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V Domenica di Pasqua COMMENTO PATRISTICO (da Undicesima Ora)

S. Giovanni Crisostomo

Dalle Omelie sul vangelo di Giovanni, 57, 3-4

Vi do un comandamento nuovo. Poiché c’era da aspettarsi che i discepoli, sentendo tali discorsi e considerandosi abbandonati, si lasciassero prendere dalla disperazione, Gesù li consola, munendoli, per la loro difesa e protezione della virtù che è alla radice di ogni bene, cioè della carità. E come se dicesse: Vi rattristate perché io me ne vado? Ma se vi amerete l’un l’altro, sarete più forti. E perché non disse proprio così? Perché impartì loro un insegnamento molto più utile: In questo tutti conosceranno che siete miei discepoli. Con queste parole fece capire che la sua eletta schiera non avrebbe dovuto mai sciogliersi, dopo aver ricevuto da lui questo segno distintivo. Ma disse questo, quando il traditore si fu separato dalla loro compagnia. Perché poi disse che si trattava di un nuovo comandamento, sebbene si trovasse già nel vecchio Testamento? Lui però lo rese nuovo, con la maniera stessa in cui lo formulò.
Difatti precisò: Come io ho amato voi. “Non restituii già un debito di gratitudine contratto verso di voi per le vostre passate benemerenze, ma ho cominciato io per primo. Così anche voi dovete fare del bene ai vostri amici, anche senza essere costretti a farlo per qualche debito di gratitudine che avete verso di loro”. E trascurando qualsiasi accenno ai miracoli che essi avrebbero compiuto, dice che sarebbero stati riconosciuti dalla loro carità. Perché?
Perché la carità è il più grande segno che distingue i santi: essa è la prova sicura e infallibile di ogni santità. Soprattutto con la carità noi tutti conseguiamo la salvezza. In questo soprattutto egli afferma consistere l’essere suoi discepoli. Proprio a motivo della carità tutti vi loderanno, vedendo che imitate il mio amore. Ma come? Forse che i miracoli non ne sono una dimostrazione più valida? Niente affatto. Molti infatti diranno: Signore non abbiamo forse nel tuo nome scacciato i demoni? (Mt 7, 22). E in un’altra circostanza, mentre essi si rallegravano perché i demoni obbedivano loro, Gesù dice: Non rallegratevi perché i demoni sono a voi sottomessi, ma perché i vostri nomi sono scritti in cielo (Lc 10, 20). In realtà i miracoli convinsero il mondo, perché c’era già la carità: se essa non ci fosse stata, anche il potere di compiere miracoli sarebbe venuto meno. Fu la carità a renderli subito buoni e virtuosi, facendo in maniera che essi avessero un cuore solo e un’anima sola. Se tra loro fossero sorti dei dissensi tutto sarebbe andato perduto. E non parlò di questo soltanto ad essi, ma anche a tutti quelli che più tardi avrebbero creduto in lui; tanto che anche oggi non c’è niente che susciti maggior scandalo tra i pagani, come l’assenza della carità tra di noi.
Ma – tu obietterai – i pagani ci rimproverano perché tra noi non avvengono miracoli, non tanto come per quest’altra nostra carenza. In qual maniera gli Apostoli manifestarono il loro reciproco amore? Non vedi che Pietro e Giovanni, che non si separano mai, salgono insieme al tempio? Non vedi quanto affetto nutre Paolo per loro? E tuttavia sei dubbioso? Se essi furono forniti delle altre virtù, a maggior ragione possedettero quella che è la madre di ogni virtù. Essa in realtà germoglia dall’anima virtuosa; ma dove c’è il vizio, inaridisce. Quando abbonderà l’iniquità – sta scritto – si raffredderà la carità di molti (Mt 24, 12). I pagani certamente non si commuovono tanto di fronte ai miracoli come di fronte alla vita virtuosa; e niente educa alla virtù come la carità. Essi infatti chiamarono spesso impostori gli operatori di miracoli, ma non possono mai trovare qualcosa da criticare in una vita integra.


Dal Sussidio biblico-patristico per la liturgia domenicale, a cura di don Santino Corsi, ed. Guaraldi

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