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Enzo Bianchi "Un monastero buddista: un altro luogo di pace"


Sabato 8 marzo 2025, 
Palazzo Reale Milano!

“Trovare Pace. Presentazione del primo Monastero buddhista tibetano in Italia" con Ghesce Thubten Chonyi, Abate del Monastero di Kopan (Nepal) e di Lhungtok Choekhorling e Enzo Bianchi, Fondatore della Comunità di Bose. 

Intervento di Enzo Bianchi

Un monastero buddista: un altro luogo di pace

Anche per me che sono un monaco cristiano ci sono ragioni di gioia per l’istituzione di un monastero buddhista tibetano in Italia – esattamente a Pomaia, in Toscana – perché il monachesimo è innanzitutto un fenomeno antropologico prima di essere vissuto in forme differenti nelle diverse confessioni di fede e spiritualità.
Sappiamo che il monachesimo più antico è proprio quello ispirato da Gauthama Buddha (V secolo), in India. Ma in forma spontanea, non derivata è attestato un monachesimo giudaico (Qumran, Esseni) e quindi un monachesimo cristiano che dal deserto dell’Egitto si è diffuso in tutta la cristianità, dalla Spagna alla Siria, all’Etiopia.
Sì, il monachesimo è un fenomeno umano che si impone anche in spazi religiosi che lo rifiutano, come nell’Islam, che però ha conosciuto i sufi, e anche la riforma protestante, che lo aveva condannato, più tardi lo ha accolto come una risorsa. Perché? Perché ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre uomini e donne che vogliono vivere “altrimenti”, che decidono di non coniugarsi ma di praticare la castità, di vivere come solitari, eremiti o insieme in comunità cenobitiche. E non a caso i monaci si riconoscono tra loro e sentono una comunione che si impone al di là delle appartenenze religiose.
Per questo, io e i monaci cattolici presenti in Italia, ci rallegriamo 
dell’istituzione e della presenza di un monastero di monaci e monache buddhiste della tradizione buddhista tibetana, tra le più autentiche e rigorose dell’eredità spirituale di Buddha. D’altronde da almeno tre decenni ci sono scambi tra monasteri: monaci cristiani si recano in monasteri buddhisti – come ho fatto anch’io in un monastero in Thailandia – e monaci buddisti vengono a vivere per lunghi periodi in comunità cattoliche benedettine e trappiste. Hanno troppe esperienze vitali in comune e dunque si sentono attratti gli uni dagli altri per un compito spirituale sulla ricerca della speranza.
Il monastero che inizia il suo cammino a Pomaia ha come capo spirituale (nel linguaggio monastico occidentale “abate”)  Khen Rinpoche, venerabile maestro di spiritualità, che conferisce al monastero non solo legittimità ma anche garanzia di serietà di vita e di fedeltà alla tradizione. I monaci e le monache sono un numero discreto e possono fondare una comunità capace di vivere e diffondere la spiritualità buddhista. I monaci hanno anche incontrato il Dalai Lama a Dharamsala,  in India, dove hanno ricevuto un insegnamento prezioso.
Ma che cosa è, cosa vuole significare una comunità monastica, buddhista o cristiana? Innanzitutto, come si è accennato, è una risposta alla vocazione monastica che è antropologica, inscritta nell’umanità. Ma vissuta nella forma della comunità è un grande segno per tutti. Nella comunità vige la fraternità, la sororità: tutti hanno la stessa dignità e gli stessi diritti e l’amore fraterno è vissuto non scegliendo chi amare ma amando chi si avvicina e si vuole fratello, compagno sulla stessa via monastica. I monaci vivono specificatamente questo: decidono di amare fraternamente l’altro prima di conoscerlo e se l’altro ha la stessa vocazione lo accolgono senza lasciar spazio ad antipatie, a rifiuti, a preferenze tra persone appartenenti a culture diverse.
Non è poco: in un mondo diviso, che si nutre di contrapposizioni e di conflitti, il monastero vuole essere un luogo di pace e di fraternità in cui tutti si riconoscono fratelli e sorelle, al di là di ogni appartenenza. Ma non solo, questa comunità, che è condivisione di vita, prende i tratti dell’azione, dell’opera fatta insieme. Insieme si lavora, insieme si mangia, insieme si prega, tutto viene fatto insieme, in armonia: prevale il “con” ed è negata ogni pretesa di individualismo. Per questo anche i beni sono di tutti i monaci e mai una proprietà è privata. Dalla comunità monastica sono bandite le parole “il mio”, “il tuo”, ma sempre prevale “il nostro”. È l’arte della comunione che il monastero, il sangha, cerca di vivere facendone l’impegno di tutta una vita.
Ma in questa vita di comunione vissuta sobriamente c’è ed è importante l’equilibrio tra lavoro e meditazione. I monaci lavorano per guadagnare il pane, per vivere fanno diversi lavori perché sono creativi e nel monastero si assecondano sempre i doni di cui un monaco è dotato. Ma poi meditano, pregano a seconda delle tradizioni. I monaci cattolici occidentali ritmano la giornata con sette ore di preghiera in cui cantano i salmi e ascoltano le sante letture della Bibbia. I monaci cristiani orientali invece preferiscono una lunga preghiera al mattino all’alba e un’altra lunga preghiera nell’ora del tramonto. Nei monasteri buddhisti diverse sono le distribuzioni degli orari delle preghiere, ma nei templi buddhisti o nei monasteri cristiani ci sono sempre monaci chini sulle loro sacre Scritture che leggono, meditano e pregano. Recitano le parole dei testi da millenni e intonano canti dei quali non si conosce neanche più l’autore e la data di nascita. Quante volte di notte, soprattutto prima dell’alba, mentre medito attraverso la lectio divina le sante Scritture penso ai templi dove i monaci in oriente e occidente fanno altrettanto, unendosi in una comunione invisibile, ma che sentiamo viva, reale!
Il monastero è così “casa dello studio, della meditazione” e a tutti offre ospitalità perché conoscano e possano sperimentare vie di sapienza e di pace. La nascita di un monastero è un evento molto importante per la nostra umanizzazione e per questo saluto con gioia i fratelli e le sorelle buddhisti di Pomaia e il venerabile loro maestro. Siamo una comunione, siamo semplici uomini e donne viandanti su questa terra e possiamo offrire con i nostri monasteri vie di pace, di non violenza, di fraternità.



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