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La parola della domenica 15 Aprile 2012 (Casati)


At 4,32-35
1 Gv 5,1-6
Gv 20, 19-31

Probabilmente il vangelo di Giovanni finiva qui, con il racconto che oggi abbiamo ascoltato.
Solo in un secondo momento si è voluto aggiungere il capitolo ventunesimo con il racconto dell'apparizione al lago di Tiberiade e con l'episodio della riabilitazione dell'Apostolo Pietro. Ebbene, a differenza del racconto degli Atti degli Apostoli, dove -l'abbiamo percepito - la prima comunità cristiana viene un po' idealizzata: "un cuor solo, un'anima sola, tutto... in comune", qui la comunità delle origini è colta con i suoi problemi, problemi di fede, con le sue paure -e non è bastata la manifestazione del Risorto: otto giorni dopo le porte sono ancora chiuse - con la sua fatica a convincere non dico un lontano, ma uno dei suoi, un apostolo, con i dubbi e le resistenze a credere. Quasi Gesù volesse aprirci gli occhi sui problemi relativi alla fede che ci avrebbero accompagnati nel tempo, sul non facile, anzi faticoso approdo alla fede. Dopo la breve stagione della sua presenza in carne ed ossa, ecco aprirsi il tempo di una presenza diversa di Gesù, per la quale non bastano gli occhi della carne, occorrono gli occhi della fede: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno". Sembra di capire, leggendo il racconto, che già in quelle apparizioni del Risorto la presenza di Gesù era cambiata, si era come trasformata. Lo possiamo intuire da quel venire di Gesù "a porte chiuse". Dove decisiva, sempre più decisiva, diventa la porta del cuore. Quella va aperta: "Ecco, sto alla porta e busso" - è scritto nel libro dell'Apocalisse - "se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (Ap 3, 20). Era come se Gesù volesse educarci a questa sua nuova presenza, a questo suo nuovo modo di venire, che è quello delle nostre celebrazioni, di otto giorni in otto giorni, dove le porte sono chiuse e decisiva, sempre più decisiva, è la porta del cuore dei discepoli, la porta del tuo cuore, dove gli occhi non ci sorreggono, ci sorregge la fede. A volte penso che i nostri riti sono talvolta consumati, consumati dall'abitudine. Purtroppo. Dovremmo chiederci: sono i nostri riti abitati dalla presenza di Gesù, come la casa degli apostoli? "Venne" -è scritto - "stette nel mezzo e disse: Pace a voi". Così il primo giorno dopo il sabato, così otto giorni dopo, così di otto giorni in otto giorni. Anche oggi, capite! Viene, è in mezzo a noi. E dice: "Pace a voi". Dice "pace" perché sa che sono tante le paure, le paure che ci abitano, sono tanti i dubbi, i dubbi che ci abitano, sono tante le ferite, le ferite che ci abitano. Dice: "Pace a voi". Siamo qui a ritrovare la pace per rientrare nelle case, nella vita, con più pace nel cuore. E viene Gesù, anche se in mezzo a noi c'è Tommaso. Che bello che sia così! Perché Tommaso siamo un po' tutti! Tommaso è ognuno di noi, se non altro per quella parte di non credenti che è in ciascuno di noi. Di noi che sentiamo vera, nostra fino in fondo, la preghiera del padre del ragazzo indemoniato del vangelo. La ricordate? "Credo, Signore. Ma tu aiuta la mia incredulità" (Mc 9, 24). Fede -"credo"- e incredulità insieme. Siamo qui, come Tommaso, con la nostra sete di vedere e di toccare. E che cosa risponde Gesù? "Tendi la tua mano e mettila nel mio costato". Costato, in greco pleura,, è lo stesso termine che ritroviamo nel vangelo una pagina prima, quando si dice che il soldato, vedendo che Gesù era già morto, "gli colpì il fianco" -pleura,- "con la lancia e uscì sangue ed acqua" (Gv 19, 33-34). E si aggiunge: "chi ha visto ne dà testimonianza, e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate" (Gv 19, 35). Pensavo: anche il soldato vide. Ma è un vedere diverso. Il vedere del soldato è il vedere di chi constata la morte, il vedere dei discepoli è il vedere di chi dal sangue, dalla morte, vede fluire l'acqua, il dono della vita. Il soldato compila un certificato, un certificato di morte. Il discepolo scrive un vangelo, la buona notizia della vita. E noi? Noi che cosa facciamo? Constatiamo la morte, compiliamo certificati di morte, o, nonostante tutto, contro tutte le apparenze, indichiamo segnali di vita?
Fonte:sullasoglia

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