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VI domenica del tempo Ordinario (Luciano Manicardi) domenica 13 febbraio 2011

Anno A
Sir 15,15-20; Sal 118; 1Cor 2,6-10; Mt 5,17-37
 
La prima lettura parla del comando come di un’offerta di Dio all’uomo, non come di un’imposizione. Un’offerta che suscita e sollecita la libertà dell’uomo mentre gli rivela una sua potenzialità: “Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti” (Sir 15,15). L’approfondimento e la radicalizzazione del senso dei comandi operati da Gesù è anche approfondimento e radicalizzazione della libertà umana che trova nel cuore la sua sede invisibile e nelle relazioni con gli altri il luogo del suo manifestarsi come responsabilità liberante (vangelo).

Le parole di Gesù che assicurano che egli non è venuto ad abrogare, ma a compiere la Torah, impediscono di leggere le successive affermazioni di Gesù solo come antitesi, perché il secondo elemento della frase (introdotto da: “ma io vi dico”) svela il senso racchiuso nel primo (“Avete udito che fu detto”). Inoltre Gesù non si oppone alla Scrittura, ma a interpretazioni e spiegazioni della Scrittura date dagli scribi: “Il popolo non leggeva un testo, ma ascoltava la parola proclamata nelle sinagoghe e interpretata nelle scuole” (Alberto Mello). Dunque il testo non autorizza alcuna posizione sostituzionista: Gesù non abroga la Torah, né la sostituisce, ma ne fornisce un’ermeneutica radicale.
Gesù radicalizza il comando biblico “non uccidere” affermando che vi è già violenza omicida nel dire a uno “stupido” o “pazzo” (Mt 5,21-22). Dietro queste parole di Gesù si coglie il problema della collera. Collera che, essendo un’emozione, di per sé non è né buona né cattiva. Il problema è l’uso che ne viene fatto e il modo in cui viene gestita. Si tratta di riconoscere i segni precursori della collera (contrazione dei muscoli, afflusso di sangue al viso, accelerazione dei battiti cardiaci, dilatazione degli occhi, blocco della respirazione, contrazione del diaframma, inumidirsi delle palme delle mani) e di esprimerla in modo non violento, cioè alla prima persona (“Sono molto arrabbiato con te”, “Mi hai fatto star male con il tuo comportamento”) piuttosto che alla seconda (“Tu sei pazzo”, “Sei una nullità”, “Non capisci niente”), che è già omicida. La collera è rivelatrice e ci aiuta a conoscerci: “Nella nostra dottrina non si chiede all’anima credente se va in collera, ma perché” (Agostino, De civitate Dei IX,5). La collera non espressa può essere più mortifera di quella espressa: “In certi casi l’ira impone all’animo agitato di non parlare e quanto meno si esprime fuori, tanto più brucia dentro … Spesso l’ira chiusa nell’animo col silenzio ribolle con più veemenza e, pur senza parlare, forma voci violente” (Gregorio Magno, Moralia V,82). L’ira che Gesù stesso ha provato (cf. Mc 3,5) e espresso (cf. Mc 10,14; Gv 2,15) mostra poi che vi è anche una santa collera che traduce lo sdegno divino di fronte alle ingiustizie e ai peccati degli uomini. 
I vv. 23-24 attestano il primato della relazione sul rito: il rito può essere interrotto per cercare e attuare la riconciliazione con il fratello. Le relazioni umane sono il luogo del vero culto a Dio. Per questo la riconciliazione e la pace con il fratello sono elementi essenziali per l’autentica celebrazione eucaristica. Meglio non partecipare all’Eucaristia che parteciparvi smentendo nella prassi ciò che si celebra con il rito: “Chi è in lite con il suo amico, non si riunisca con voi finché non si siano riconciliati, in modo che non sia profanato il vostro sacrificio” (Didaché XIV,2). Nella Didascalia Apostolorum si ordina: “O vescovi, affinché le vostre preghiere e i vostri sacrifici siano graditi, quando vi trovate in chiesa per pregare, il diacono deve dire ad alta voce: ‘C’è qualcuno che è in lite con il suo prossimo?’, in modo che, se ci sono persone che sono in lite tra loro, tu li possa convincere a stabilire la pace tra loro” (II,54,1).
L’ammonimento di Gesù sul giuramento (vv. 33-37) è un invito alla responsabilità della parola. Gesù opera una desacralizzazione e chiede al credente una laica adesione alla parola pronunciata senza chiamare in causa elementi sacri come testimoni della veridicità del proprio dire. Il parlare dell’uomo dev’essere talmente vero da non aver bisogno di giuramenti. 

LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno A
© 2010 Vita e Pensiero

Fonte: MonasterodiBose

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