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Visibilità della chiesa: quale?

JESUS, febbraio 2010
Scriveva Ignazio di Antiochia, all’inizio del II secolo, che “è necessario farsi vedere cristiani e non soltanto dire di esserlo” (Ai magnesii IV,1). Queste parole non chiedono ai cristiani solo una coerenza tra la fede professata e il modo di vivere, il comportamento, ma suggeriscono anche che i cristiani nel loro stare nel mondo, in mezzo agli uomini non cristiani, devono avere una visibilità, che significa innanzitutto essere leggibili. Visibilità individuale e visibilità collettiva, cioè comunitaria, ecclesiale, sono necessarie perché la fede non può essere relegata nell’intimo o nel privato e perché la visibilità è la prima condizione per operare la missione, per portare la buona notizia alle genti. Se prestiamo attenzione alla storia del cristianesimo, diventiamo consapevoli che fin dall’inizio, quando le piccole comunità cristiane erano sparse, in diaspora e certamente minoritarie in mezzo alla grande massa dei pagani, esse però erano minoranze creative, efficaci, capaci di eloquenza e di rendersi visibili anche nella situazione di ostilità e di persecuzione in cui sovente venivano a trovarsi, almeno nei primi tre secoli.
Visibilità non significa esposizione ricercata, non significa inseguire la logica dell’apparire a ogni costo; tanto meno può essere una programmata “ostensione” di personaggi cristiani. No, essa è semplicemente un fuggire la tentazione della fuga hominum, che sovente diventa anche – come testimonia la storia – fuga ecclesiae, tentazione del nascondimento ideologico che cela spesso un’ideologia non evangelica. I cristiani non possono dimenticare le parole di Gesù: “Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone azioni e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,14-16). Dunque Gesù richiede una presenza visibile e pubblica dei discepoli tra gli uomini, una testimonianza che gli uomini “vedono” e che “si impone” per la sua differenza rispetto alla mondanità. Si faccia però attenzione: queste parole non abilitano a pregare per essere visti e ammirati dagli uomini, non consentono di ostentare il nostro fare la carità e il bene per essere lodati, secondo il monito dello stesso Gesù: “Guardatevi dal praticare le vostre buone azioni davanti agli uomini” (cf. Mt 6,1-6)…
L’equilibrio tra l’essere visibili senza tentativi di nascondimento e senza esibire se stessi, ma dando fiera testimonianza a Cristo, è delicatissimo e dipende in primo luogo dalla purezza del proprio cuore. Occorrono vigilanza, retta intenzione, grande umiltà per assumere l’equilibrio della posizione richiestaci da Gesù. Ma possiamo anche interrogarci sul come della visibilità dei cristiani: visibilità attraverso che cosa? Anche a questo proposito la storia del cristianesimo è ricca di esempi. Innanzitutto la visibilità dei cristiani non è mai fine a se stessa né spettacolare o tanto meno auto-promozionale, ma si esprime nell’azione sociale, nella diakonia della carità nelle sue diverse forme: dalla più alta, quella della diakonia politica, alla più quotidiana che è il servizio, l’aiuto all’ultimo che ci sta vicino. Non si dimentichi che nella chiesa primitiva molte conversioni avvenivano grazie alla visione e alla conseguente persuasione che i cristiani si amavano reciprocamente ed erano capaci di esercitare la carità concreta verso tutti.
E oggi, mentre viviamo in un mondo segnato dall’indifferenza verso il cristianesimo, stiamo attenti a non cercare un rimedio in una visibilità esposta, eccessiva, mediatica, in una visibilità mondana artificialmente costruita. La chiesa non è tra gli uomini per mostrare se stessa ma per fare segno al mistero di Cristo; essa non impone ma propone; non chiede sguardi su di sé ma fa segno e indica Gesù Cristo.
La visibilità cristiana assolutamente necessaria è comunque quella “sacramentale”, nel senso della capacità di esprimersi in segni leggibili e comprensibili dagli uomini di oggi, segni che rimandano a Cristo. La visibilità della chiesa è necessaria perché in essa traspaia, emerga l’uomo e il Dio Gesù Cristo. Ancora oggi infatti, come ai tempi dell’incarnazione, ci sono uomini e donne che dicono a chi segue il Signore: “Vogliamo vedere Gesù!” (Gv 12,21).
Enzo Bianchi

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