La pandemia: universo di pensiero e di interazione per tutti

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La pandemia: universo di pensiero e di interazione per tutti 
per gentile concessione dell'autore

In una delle sue prime omelia del pontificato, pronunciata a Santa Marta, Papa Francesco affermò che “il cristiano è un uomo o una donna che sa vivere nel momento e che sa vivere nel tempo”. Il momento è ciò che viviamo adesso, aggiungeva il Papa, ma il tempo invece è più grande dell’istante, appartiene a Dio, è una visione più “lunga” che possiamo ottenere solo nella preghiera.

La spiritualità gesuita e il radicamento nell’orientamento del Concilio Vaticano II qui si fondono. Ne viene fuori ciò che propriamente è il discernimento: il punto esatto tra la preghiera e l’azione, che ci fa vivere il momento senza che ne diventiamo prigionieri, ma con quella speranza che ci aiuta ad andare a fondo, a guardare dentro alle cose, a scoprire la luce della volontà di Dio anche in mezzo al buio delle macerie che viviamo. Si tratta della grazia di saper vivere l’oggi con occhi capaci di andare “dentro” e “oltre”: per non restare alla sola superficie dei fenomeni, soggiogati o dalla tirannia dell’istante che viviamo come se tutta la vita fosse qui e adesso o, viceversa, lacerati dalla fuga rispetto al tempo presente, che sia essa diretta verso un passato nostalgico o verso un luogo ideale e irreale. Il discernimento è l’arte di “stare qui” con lo sguardo e il cuore di Dio, per scoprire in ogni situazione della vita cosa il Signore ci sta dicendo, come ci sta parlando, quale strada ci sta insegnando. Qual è, insomma, la lezione nascosta dentro alle vicende della vita e della storia1.

Una fede incarnata

Il discernimento è fondamentale per leggere e interpretare gli avvenimenti e la storia attraverso la lente di una fede incarnate, cioè realmente impastata di vita reale e capace di prendere corpo solo dal di dentro delle vicende quotidiane, semplici e spesso anonime, della nostra ferialità. La fede nell’incarnazione di Dio in Gesù Cristo ci inchioda all’obbligo del discernimento: se Dio è entrato nella storia, non c’è movimento o situazione della storia, anche in tutto ciò che può sembrarci assurdo e banale, che non debba essere guardato con gli occhi di Dio e che non rappresenti per noi un appello a scoprire il passaggio e la presenza di Dio. La storia umana, con le sue vicende liete e drammatiche, con le sue speranze e i suoi travagli dolorosi, non è un finto palcoscenico in cui Dio ha fatto una comparsa, ma è il luogo privilegiato della sua rivelazione, del suo venire e abitare presso di noi.

Riconoscere e interpretare il tempo che viviamo, leggendo i segni del contesto che abitiamo, è una fatica a cui la fede cristiana non può e non deve mai rinunciare. Non c’è fede, infatti, che non si incarni in un contesto umano, ambientale e culturale. Non esiste fede senza il tempo, senza il momento storico, senza i sussulti dell’umanità, senza le nostre speranze nascoste, i nostri sogni infranti, le nostre lacrime e i nostri desideri di felicità. La fede è dentro la vita reale, oppure non è.

Insieme ai discepoli di Emmaus

Se ci fermiamo per chiederci come vivere nel momento e come vivere nel tempo, attiviamo l’arte del discernimento. Nella situazione attuale, ciò significa concretamente prendere sul serio quanto è accaduto con la pandemia da Covid-19 e sviscerare in tutta la sua radicalità l’affermazione che spesso campeggia sulle labbra di molti, e cioè che “niente sarà più come prima”. Tutto è cambiato. Questo però è il momento, ma non è il tempo. Vivere il momento significa riflettere sulla nostra fede e sull’azione pastorale a partire dalla nuova situazione generata dal Covid-19; ma vivere il tempo significa chiederci che cosa questo momento storico ci sta rivelando, come ci sta parlando, quale messaggio di Dio nasconde e porta per la nostra chiesa e per il nostro cristianesimo. Se viviamo la grazia del discernimento, ecco che il “momento covid” si apre alle possibilità inedite e inaudite del “tempo che verrà”. Il “momento covid” non ci schiaccia, cioè, e non ci getta nella rassegnazione o disperazione; al contrario, diventa luogo in cui scorgere il passaggio e la volontà di Dio, per inaugurare un “tempo nuovo” anche per la fede e per l’azione pastorale.

