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Le festività del popolo d'Israele e la Buona Novella (Ruggero Sangalli)


La successione delle festività rituali del popolo di Gesù ci rende grati di una tradizione millenaria, sopravvissuta ad ogni angheria e rovescio della storia. Dobbiamo essere grati alla cultura ebraica per questa eredità di fede e di osservanza, specialmente del terzo comandamento e riconoscenti anche per la possibilità di comprendere in profondità la continuità tra Antico e Nuovo Testamento: un solo Dio ed un’unica storia di salvezza.
Siamo grati della straordinaria occasione di intuire meglio ciò che viene descritto nei Vangeli, che alla luce dei riflessi di queste ricorrenze risultano cronologicamente scanditi e storicamente più che mai attendibili, intessuti di una cultura pienamente condivisa da Gesù stesso e non ancora travolta dalla catastrofe del 70 d.C.
La memoria che si fa memoriale è una energica sferzata di vita di fede, di presenza di un Dio attento alle vicende umane e di un’umanità rivolta a Dio, in un dialogo che rivela le rispettive prerogative, dispiegato nelle fragilità e nelle miserie umane. È un abbraccio tra popoli attraversati dal compiersi del progetto di Dio sulla storia; è un appuntamento che ogni singolo attende con il proprio popolo ed ogni popolo dentro la storia.
Con questa consapevolezza guardiamo dunque alle grandi festività del popolo ebraico, per conoscerle e dentro questo sapere rileggiamo il vangelo per riconoscerlo ancor più vero e quindi per introdurci sempre di più nella verità di Gesù.
La festa di Shavuot (delle sette settimane) è detta anche Pentecoste perché cade 50 giorni dopo la Pasqua: è detta anche festa della mietitura o delle primizie. Dipendendo dalla pasqua può cadere da maggio ad inizio giugno, secondo l’oscillazione del 6 sivan: non essendo mai di martedì, giovedì o sabato può essere trasposta al 7 sivan. È il giorno legato alla consegna della Torah sul Sinai e per i cristiani quello della discesa dello Spirito santo sugli apostoli, riuniti in preghiera con Maria. Nei Vangeli può essere associato all’inizio della predicazione del Battista (inizio giugno del 29 d.C.) e forse al Battesimo di Gesù (fine maggio del 30) con la voce dal cielo a certificare quello “strano penitente” al Giordano.
La festa di Succot (delle capanne) è nella settimana successiva allo Yom kippur, giorno dell’espiazione, il 10 tishri. È il settimo mese, quello del capodanno. Lo Yom kippur è giorno legato a Lc 1,8 ed alla confessione di Pietro a Cesarea (Mc 8, 27-30 e paralleli).
Il mese di tishri corrisponde ai nostri settembre/ottobre e questa festa, detta anche dei tabernacoli, dura otto giorni, a partire dal 15 tishri. Ricorda la vita di Israele durante il viaggio verso la terra promessa. Anche la lettura della Torah finisce qui, per ricominciare da “bereshit” (Genesi) il primo shabbat appresso. È una festa di altissimo sapore messianico, una festa di “ricominciamento”. Il 16 tishri, sei giorni dopo lo yom kippur, avviene la Trasfigurazione (Mc 9,2 e paralleli). I primi due giorni di Succot sono festa piena, poi ci sono i giorni di “mezza festa”, ricordati da Gv 7,14: il settimo giorno, ultimo di mezza festa, è di importanza speciale prima di concludere in gran preghiera l’ottavo. Nei Vangeli corrisponde al prodigioso concepimento di Giovanni in Elisabetta, con il mutismo di Zaccaria, nel settembre del 3 a.C. È l’epoca in cui probabilmente Giuseppe e Maria si fidanzarono.
La festa di Hanukkah (o encenie) si lega alle vicende di Giuda Maccabeo con la dedicazione del tempio (dicembre del 164 a.C.) dopo la profanazione ad opera di Antioco Epifane. È una festa gioiosa e luminosa, che inizia il 25 kislev, durando otto giorni, fino al 2 o 3 tevet. Siamo tra novembre e dicembre, a seconda dell’anno. Questa festa si collega al Natale e a Gv 10,22 in cui si specifica che quell’anno la festa era “alta” e perciò d’inverno (siamo nel 32), nel periodo in cui nascono gli agnelli che saranno poi sacrificati a Pasqua. È in tanta luce che Giovanni dice che viene la luce del mondo dopo che Giuseppe e Maria sono arrivati a Betlemme. È anche il periodo dell’anno in cui avvenne l’Immacolata concezione di Maria, preparando la casa al Dio incarnato.
La festività del Purim (delle sorti) cade il 14 del mese ebraico di adar. Nelle città cinte da mura la festa dura due giorni e si conclude la sera del giorno 15. Ricorda la vicenda di Ester, Mardocheo, il re Serse (Assuero) ed il cattivo Aman che troviamo raccontata nel libro di Ester. È una festa che celebra il ribaltarsi di una sorte che pareva segnata, in cui una donna, Ester, si erge ad assoluta protagonista. È una prefigurazione di Maria: nella preghiera di Ester (Est 4,17) ci sono chiare allusioni a Lc 1,38 e anche del Magnificat. Nel nostro calendario si tratta dei mesi di febbraio/marzo. Cade a circa 5 mesi dalla festa di Succot, nel dodicesimo mese del calendario lunare. E’ una festa che possiamo legare al tempo dell’Annunciazione dell’angelo Gabriele a Maria, nel sesto mese di Elisabetta. Ed è anche una festa che cade un mese prima di Pesach (Pasqua), che ben si presta cronologicamente per l’episodio di Cana, descritto in Gv 2, 1-10 poco prima di una Pasqua, quando Maria chiede di fare ciò che dice Gesù. 
La festa di Pesach (Pasqua) ricorda l’Esodo, con la liberazione dalla schiavitù di Egitto e celebra la passione, morte e resurrezione di Gesù, nel 33. La festa detta anche degli azzimi dura una settimana, nel primo mese del calendario ebraico, nisan (nostro marzo/aprile), dal giorno 15 (il giorno ebraico inizia al tramonto del sole del giorno precedente, quindi sul far della sera del 14 nisan). Anticamente la Pasqua del Signore era proprio il giorno 14 nisan (Num. 28,16), il giorno del sacrificio dell’agnello. Ed è quello in cui Gesù, Agnello di Dio, celebra l’ultima cena, poi viene arrestato e infine crocifisso. È il giorno in cui Dio libera “passando oltre” ed è questo il significato di passaggio attribuito alla Pasqua, dalla vita che muore alla vita che non muore. È la festa che vide Maria e Giuseppe ritrovare Gesù dodicenne al tempio.
Leggendo il Vangelo in relazione a queste feste è possibile contemplare ogni episodio in piena sintonia, nella concretezza del tempo che scorre sempre uguale e sempre diverso, al ritmo delle stagioni e delle ricorrenze, legato alla storia e proiettato nel futuro. È la lettura tra l’altro proposta da Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret, specie al capitolo 9, magistrale nell’intessere le feste con la vicenda di Gesù, fino a scrivere, citando H. Gese: «Gesù è la stessa Torah», come deve aver iniziato a pensare chi fu presente sul monte della trasfigurazione, avendo udito la voce del Padre affermare un imperativo ed impegnativo: «ascoltateLo!». Di questa consapevolezza siamo debitori.

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