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Vietare i cellulari prima dei 14 anni fa bene al cervello

Spesso sentiamo ripetere il mantra di come la tecnologia, che pervade la nostra vita, migliori la qualità della nostra vita. Ma questo assunto, vero per certi aspetti, se si parla di educazione nella prima infanzia e nella scuola primaria, viene ribaltato dalle evidenze scientifiche. I bambini esposti a strumenti tecnologici e interazioni con gli schermi sono soggetti ad un danno duplice: diretto, legato alla dipendenza, e indiretto, perché l’interazione con gli schermi impedisce di vivere nella vita reale le esperienze fondamentali per un corretto allenamento alla vita.
 
Le neuroscienze dimostrano che alcune aree del cervello, fondamentali per sostenere nel bambino le abilità utili per l’apprendimento cognitivo, non si sviluppano in modo adeguato, se il minore trasferisce nel digitale attività ed esperienze che dovrebbe invece vivere in “analogico”. In età prescolare, interagire con uno schermo, invece che con un albo illustrato o con un adulto che ti legge un libro porta ad alterazioni della materia bianca proprio in quelle aree cerebrali fondamentali per sostenere l’apprendimento della letto-scrittura alla scuola primaria. 

Molte ricerche, inoltre, rivelano che nelle scuole dove lo smartphone non è ammesso, gli studenti socializzano e apprendono meglio. Questo non significa bollare la tecnologia come nemica, ma è necessario ripensarla in modo drastico, oggigiorno, invertendo la rotta di ciò che abbiamo lasciato accadere negli ultimi 15 anni. Il cervello dei preadolescenti funziona come ha ben descritto Collodi, raccontandoci di Pinocchio che, sulla strada verso la scuola, incontra Lucignolo e non avendo le competenze per scegliere di restare sulla via giusta, si dirige verso il paese dei balocchi. 
Prima dei 14-15 anni, il cervello emotivo dei minori è molto vulnerabile all’attrattività proposta dall’ingaggio dopaminergico dei social media e dei videogiochi. 

Nel momento in cui usiamo le tecnologie come strumenti per l’apprendimento, dimentichiamo che quegli strumenti sono in realtà veri ambienti. I ragazzi nello smartphone possono avere contemporaneamente un’app di calcolo e i social media, questi ultimi distrattori potentissimi. Si apre lo smartphone per usare la calco-latrice, ma in meno di un secondo ci si trova a fare scrolling senza riuscire a fermarsi. 

Ecco perché dovremmo essere coerenti con quello che ci dicono le neuroscienze nel favorire il ritardo dell’uso della tecnologia, che a scuola dovrebbe comparire solo come strumento usato dai docenti per arricchire e integrare i contenuti della propria lezione. Al tempo stesso, il docente non dovrebbe prevederla, prima dei 15 anni, per un uso autonomo dello studente, nel corso dei compiti pomeridiani. Anche su questo intervengo, in una molteplicità di voci e visioni, ad “Edufest - Festival dell’educazione” a Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo. 

Serve un impegnativo allenamento alla vita digitale, che non può però precedere o sostituire quello alla vita reale. Si deve affiancare ad esso, rispettando però ciò che oggi la scienza afferma: ovvero che prima dei 14 anni è meglio non possedere uno smartphone ad uso personale e che prima dei 16 anni è meglio non gestire un profilo personale sui social media. 

Alberto Pellai 
Medico e psicoterapeuta 

Fonte: Avvenire 


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