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La parola della domenica 19 Agosto 2012 (Casati)


Pr 9, 1-6
Ef 5, 15-20
Gv 6, 51-58

"Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. La mia carne è vero cibo, il mio sangue vera bevanda". Si misero a discutere tra loro.
Lo sconcerto era totale, tra la folla. E non giudichiamoli sbrigativamente, affrettatamente. Da capire è Gesù, ma forse da capire sono anche quei lontani ascoltatori e forse anche gli ascoltatori di oggi. Grande era lo sconcerto. E forse non tanto per le eventuali allusioni di antropofagia che potevano essere rintracciate in quelle parole, quanto invece per i significati che le parole "carne" e "sangue" evocavano alla mente e al cuore, alla mente e al cuore di un ebreo. "Carne" per un ebreo, per la Bibbia, è la vita dell'uomo, intesa nella sua drammatica fragilità, precarietà, quella carne di cui dice il profeta Isaia: "Ogni carne è come l'erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre" (Is 40, 6-8). Ma come? Tutto secca, tutto appassisce -ciò che appartiene all'uomo- e tu alla tua esistenza fragile, insidiata, attribuisci poteri di vita, di vita eterna? Ma no, tutto secca, tutto decade, tutto appassisce. L'altra parola che fa sconcerto è la parola "sangue": bere il sangue! Per un ebreo era proibito. Nel libro del Levitico si legge: "Ogni uomo, israelita o straniero, dimorante in mezzo a loro, che mangia un qualsiasi tipo di sangue, io volgerò la faccia e lo eliminerò dal suo popolo. Poiché la vita della carne è nel sangue" (Lv 17, 10-11). Il sangue custodisce la vita: è intoccabile. Anche il sangue di Caino, un fratricida. Tant'è che Dio lo segna sulla fronte perché nessuno si creda autorizzato a colpirlo. Il sangue segno della vita, il sangue per dire la sacralità della vita. Lo ricorderai -sembra dirci la Bibbia- lo ricorderai anche quando sarai costretto ad uccidere per nutrirti, ricorderai che ogni essere vivente appartiene a Dio. E' la durezza del vivere -spesso ce ne dimentichiamo- è la durezza del vivere che fa sì che una vita, anche la nostra, sia pagata a prezzo di un'altra vita. Ciò è vero per ogni volta che noi mangiamo. Non dico che lo dobbiamo ricordare, per vivere complessi di colpa, ogni volta che mangiamo, ma per vivere la gratitudine. Il nostro nutrirci per vivere viene dopo un sacrificio: qualcosa o qualcuno si è sacrificato per noi. Non vorrei fantasticare, tanto meno vorrei farneticare, ma ogni nostro banchetto è, in qualche misura, sotto il segno della donazione. Non lo pensiamo: qualcosa si consuma, qualcosa si consuma per darci la possibilità di vivere, per darci vita. Forse è questa una delle dimensioni sconcertanti del consumismo: che si consuma cancellando ogni significato di donazione. Tutto viene consumato come se fosse spoglio, senza gratitudine. Eppure, quanto è vero che questo cibo, la premura, l'amore che tu hai messo nel prepararmelo nutre la mia vita, dona vita. Stiamo smarrendo purtroppo -dico purtroppo perché è gravissima perdita- la simbolicità dei riti più comuni -come il mangiare-, che diventano volgari se sono all'insegna di un arido consumo. Il rito del mangiare, come il rito dell'amore, anche il rito religioso... se non vi leggi in filigrana una donazione, è arido consumo. Consumeremmo l'Eucaristia, se ogni volta non ci stupisse fino a commuoverci l'atto di donazione di Gesù, il Signore, il corpo dato per noi e per la moltitudine. Se il rito è vero -dice Gesù- nasce una dimora: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui". Se il rito è vero, come nell'amore, nasce la dimora. Se il rito è vero non è consumo. "Maestro, dove abiti?" gli chiesero quei lontani discepoli. "Venite e vedrete"; andarono e videro. "Maestro, dove abiti?" gli chiediamo noi, duemila anni dopo, noi eredi di quei lontani discepoli. "Venite e vedrete" e lo vediamo abitare. Vediamo il Maestro abitare in questo gesto di sconfinata donazione. E ci viene anche detto che, se lo faremo nostro, avremo la vita eterna, come a dire che il resto si consuma, ma l'amore no, l'amore è per la vita eterna.
Fonte:sullasoglia

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