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Immacolata Concezione della B.V. Maria 8 dicembre 2010 (Luciano Manicardi)

Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Lc 1,26-38

La promessa di Dio, che afferma che l’inimicizia tra la discendenza della donna e il serpente conoscerà la vittoria della stirpe della donna (I lettura), trova compimento nella nascita del Messia da Maria, la benedetta tra tutte le donne (vangelo), sicché l’autore della Lettera agli Efesini può cantare che in Cristo Dio ha benedetto i credenti con ogni benedizione spirituale (II lettura).
Se nel racconto delle origini il peccato si manifesta anche come deresponsabilizzazione (di Adamo come di Eva: cf. Gen 3,12-13), come caduta nel perverso meccanismo della delega e della colpevolizzazione dell’altro, il vangelo presenta Maria come donna che mostra la propria soggettività assumendo la responsabilità della parola che il Signore le ha affidato (“Eccomi…”: Lc 1,38) e la seconda lettura vede i cristiani come chiamati ad assumersi la responsabilità della carità per vivere la santità.

Alla domanda di Dio “Dove sei?” (Gen 3,9) a cui Adamo si sottrae per paura e vergogna, il vangelo oppone la risposta “Ecco la serva del Signore!” con cui Maria dice la sua disponibilità piena di amore a lasciarsi plasmare dalla Parola di Dio (cf. Lc 1,38): l’amore pieno scaccia la paura. E i cristiani sono chiamati a vivere la santità che ha come contenuto la carità, l’amore (cf. Ef 1,4).
Maria, madre e figura dei credenti, crede l’impossibile: lei, vergine che non ha relazioni con un uomo, avrà un figlio. E insegna che la fede è una forza che impedisce di adagiarsi sull’ineluttabile e spinge a non darla vinta al destino, al fato, all’inesorabile. In ogni autentico atto di fede è sempre implicita la fede nella resurrezione, la fede che non si arrende all’ovvietà della morte e alla ripetitività coercitiva delle leggi di natura (la vecchiaia e la sterilità di Elisabetta; la verginità di Maria; ma soprattutto e prima di tutto, la morte di Cristo). Credere l’impossibile non significa dunque aprire la porte all’irrazionale, al magico, all’insensato, ma aver sempre presente la resurrezione. La fede crede l’impossibile perché crede la resurrezione. La fede fa affidamento sul Dio a cui niente è impossibile, ovvero, che ha risuscitato Cristo dai morti. La forza della fede capace di trasportare montagne è tutta lì. E non è un mito, ma una realtà sperimentabile: la fede del piccolo gregge ha saputo spostare folle e affascinare i cuori di tanti.
Le domande di Maria, il suo stupore, il suo imbarazzo, o almeno la sua ritrosia, di fronte alle parole dell’angelo (cf. Lc 1,29.34), esprimono un aspetto della fede di Maria che dovrebbe essere costitutivo della fede dei cristiani: il pudore, la delicatezza, la riservatezza. La fede si situa sempre di fronte al mistero di Dio e il mistero chiede pudore e silenzio, non esibizione.

L’assenso che Maria accorda alle parole dell’angelo (cf. Lc 1,38) sarà salutato da Elisabetta come l’atto con cui Maria “ha creduto che vi sarebbe stato adempimento alle parole del Signore” (Lc 1,45). Maria è la credente perché ha creduto: l’espressione “credente” non è un’etichetta identitaria o un’astratta formula di appartenenza, ma trova il suo senso e la sua legittimità quando si accompagna a atti, gesti, decisioni che hanno inciso la presenza di Dio nell’esistenza di una persona. Maria è credente perché la sua fede è divenuta scelta, in un momento preciso della sua vita e così ha avuto un’incidenza sulla sua esistenza, anzi sulla sua carne, sul suo corpo. La fede di Maria, il suo “fiat” che risponde alle parole dell’angelo, provoca un mutamento del suo corpo riplasmato dalla creatura che lei si trova a portare in grembo. Ma sempre la fede è tale se diviene corpo, se si fa corpo, se si inscrive nel corpo umano.

La risposta di Maria all’angelo unisce obbedienza e soggettività: mai nella Scrittura si trova un consenso così esplicitamente espresso e articolato alla chiamata di Dio. Maria, la ragazza di Nazaret, mentre si rimette senza riserve al volere di Dio manifestando così obbedienza e umiltà (che sempre sono frutto di forza interiore e di vigore spirituale), esprime anche la coscienza del suo posto nella storia di salvezza, la coscienza di ciò che Dio ha fatto di lei: “Ecco la serva del Signore” (Lc 1,38).
LUCIANO MANICARDI
Comunità di Bose
Eucaristia e Parola
Testi per le celebrazioni eucaristiche - Anno  A
© 2010 Vita e Pensiero

Fonte: MonasterodiBose

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