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Commento alle letture 8 luglio 2012 (G.Bruni)

Giancarlo Bruni,  appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose.

Letture: 
Ez 2,2-5; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6.
«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria»

1. L’itineranza è la caratteristica di Gesù: da un luogo deserto (Mc 1,35) al monte (Mc 3,13), dal monte presso il mare (Mc 3,7) in un continuo spostamento da una riva all’altra (Mc 4,35; 5,1.21. E ancora da una casa alla sinagoga e lungo la via da un villaggio all’altro. Mai egli si ferma a lungo in un posto, il suo motto è: «Andiamocene altrove…e andò per tutta la Galilea predicando e scacciando i demoni» (Mc 1,39).
Gesù è un uomo in cammino, nel brano evangelico di oggi dalla casa di Giairo «venne nella sua patria», Nazaret, con i suoi discepoli e, come suo solito, si reca di sabato nella sinagoga a insegnare. Un annunciare con autorità di essere la risorsa ultima e decisiva di Dio di manifestarsi al mondo come Dio di salvezza per il mondo. Di fatto in Gesù inizia la fase ultima della storia (Mc 1,14), quella della lotta radicale contro i mali che si oppongono all’emergere del Regno di Dio che, per dirla con Paolo, è «pace, gioia e giustizia nello Spirito Santo» (Rm 14,17), vinta la stessa morte ultima nemica. Un dire che nei suoi concittadini, e in loro in noi e in tutti, causa interrogativi e stupore-sbalordimento: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?» (Mc 6,2).
2. Dalla risposta a questa domanda dipende la propria intelligenza di Gesù e il tipo di adesione a Gesù. Quelli della sua terra intuiscono che quella sapienza e quella forza operativa potrebbero essere da Dio e ne intravedono le conseguenze, l’essere davvero Gesù l’inviato di Dio a porre in termini ultimativi la scure alla radice del male e il seme del bene al cuore della vicenda umana, in cui stà il sogno del «cielo» di dar luogo nel disumano della «terra» a oasi di novità pacifiche, gioiose e giuste, segno del come Dio vuole la vita e evocazione di ciò che compiutamente sarà. Non resta che decidersi: «Convertitevi e credete nel Vangelo», aderite a questa buona notizia di Dio che è Gesù e al suo annuncio. Un appello respinto al mittente da parte dei suoi concittadini che non lo non riconoscono come inviato da Dio e non riconoscono il suo messaggio come parola di Dio, un no denominato incredulità tale da stupire lo stesso Gesù: «E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). Il loro stupore non si è convertito in fede, un conto è meravigliarsi e un conto è dare fiducia, e la loro non fiducia ha condizionato l’agire di Gesù: «E lì non poteva compiere nessun prodigio» (Mc 6,5). Per Gesù «i miracoli non sono gesti spettacolari, fatti per ottenere l’applauso e piegare la resistenza di chi non vuol credere» (F.Lambiasi) ma eventi dell’amore di Dio e segni del suo creare novità nel suo Cristo, possibili e leggibili unicamente là ove si pone la disponibilità a credere. Disponibilità appunto non posta da molti in Nazaret incapaci di andare oltre un approccio puramente umano a Gesù (2 Cor 5,16): come può quel carpentiere che conosciamo, quel figlio di Maria che conosciamo e con quella parentela che conosciamo (Mc 6,3) essere il Cristo, l’Unto di Dio? Come può il Messia manifestarsi in panni così quotidiani, così poveri, così ovvi? E quella sapienza e quei gesti? Frutto di esaltazione e di poteri paranormali. D’altronde i suoi stessi familiari l’hanno considerato «fuori di sé» (Mc 3,21), in un paese prima o poi salta sempre fuori il pazzo del villaggio, l’esaltato di turno. Una lettura che è all’origine di un detto divenuto famosissimo: «Ma Gesù disse loro: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Mc 6,4).
3. Il discepolo lo deve sapere: il suo maestro, il suo medico e il suo Messia può essere considerato una «occasione di scandalo» (Mc 6,3), una pietra di inciampo per molti di ieri e di oggi, nessuno escluso, a motivo di una biografia personale così dimessa, così svuotata di ogni «grandeur», di ogni ostentazione mondana. Ma è in quel mite e umile che il Dio mite e umile compie le sue grandi opere per l’uomo a cominciare da quelli che lo disprezzano, semplicemente li ama e, sul mercato di un mondo che «vende il sangue del povero mondo» (A.Reizine), egli continua a regalare gratuitamente pace, gioia, giustizia e amore. Il futuro comincia a consegnarsi al presente.

Fonte: toscanaoggi

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