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Massimo Recalcati "Il Conclave come una seduta di analisi collettiva"

 11 maggio 2025 

L’interesse per l’ultima elezione al soglio di Pietro tradisce un bisogno di segreto che abbiamo perso.

Non mi era mai capitato di ascoltare nei miei pazienti – cattolici e non – un interesse così acceso per il Conclave. Era prevedibile che questo accadesse con l’epidemia del Covid e con l’estensione preoccupante delle guerre. Ma perché parlare in analisi proprio del Conclave e della elezione del nuovo pontefice? Non certo a causa di un interesse morboso per lo spettacolo del toto-Papa di queste ultime settimane. Piuttosto, credo, per la dimensione del rituale segreto e del mistero che ancora l’evento del Conclave – al di là delle sue evidenti compromissioni politiche – è riuscito a preservare. 
La scelta del nuovo Papa si è consumata in un luogo sconnesso, appartato, impossibile da raggiungere – seppure situato nel cuore di una grande città –, opaco ai riflettori. Lo stesso riferimento teologico alla presenza dello Spirito Santo – che ci si creda o meno – attribuisce a questo rituale una aura mistica sempre più sconosciuta al nostro tempo che nel nome dell’algoritmo non lascia più alcuno spazio all’incalcolabile. È forse per questa ragione che i pazienti ne hanno parlato così insistentemente? Non con l’angoscia catastrofica provocata dall’epidemia o dalla guerra, ma con una specie di strano interesse. 
Non c’è forse una analogia evidente con quello che accade in una seduta analitica? Le porte si chiudono, i rumori consueti del mondo si attenuano o addirittura si azzerano, la riservatezza è obbligatoria, il linguaggio assume una dimensione cifrata e enigmatica (le fumate, i giuramenti, gli scrutini segreti, i colloqui privati), la mente si apre alla possibilità che qualcosa di impensato possa accadere... 
Come se vi fosse una esigenza diffusa di silenzio e di segreto che contrasta con il dramma delle guerre, della contesa politica, della gara quotidiana per sopraffare l’avversario. Ma anche quella di un rituale simbolico che, tramandato nei secoli, offre l’illusione pacificante di un processo simbolico solidamente strutturato: morte, crisi, elaborazione, rigenerazione. 
È qualcosa che oggi possiamo osservare solo da lontano. Le guerre che infestano il nostro tempo segnalano il collasso della Legge della parola. Senza quella Legge la convivenza tra gli uomini si trasforma in furore aggressivo. 
È quello che, per fare un solo esempio, avviene nella violazione sistematica del diritto internazionale. Per questa ragione il rituale simbolico dell’elezione del nuovo pontefice ha catturato uno straordinario interesse di massa. Non solo, dunque, per la sua spettacolarizzazione mediatica. In gioco è piuttosto la speranza di riportare la Legge della parola nel luogo dove i fratelli si uccidono senza pietà perché hanno smesso di riconoscersi come figli di quella Legge. 
Le prime parole pronunciate dal nuovo Papa non potevano allora che essere ispirate da un afflato universale: pace, dialogo, ponti, riconciliazione che contrasta con l’irriducibile particolarismo delle identità tribali che oggi sembra governino invece le sorti del mondo. Un Papa americano rende possibile un’altra visione del mondo rispetto a quella imposta da Trump, il quale ha effettivamente trasformato l’America in una tribù armata che rivendica il primato su tutte le altre. Il nuovo Papa, al contrario, inizia il suo pontificato invocando l’esistenza di un Nome del padre capace di trascendere la spinta identitaria dei diversi nazionalismi. 
Il problema però è che l’universalismo è destinato a restare vuoto e impotente se non si lega a degli interessi pulsionali localizzati. È la difficile, ma imprescindibile, relazione che dovrebbe ispirare il rapporto tra l’Uno – universale – e il Molteplice – locale –, fuori e dentro la Chiesa. È indubbio che, rinunciando senza tentennamenti alla maschera ideale dell’universalismo, Trump appare, per lo spirito del nostro tempo, assai più convincente del Papa americano. 
Egli ha mostrato – contro la rivelazione cristiana – che il vero volto di Dio è quello del denaro e del profitto individuale. In questo senso, il nuovo Papa può essere un antidoto a Trump, sebbene rischi anche di diventare il suo doppio melanconico. Egli non dovrebbe indossare gli abiti ideali del salvatore, ma quelli del testimone di un’epoca che deve imparare a fare a meno dei salvatori ideali. 
È evidente che Trump non incarna il padre che custodisce la Legge della parola, ma quello freudiano dell’orda: il padre che vuole godere di tutte le donne e che assoggetta al suo volere tutti i suoi figli. Tuttavia, la nostalgia del padre non è mai innocente. Il messaggio del Papa americano dovrà, infatti, sottrarsi alla seduzione identitaria, compresa quella presente nella Chiesa cattolica. Non si tratta di restaurare l’Ordine perduto, quanto piuttosto di offrire una testimonianza avvertita della sua crisi irreversibile. 
Se Trump celebra di fatto la morte del Padre mostrando che non esiste alcuna Legge al di fuori di quella perversa della pulsione, c’è da sperare che Leone XIV non resti prigioniero della tentazione melanconica di incarnare un Padre capace di ridare valore al vecchio ordine. Non si tratta, infatti, di contrapporre al padre perverso incarnato da Trump, il padre glorioso della tradizione (di cui Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono state le ultime espressioni), ma di fare esistere un Padre capace di essere il testimone di una fratellanza possibile. È il bivio impervio che si apre tra il ritorno nostalgico e consolatorio a una gloria oramai irreversibilmente tramontata e il cammino tortuoso ma generativo intrapreso coraggiosamente dal suo predecessore



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