a lodare il vitalismo e la sregolatezza) ad altre che mettono al centro la convivenza sociale e comunitaria (che al contrario puntano a fare del senso della misura una virtù): «Dinanzi alla tensione tra temperanza e principio eroico, è naturale che tanto meno tollerabile diventa un comportamento sregolato quanto più le istituzioni si sviluppano; così, quando il livello dei consumi è cresciuto a sufficienza, gli eccessi anche alimentari non vengono [in età ellenistica] più guardati con l’ammirazione dell’età omerica, ma sono assoggettati alla riprovazione della morale popolare» (Cantilena M., «Dalla povertà alla temperanza. Breve viaggio nel mondo greco antico», in Servitium, 162 [2005] 30).
Nella nostra situazione contemporanea stiamo assistendo forse alla modificazione di queste categorie. Sembra infatti che l’enfasi sul “consumatore” i cui bisogni vanno sollecitati e moltiplicati perché, attraverso l’acquisto sempre più vorace di beni individuali, si alimenti la macchina economica, ceda il posto alla drammatica centralità del rischio che la collettività, tutta insieme, affondi sotto il peso della crisi e dei debiti accumulati per sostenere uno stile di vita “esagerato” in precedenza. Così si chiede all’individuo di fare un passo indietro e di farsi carico delle necessità del bene comune attraverso una nuova austerity, sobrietà imposta a ciascuno per il bene di tutti. Anche se, a dire il vero, sembra una richiesta fatta pressantemente solo a chi si trova in qualche modo in difficoltà, mentre chi gode di beni e di forza economica sembra invitato a mantenere il suo stile di vita: cala il consumo di alimenti e di beni essenziali per alcune classi sociali, mentre cresce quello di beni di lusso per altre.
Se si cerca nella Sacra Scrittura qualche suggestione attinente a queste riflessioni, ci si trova in difficoltà, data la scarsità di riferimenti a queste tematiche.

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