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I versi trasparenti della sequenza d'oro ( Inos Biffi - L'Osservatore Romano)

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Per la Pentecoste la liturgia pone sulle nostre labbra la splendida sequenza Veni sancte Spiritus, in terzine di dimetri trocaici acatalettici, attribuita all'arcivescovo di Canterbury Stefano Langton (1150-1228 circa). È stata definita "Sequenza d'oro", certamente per i suoi versi luminosi e trasparenti, che, evocando le prerogative molteplici dello Spirito, ne implorano con ardente fervore l'effusione. Fin dalla supplica iniziale:  "Vieni, Santo Spirito, / e manda dal cielo/ un raggio della tua luce".
L'invocazione è ripetuta, perché le grazie implorate sono numerose e variegate, quali riflessi dell'intima e multiforme ricchezza dello Spirito.
Così, ne sollecitiamo con insistenza la venuta. "Vieni", replichiamo, decorandolo dei titoli più nobili e più elogiativi, che via via scorrono e si allacciano come un'armoniosa e incontenibile litania:  "Padre dei poveri, / dispensatore di doni, / luce dei cuori"; "Ottimo consolatore, / dolce ospite dell'anima, / soave refrigerio". E ancora:  "Riposo nella fatica, / freschezza negli ardori, / conforto nelle lacrime".
Ecco perciò il rinnovarsi della preghiera:  "O luce, fonte d'immensa gioia, / colma nel loro intimo / i cuori dei tuoi fedeli". Essi, infatti, sono ben coscienti che, se sono privi dello Spirito, "mancano di tutto, / e nulla si ritrova in loro di innocente":  solo lo Spirito li può liberare dalla sozzura, dall'aridità e dalle lacerazioni; e, ancora, dalla durezza, dal gelo e dal traviamento.
Le nostre terzine elencano, in questo caso con una triste sequela di umilianti evocazioni, quello che c'è nel fondo dell'uomo non trasformato dall'azione dello Spirito.
Ritorna allora l'accorato e confidente appello:  "Lava in noi quello che è sudicio, / irrora quello che è riarso, / risana quello che è ferito";  "Piega  ciò  che  è  rigido,  /  riscalda ciò che è freddo, / raddrizza quel che è distorto".
È chiesto, infine, lo Spirito nella pienezza dei suoi doni - il "Sacro Settenario" - perché conceda il premio alle virtù, guidi al traguardo della salvezza eterna ed elargisca la beatitudine senza tramonto.
In versi rapidi e concisi si trova delineata così una limpida teologia dello Spirito Santo, che, riversato con divina sovrabbondanza nella vita del cristiano, immiserita e segnata dal peccato, la ricrea e la impreziosisce.
Lo Spirito è il dono promesso da Gesù ai suoi discepoli, maturato sulla sua croce gloriosa e copiosamente effuso nel giorno di Pentecoste:  un giorno che non declina mai. Infatti, dal Signore assiso alla destra del Padre lo Spirito non cessa di sgorgare per infondere la carità nelle anime, per illuminarle e irrobustirle - poiché egli è "la Forza" che viene dall'alto (cfr. Luca, 24, 49).
Lo Spirito suscita in esse, potentemente e silenziosamente, poiché lo Spirito Santo non ama lo strepito esteriore, il gusto e la familiarità di Dio. In virtù del suo "istinto" - l'espressione "istinto dello Spirito Santo" ricorre spesso in Tommaso d'Aquino (Summa Theologiae, i-ii, 68, 3, c.) - possiamo condurre una vita "spirituale".
In particolare, lo Spirito è l'anima della Chiesa, da lui dotata dei suoi carismi, iniziata alla comprensione dei misteri divini, rinvigorita per la testimonianza e l'annuncio perseverante del Vangelo e soprattutto da lui purificata e abbellita, per cui nel Credo la proclamiamo santa:  "Credo la Chiesa santa". Né potrebbe essere altrimenti, dal momento che la Chiesa è il Corpo stesso di Cristo e la sua Sposa.

(©L'Osservatore Romano - 23 maggio 2010)
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