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La trascendenza dell'alterità

Ascensione

La risurrezione dai morti di Gesù è la sua glorificazione, il suo esodo nella gloria di Dio, la sua andata al Padre che lo ha richiamato dai morti nella potenza dello Spirito santo. Gesù risorto va cercato presso il Padre perché con la risurrezione è avvenuta la piena divinizzazione della sua carne e della sua missione.

E’ per questo che né il Vangelo di Matteo, né quello di Giovanni raccontano come evento particolare l’ascensione di Gesù al cielo, mentre invece Luca rende manifesta l’ascensione come sigillo che mette fine alle epifanie pasquali di Gesù. Dopo quaranta giorni – cifra simbolica indicante un tempo che si è concluso, un tempo di attesa e di transizione – Gesù si è manifestato rivelando la sua salita al cielo, la sua nuova dimora, la sua invisibile presenza in Dio. Ascensione è dunque separazione di Gesù dai suoi discepoli, dalla sua comunità, è una estraniazione, o è invece la manifestazione di un nuovo rapporto che lega Gesù risorto con quanti lo hanno visto, ascoltato, palpato (1Gv 1,1) fino a credere che lui è il Messia, l’inviato di Dio, il Figlio di Dio?
In verità, l’ascensione di Gesù al cielo, evento inenarrabili con le nostre parole capaci solo di raccontare fatti umani, non è stata un distacco e neppure la conclusione di una vicenda, quella della vita di Gesù. Infatti, se si leggono con intelligenza i racconti dell’ascensione, in essi non è narrato un “addio”, ma piuttosto un invio dei discepoli, una missione da Gerusalemme fino ai confini del mondo. I discepoli, andati nel mondo, predicheranno il Vangelo a ogni creatura (cf. Mc 16,15) e faranno innanzitutto l’esperienza della vicinanza, della presenza di Gesù; saranno anzi consapevoli di essere solo degli uomini e delle donne al servizio della missione di Gesù, l’inviato del Padre. Cristo è assunto presso Dio per portare a compimento la sua opera, per poter essere un intercessore a favore degli uomini tra i quali e con i quali ha abitato quale vero uomo sulla terra per circa trentasette anni.

Ormai tra Dio e l’umanità c’è un rapporto nuovo, perché quella separazione tra cielo e terra, tra Creatore e creatura è diventata comunione grazie a Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio. “I cieli sono i cieli del Signore, la terra l’ha data agli uomini” (Sal 115,16) cantava il salmista, ma ora queste due realtà si sono congiunte in Gesù Cristo: egli infatti è disceso dal cielo sulla terra, era in forma di Dio (Fil 2,6) e si è rivestito di carne umana e mortale (Gv 1,14), in questa realtà umana di un corpo, una psiche e uno spirito ha sofferto fino alla morte, è risorto e nella carne è salito al cielo. Ora “alla destra del Padre”, cioè nell’intimità della vita di Dio, c’è un corpo di uomo perché in Cristo i cieli sono discesi sulla terra e la terra è salita in cielo. Davvero Gesù è stato insieme Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, capace di essere per noi uomini l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Sì, proprio il Vangelo di Matteo si era aperto con l’annuncio della venuta dell’Emmanuele, del Dio con noi (cf. Mt 1,22-23), del Dio che viene attraverso Gesù, e ora si chiude con le parole che assicurano che questa presenza di Dio tra gli uomini continua: “Io sono con voi, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). L’ascensione dunque è un altro modo di cogliere la vittoria di Gesù sulla morte perché ci permette di discernere Gesù accanto al Padre eppure sempre tra noi. E per noi uomini c’è ormai in Dio un corpo d’uomo trasfigurato e glorificato, un corpo d’uomo divinizzato in cui la morte è stata vinta e con lei ogni potere malvagio: ormai “chi accuserà gli eletti di Dio? – esclama l’apostolo Paolo – Chi condanna? Forse Cristo Gesù, che è morto, anzi è risuscitato e siede alla destra di Dio e intercede per noi?” (Rm 8,33-34).

Presenza reale nell’assenza fisica, relazione nella distanza: questo significa l’ascensione, che chiede ai cristiani di camminare alla luce della fede e non della visione (cf. 2Cor 5,7), sviluppando la sensibilità della fede, i “sensi spirituali”, ovvero la capacità del cuore umano di vedere, ascoltare, toccare, gustare, odorare. Il mistero che confessa il Cristo presso Dio e presente negli uomini e nella storia ci insegna la trascendenza dell’altro: il volto dell’altro, irriducibilmente suo, evoca un mistero di trascendenza e di ulteriorità e chiede rispetto e comunione. L’ascensione contesta ogni nostra voracità e brama di possesso, tanto nella relazione con Dio, quanto nelle relazioni intraumane: è davvero un grande magistero di libertà!

ENZO BIANCHI
Dare senso al tempo
Le feste cristiane
Edizioni Qiqajon, 2003
pp. 97-99

Fonte: MonasterodiBose

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