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Ma i cristiani sono gente «felice»? (E.Bianchi)

Le Beatitudini? Sono «Le vie della felicità» secondo Enzo Bianchi, che titola così il libro Rizzoli (pp. 176, euro 16,50) da cui riprendiamo qui un paragrafo. Di Bianchi è appena uscito per Morcelliana anche «Gesù di Nazareth. Passione morte resurrezione» a cura di Gabriella Caramore (pp. 90, euro 10).
DI ENZO BIANCHI Avvenire 5.5.10

C
he senso ha oggi leggere le beati­tudini? Perché meditare su que­ste paradossali parole di Gesù?

Innanzitutto, credo, per una ragione u­manissima. Nel contesto sociocultura­le in cui viviamo, noi cristiani siamo chiamati, oggi più che mai, a mostrare con la nostra vita cammini di umaniz­zazione e di salvezza percorribili da tutti gli uomini. Ora, la maniera più ef­ficace per scoprire questi cammini consiste nel praticare la ricerca del sen­so, esercizio che ai nostri giorni pare sempre più raro: è diventato difficile, soprattutto per le nuove generazioni, dare senso alla vita e alle realtà che la costituiscono, tanto che da più parti si levano voci che denunciano la «crisi del senso». In questa situazione noi cri­stiani dovremmo saper mostrare a tutti gli uomini, umilmente ma risoluta­mente, che la vita cristiana non solo è buona, segnata cioè dai tratti della bontà e dell’amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità. Chiediamocelo con onestà: il cristianesimo testimonia oggi la possi­bilità di una vita felice? Noi cristiani ci comportiamo come persone felici op­pure sembriamo quelli che, proprio a causa della fede, portano fardelli che li schiacciano e vivono sottomessi a un giogo pesante e oppressivo, non a quel­lo dolce e leggero di Gesù Cristo (cfr. Mt 11,30)?

In realtà mi pare che spesso ci meritiamo ancora il rimprovero ri­volto ai cristiani da Friedrich Nietzsche oltre un secolo fa: [I cristiani] dovreb­bero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli! Certamente la via cristiana è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di «entrare attraverso la porta stretta» (Lc 13,24; cfr. Mt 7,13) ed essere confor­mi alla chiamata ricevuta. Non serve ri­cordare le tante esortazioni pronuncia­te da Gesù in questo senso, condensate nel suo monito: «Se qualcuno vuol ve­nire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34 e par.). D’altra parte, secondo l’in­segnamento di Gesù e, ancor prima, secondo il suo esempio, la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine, è fonte di felicità. È pro­prio qui che si situa l’annuncio delle beatitudini, che potremmo definire il cuore dell’etica cristiana: un’etica – va detto con chiarezza – che non è tanto una legge o, peggio, una morale da schiavi, quanto uno spirito e uno stile, quello annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore, quello in cui Gesù ha trovato la felicità. Sì, le beatitu­dini sono una chiamata alla felicità.

Sappiamo bene che solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, cioè mori­re, essi trovano anche una ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza, sono felici. Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al «sen­so del senso»: Gesù proclama beati uo­mini e donne i quali vivono alcune pre­cise situazioni in grado di rendere pie­no di senso il loro cammino umano sulla terra e, per quanti hanno il dono della fede, in grado di facilitare il loro cammino verso la comunione con Dio.

Ma il primo e più elementare senso delle beatitudini – lo ribadisco – è la fe­licità, la gioia di scoprire che grazie al­l’assunzione consapevole di un atteg­giamento, di un comportamento, si può vivere un’esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria opera d’arte: la povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l’azione di pace, la persecuzione subìta a causa della giustizia, sono si­tuazioni capaci di produrre beatitudine già qui, in questa vita, e poi nel «mon­do che verrà», quello in cui Dio regna definitivamente. Insomma, per rendere realtà la buona noti­zia del Vangelo oc­corre vivere le beati­tudini. A tale riguar­do, lungo i secoli c’è sempre stato chi si è interrogato sull’at­tuabilità delle beati­tudini, sull’effettiva possibilità che queste fossero qual­cosa di più di semplici pa­role utopi­che, prive cioè di un «luogo», di u­na realizza­zione storica, a livello personale o comunitario. Vi è chi ha affermato che le beatitudini vale­vano solo per i con­temporanei di Gesù e per la prima gene­razione cristiana, ossia per coloro che hanno vissuto in modo irripetibile l’urgenza escatologi­ca; vi è chi, in seguito alla svolta co­stantiniana e poi con particolare insi­stenza nel secondo millennio, ha letto le beatitudini come «consigli» riservati solo ai monaci e ai religiosi, coloro che «abbandonano il mondo»; e potremmo continuare nell’elenco di queste inter­pretazioni riduttive. Oggi, come in ogni generazione, siamo chiamati a lasciar risuonare la nuda domanda: è possibi­le vivere le beatitudini qui e ora? A mio avviso tale interrogativo ha sempre ri­cevuto e può anco­ra ricevere una ri­sposta positiva, non però in modo trionfale o sovrae­sposto, non attra­verso forme ecla­tanti che si impon­gano agli occhi de­gli altri uomini, bensì nelle vite quotidiane, sovente nascoste, di tanti uomini e donne: persone che, nono­stante le loro con­traddizioni e il loro peccato, hanno cercato e cercano di seguire il Signore Gesù vivendo il suo stesso stile di vita, lo stile «scandaloso » delle beatitudini.

Sì, è sempre stato e sempre sarà possi­bile vivere le beati­tudini.

Fonte: ParolediVita

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