Epifania del Signore giovedì 6 gennaio 2011 (Luciano Manicardi)

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Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3a.5-6; Mt 2,1-12 

La città di Gerusalemme (I lettura); la casa (il testo parla di oikía, “casa”, non di grotta) di Betlemme dove giace il neonato (vangelo); il ministero apostolico di Paolo (II lettura): i tre testi ci pongono di fronte a tre mediazioni della rivelazione di Dio e della sua volontà di estendere a ogni uomo il suo disegno salvifico. Se la città di Gerusalemme su cui splende la luce di Dio e verso cui si dirigono tutti i popoli è profezia dell’evento messianico nella sua portata escatologica, il ministero apostolico con cui Paolo si rivolge ai pagani chiamandoli alla fede avendo ricevuto per rivelazione la conoscenza del mistero per cui anche i pagani sono chiamati a formare, in Cristo Gesù, un unico corpo, ne è la testimonianza nei tempi della chiesa. La casa di Betlemme, in cui si trova il neonato Gesù e a cui la stella sorta in Oriente guida i Magi, è il luogo periferico, marginale, scelto da Dio per il compimento del suo disegno salvifico: la vera luce va riconosciuta nella debolezza della carne umana del neonato. Egli è la luce annunciata dal profeta, indicata dalla stella, testimoniata dall’Apostolo.
L’incontro con Dio necessita di segni, di mediazioni, forti e impalpabili al tempo stesso come i tutti i segni di luce.


Il testo evangelico presenta la ricerca di Dio da parte dei Magi: ricerca fatta di fiducia, cammino, domanda e, finalmente, incontro. La fiducia di chi si lascia guidare dai segni del cielo e vi obbedisce; il cammino precario di chi non predetermina la strada da percorrere, ma avanza senza conoscere la meta; dunque un cammino segnato da precarietà e insicurezza, ma vivificato da un’attesa ardente; quindi la domanda che denota l’umiltà di chi deve affidarsi ad altri, a chi ha fruito della rivelazione e conosce le Scritture; infine l’incontro, che sempre avviene come scambio di doni e condivisione di povertà. Il cammino dei Magi presenta così diverse analogie con il cammino di Abramo che, in obbedienza alla Parola di Dio, intraprese un cammino verso una meta che non conosceva e che il Signore gli avrebbe indicato, cammino segnato da stranierità e precarietà, e orientato dall’attesa del compimento. Se il cammino di Abramo è una ricerca originata dalla fede nel Dio unico, il cammino dei Magi è un cammino che sfocia nella fede nel Dio di Gesù Cristo. 

I Magi abbisognano della Torah per giungere al Messia: la luce della stella deve essere accompagnata dalla luce della Parola di Dio. La Scrittura non è solo il Libro che indica il luogo di nascita del Messia, ma il Libro che, per il credente, legge il mondo, lo interpreta, gli dà un senso. E consente di trovare il Cristo nella quotidianità degli eventi e delle relazioni.
Alla luce da cui i Magi accettano di farsi illuminare si oppone la tenebra in cui Erode sceglie di rimanere: la prima si manifesta come gioia e si esprime nel donare (cf. Mt 2,10-11), la seconda è sinonimo di turbamento, si manifesta come volontà di sopprimere (cf. Mt 2,3.13), come menzogna e doppiezza (cf. Mt 2,7-8).
Ma vi è una tenebra che persiste anche nei nostri cuori e nelle nostre menti quando intendiamo la rivelazione divina e il suo disegno salvifico in senso esclusivo ed escludente, attribuendo al Dio di ogni carne le nostre grettezze, le nostre diffidenze verso l’altro, i nostri rifiuti verso il diverso e il lontano. Il cammino dei Magi deve divenire spiritualmente il nostro cammino di conversione dal “contro” al “con”. Del resto, noi, che proveniamo dalle genti, dal mondo pagano, abbiamo già beneficiato dell’estensione dell’eredità promessa a chi proveniva dal popolo eletto: noi etnico-cristiani siamo intravisti dalla Lettera agli Efesini quando parla di coloro che sono divenuti coeredi (coheredes), partecipi dello stesso corpo (concorporales) e compartecipi (comparticipes) della promessa accanto e insieme ai giudeo-cristiani (Ef 3,6). Il passaggio dal contro al con si fonda quindi sulla morte e resurrezione di Cristo, evento nel quale Gesù ha vinto l’inimicizia e fatto la pace tra i due popoli, tra il giudeo e il greco. La nostra luce non può trovare una garanzia nel pensare che gli altri sono nella tenebra. Né può significare la volontà di mantenere gli altri nella tenebra. La luce di Cristo è venuta nel mondo per illuminare ogni uomo.
LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno A
© 2010 Vita e Pensiero 

Fonte: MonasterodiBose
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