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Riflessioni sulle letture 19 febbraio 2012 (Manicardi)

domenica 19 febbraio 2012

Anno B

Is 43,18-19.21-22.24b-25; Sal 40; 2Cor 1,18-22; Mc 2,1-12



Un elemento di unità tra Antico Testamento e vangelo può essere rintracciato nella remissione dei peccati, prerogativa di Dio (Is 43,25; Mc 2,6) che Gesù attualizza nella sua persona (Mc 2,5). Se la remissione dei peccati è la grande esperienza di salvezza che all’uomo è dato di fare, la guarigione fisica del paralitico è il segno dell’autenticità di tale parola salvifica che Gesù ha pronunciato su di lui (Mc 2,5.9-11). Nei vangeli le guarigioni sono sempre segni di una salvezza che si delinea come comunione con Dio in Cristo per mezzo dello Spirito e che solo nel Regno troverà la sua pienezza. Oggi, invece, si osserva un ribaltamento della prospettiva: la reinterpretazione individualizzante del rapporto salvezza – guarigione rende la salvezza metafora di guarigione, un modo di esprimere ciò che veramente è ritenuto essenziale, ovvero la rigenerazione personale, il ritrovamento della pienezza del benessere fisico e psichico.
 Il testo presenta il gesto di quattro uomini che portano il malato a Gesù. Questo gesto di portare il malato impotente a muoversi da solo, paralizzato (potremmo aggiungere: costretto su una carrozzella), combina forza e delicatezza, intelligenza e carità e crea una partecipazione profonda tra il malato che accetta di farsi portare e l’accompagnatore che sceglie di portare il peso del malato. Questa scena è in verità una bella rappresentazione della solidarietà che dovrebbe regnare nella comunità cristiana tra le varie membra del corpo. Esperienza che nella comunità cristiana tutti fanno è quella di essere portati perché si è incapaci di camminare da soli. Nelle nostre debolezze e nei nostri peccati noi siamo portati da altri, e nella fede sappiamo che Cristo ha portato noi nelle nostre infermità e nelle nostre trasgressioni. Scrive Dietrich Bonhoeffer commentando la parola di Gal 6,2: “Portate i pesi gli uni degli altri”: “La legge di Cristo è una legge del ‘portare’. Portare vuol dire sopportare, soffrire insieme. Il fratello è un peso per il cristiano. Solo se è un peso, l’altro è veramente un fratello e non un oggetto da dominare”.
Ma portare il fratello a Cristo è anche immagine dell’intercessione. Inter-cedere significa fare un passo tra due parti e indica una compromissione attiva, un prender sul serio tanto la relazione con Dio, quanto quella con gli uomini. Nell’intercessione noi assumiamo il fratello davanti a Dio mostrando la nostra responsabilità per la sua situazione di bisogno e la nostra fede in Dio. Non a caso quel gesto, secondo il vangelo, è visibilizzazione della fede dei quattro portatori (Mc 2,5). Gesù vede, discerne la fede di quegli uomini in quel gesto così umano, semplice, deciso, tenero. Che non si reclamizza. La visibilità della fede non è esito di strategie comunicative o di eventi straordinari e numericamente impressionanti, ma è celata, umile, quotidiana.
Nella loro fede essi non reagiscono negativamente alle parole di Gesù che non guarisce ma proclama la remissione dei peccati: forse si attendevano un gesto di guarigione, ma si rimettono a Gesù accogliendo ciò che egli vorrà e potrà fare. Gli scribi invece hanno una reazione in tre momenti che è spesso anche la nostra: indignazione di fronte a ciò che scardina e spiazza gli schemi – teologici, ma non solo – abituali (“Perché costui parla così?”); accusa verso l’altro (“Costui bestemmia!”); razionalizzazione della propria reazione e ricerca di motivi per fondarla (“Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?”). Di contro a tale reazione stizzita, c’è il silenzio in cui si esprime la fede dei quattro uomini che hanno sostenuto e portato il paralitico.
E il testo diviene immagine del posto del malato al cuore della comunità cristiana: “le membra del corpo più deboli sono le più necessarie” (1Cor 12,22). E forse ci viene anche suggerito che la comunità che crede la remissione dei peccati è quella che sa assumere e portare il fratello nelle sue paralisi e nei suoi peccati, il fratello debole e infermo.


LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno B
© 2010 Vita e Pensiero

Fonte: monasterodibose

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