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VI domenica di Pasqua (Giancarlo Bruni)


Giancarlo Bruni, (1938) appartiene all'Ordine dei Servi di Maria e nello stesso tempo è monaco della Comunità ecumenica di Bose. Risiede un po’ a Bose e un po’ all’eremo di San Pietro alle Stinche (FI).




Gli amici del Signore


29 maggio 2011. 6ª Domenica di Pasqua. Letture: At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21. «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui»


1. La tavola è luogo di comunione, di condivisione e di comunicazione non solo di notizie ma di quanto pulsa veramente nel cuore detto con gesti, con silenzi e con parole. Così Gesù ha vissuto la sua Ultima cena con i suoi, iniziata in Giovanni con il gesto della lavanda dei piedi e proseguita con un discorso testamentario la cui chiave di lettura è racchiusa nel termine « amicizia» : « Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici , perché tutto quello che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Amico è chi ti rende partecipe del sapere che dimora nel profondo del suo cuore varcata la soglia delle maschere mistificatorie, viso scoperto a viso scoperto; amico è chi legge la propria vita in termini di libero e amante dono di sé agli amici, che possono essere anche i nemici: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Cristiano è chi nella vita dice di essere stato incontrato da un amico di nome Gesù, incantato dalla sua parola e sorpreso dal suo amore; un amico che lui stesso suggerisce come rispondere ai suoi gesti,la lavanda e la croce, : « Amatevi come io vi ho amati» (Gv 15,12), e al suo dire: « Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando» (Gv 15,14). Questa è la chiave interpretativa di tutto il Vangelo di Giovanni, il racconto di una amicizia che cambia la vita.

2. A questa ottica non sfugge la pericope odierna la cui prima sfumatura riguarda proprio il come rispondere all’Amico che si accompagna al cammino dell’uomo: « Se mi amate,osserverete i miei comandamenti…Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva , questi è colui che mi ama… Se uno mi ama, osserverà i miei comandamenti» (Gv 14,15.21.23). I termini di una amicizia sono posti: da parte di Gesù si tratta di non privare l’uomo delle parole di Dio, e in questo stà il suo amore per l’uomo, e da parte dell’uomo si tratta di accogliere, di custodire, di ringraziare e di praticare la parola-comandamento ricevuti, e in questo stà il suo amore per Gesù. La verità della loro relazione consiste pertanto in un camminare insieme nella parola, donata quella dell’uno e accolta nella riconoscenza quella dell’altro. Parola non a caso detta comandamento a sottolineare che il linguaggio dell’amicizia non conosce oscillazioni là ove sono in gioco le ragioni decisive dell’esistere: « Se uno osserva le mie parole non vedrà mai la morte» (Gv 8,51). Imperativo categorico che domanda all’uomo una risposta categorica non da costretto ma da amico che non può non riamare quel Tu venuto da lontano così preoccupato di lui, venuto con sillabe che trasudano vita. Finalmente liberi dalla non conoscenza di Dio come amore, da giorni nel disamore e da approdi pensati come scivolamento nel nulla. Liberi appunto dalla morte. E nuovi orizzonti si aprono. L’amicizia di Gesù palese nel comunicare messaggi di vita, da null’altro mosso che da una volontà di bene, si esplicita ulteriormente nel dono dello Spirito: « Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito…lo Spirito di verità …che rimane presso di voi e sarà in voi» (Gv 14,16-17). Colui che è « presso» i discepoli durante l’esistenza terrena di Gesù, e lo è attraverso di lui il pieno di Spirito, sarà « in» loro e in una moltitudine dopo di loro a partire dalla resurrezione di Gesù. Spirito invocato da Gesù e inviato dal Padre mediante Gesù (Gv 14,25;15,26); Spirito soffiato dal Risorto (Gv 20,21-23) e « chiamato vicino», questo significa Paraclito, a svolgere un’opera di volta in volta di consolazione (Gv 14,18), di illuminazione (Gv 14,26; 16,12-15), di testimonianza (Gv 15,26-27) e di giudizio (Gv 16,7-11); Spirito detto « altro» nei confronti di Gesù (Gv14,16).
3. Ho riferito questa lunga catena di citazioni a sottolineare come nel dono dello Spirito l’amicizia amante di Gesù si adempie in pienezza. Colui che ha consegnato a un testamento, il Vangelo dell’addio, le sue parole di vita, è il medesimo che affida a un Soffio il compito di suggerire alla mente e al cuore dei suoi amici di ieri e di sempre che egli non li lascia orfani di sé (Gv 14,18) e del suo insegnamento. Affidamento non illusorio testimoniato dal permanere nella storia di uomini e di donne per i quali Gesù continua ad essere l’amico e il vivente e la sua parola la guida orientatrice dell’esistere, indici di un amore mai venuto meno, cifra del non averlo lasciato mai solo, orfano di noi. E questo è evento dello e nello Spirito paragonato al vento che viene da fuori di noi in noi messaggero di buone notizie (Gv 3,4-8;14,16-17): la Parola fatta carne (Gv1,14) ci ama iniziandoci ai messaggi di Dio; noi amiamo la Parola non disattendendone l’annuncio che rende colorata e sensata la vita; il Padre ama chi ama il Figlio e il suo comandamento e con il Figlio si manifesta a  noi prendendo dimora in noi (Gv 14,21.23; 16,27). Vento inviato accanto per renderci accanto alla Parola amica, amata e veduta con gli occhi del cuore nella quale ci è dato di vivere relazioni di amicizia con Dio e con il prossimo ora e sempre.

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