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XXVII domenica del tempo Ordinario 3 ottobre 2010 Anno C Enzo Bianchi

Il brano evangelico odierno si apre con una domanda rivolta dagli apostoli a Gesù: «Signore, aumenta la nostra fede!». Essi sanno che la fede è un dono di Dio per chi si apre incondizionatamente al suo agire, rispondendo alla sua chiamata e fidandosi delle sue promesse: della fede non si è padroni né la si può imporre agli altri, ma la si può solo accogliere con gratitudine, ben sapendo – come ricorda Paolo – che «non di tutti è la fede» (2Ts 3,2)…
Ma cosa significa avere fede, credere? Nella Bibbia ciò non indica mai un atteggiamento di conoscenza intellettuale nei confronti di Dio né il credere a un’astratta verità, quanto piuttosto la realtà che lega l’uomo a Dio nel rapporto di alleanza, di conoscenza attiva e penetrante: la fede è un atteggiamento vitale che coinvolge l’intera persona, colta nella sua unità, è l’aderire con tutto se stessi a Dio che ci ha amati per primo. Un bambino attaccato con una fascia al seno di sua madre ha piena fiducia (cf. Is 66,12-13), in braccio a lei si sente sicuro (cf. Sal 131,2); ecco, questa è la fede: un’adesione al Dio fedele (cf. Is 65,16), un mettere la fiducia solo in lui rimanendo saldi. E per un cristiano questa adesione è necessariamente rivolta anche alla persona di Gesù: è lui il Cristo, è lui la verità, la vita, la via ultima e definitiva per andare al Padre (cf. Gv 14,6).

Più volte lungo il vangelo Gesù lega strettamente la fede all’azione potente di Dio che attraverso di lui si compie nella storia, rivolgendo ad alcune persone queste parole: «La tua fede ti ha salvato!» (cf. Lc 7,50; 8,48; 17,19; 18,42). D’altra parte egli constata proprio in quanti gli sono più vicini la mancanza di fede, l’incredulità, ed è costretto a rimproverarli: «Dov’è la vostra fede?» (Lc 8,25), oppure a chiamarli «uomini di poca fede» (Lc 12,28). Anche noi, come i discepoli di Gesù, proveniamo da una condizione di mancanza di fede e siamo sempre minacciati di ricadervi; l’enigma è costitutivo del nostro essere, abissi di incredulità sono nel nostro più profondo, ci sono acque in cui sprofondiamo se non invochiamo colui che ci può afferrare: «Signore, salvami!». Sì, in noi c’è tutto questo, eppure possiamo sempre invocare il Signore, possiamo gridare: «Io credo, tu aiutami nella mia incredulità!», fidandoci della parola di Gesù: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23-24).
Si comprende allora perché nel nostro brano Gesù risponda agli apostoli in modo paradossale: «Se aveste fede quanto un granellino di senapa («il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra»: Mc 4,32!), potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe». La fede anche se esigua, anche se ridotta alle dimensioni di un granello di senapa, racchiude sempre in sé una potenza inaudita. Davvero non servono grandi cose, non servono neppure propositi straordinari, che non siamo in grado di mantenere; si tratta semplicemente di mettere con perseveranza la nostra povera fede in quella di Gesù Cristo, lui che è «l’origine e il compimento della fede» (Eb 12,2), lui che prega perché la nostra fede non venga meno (cf. Lc 22,32): egli porterà a compimento ciò che noi possiamo solo iniziare…
E aderire a Gesù significa vivere come egli ha vissuto, cercare di vivere l’amore fino all’estremo come egli ha fatto, perché non vi è autentica fede che non dia come frutto concrete azioni d’amore (cf. Gc 2,14-26). Ecco perché qui Gesù prosegue paragonando i suoi discepoli a servi chiamati a fare tutto quanto è nelle loro possibilità per servire il Signore, concludendo: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili, abbiamo fatto quanto dovevamo fare». È proprio così: più noi viviamo come Gesù ha vissuto, più facciamo nostri i suoi modi, più ci rendiamo conto che è lui e lui solo la nostra ragione di vita: lui, il Signore che si è fatto nostro servo (cf. Lc 22,26-27). Non che la nostra vita sia inutile, ma trova in lui la sua ragione profonda: senza di lui non possiamo nulla, è dalla comunione con lui che dipende il nostro amore.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Questa è la consapevolezza che dovrebbe sempre accompagnare la nostra fede, dono che il Padre ci rinnova ogni giorno attraverso suo Figlio Gesù Cristo: è lui, come diceva un antico padre della chiesa, «la fede perfetta».
Enzo Bianchi

Fonte: MonasterodiBose

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