È questa l’esperienza dei discepoli di Emmaus. Essa ci somiglia perché, in fondo, anche noi quando guardiamo al centro del nostro essere e della nostra esperienza di vita, abbiamo come l’impressione che la nostra storia sia una catena ininterrotta di perdite, cioè di persone, cose, situazioni, possibilità che abbiamo perduto, e di sogni che si sono infranti, lasciandoci smarriti2 .

Mentre sono in cammino e piangono le loro perdite, Gesù si accosta sulla loro strada e cammina con loro. Anche se i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo, essi possono adesso raccontare la storia di tutto ciò che hanno perduto e lo sconcerto per aver scoperto, davanti a una tomba vuota, che le loro speranze sono diventate pura illusione. Nella loro lettura del momento, essi sono imprigionati dall’amarezza, dalla delusione e dalla rassegnazione. Non sanno andare oltre. Questo sconosciuto che si è presentato sulla strada offre loro occhi nuovi per rileggere la storia: la perdita, il dolore, la paura, i barlumi di speranza e le molte domande senza risposta esigevano di essere inserite in un contesto molto più ampio del momento che stavano vivendo. I giorni pasquali, sospesi tra la Croce e la tomba vuota, andavano letti e riletti alla luce di una storia più grande che, mentre Gesù parla, appare loro come un disegno provvidente, la storia della salvezza nella quale Dio da sempre li ha inseriti. Ecco che allora i loro occhi si aprono e scoprono una gioia inattesa dentro la tristezza del momento. La vita si schiude inaspettatamente a una nuova speranza e comprendono che non possono restare a guardare l’ostacolo sul cammino senza considerare che proprio quell’ostacolo vuole suggerire la strada giusta per proseguire. E, allora, il cuore torna ad ardere.

Abbiamo talvolta la vista troppo corta e rischiamo di non accorgersi di come il Signore si accompagna alle nostre tristezze, alle nostre perdite e alle vicende dolorose della nostra storia, per indicarci la strada.

Dentro questa fede, diventiamo consapevoli che l’esperienza drammatica e destabilizzante della pandemia, con le sofferenze che ha procurato e i cambiamenti che ha generato, ci indica una strada nuova per il futuro della fede e della pratica pastorale. Abbiamo occhi per vederla e cuori che ardono?

Nel contesto del Covid

Da quanto premesso, si evince un imprescindibile punto di partenza: non si può avviare un discernimento pastorale senza riferimento all’orizzonte più ampio in cui essa è inserita, cioè il momento storico presente, segnato dal Covid-19 e da quanto ha generato e prodotto in termini di effetti sulla vita personale, sociale ed ecclesiale3.

Da un punto di vista più personale, la pandemia ha avuto la forza di prosciugare molte delle nostre risorse emotive, generando sofferenze interiori, sentimenti di angoscia e di paura, nonché aspetti psichici abbastanza variegati. Chi faceva già i conti con qualche fobia o qualche problematica come l’insonnia, gli sbalzi d’umore o la depressione, ha visto spesso peggiorare la sua situazione. I lockdown hanno forzatamente alimentato forme di “ritirata sociale”; in alcuni casi, questa situazione ha avuto un positivo rovescio della medaglia, donandoci la possibilità e il gusto di restare da soli con noi stessi, di vivere in modo nuovo la solitudine, di crescere nella percezione e nella consapevolezza di quanto viviamo dentro e fuori di noi, di poterci finalmente fermare arrestando la corsa a tutta velocità cui ci costringono i ritmi di vita della nostra società. In altri casi, poi, paradossalmente la ritirata sociale ha rafforzato alcuni legami e aumentato il senso della solidarietà sociale: si pensi al dialogo nella famiglia, che ha finalmente trovato tempi e spazi adeguati pur dovendo comprendere, di contro, conflitti e asperità; e si pensi anche alla sensazione di trovarci realmente “tutti nella stessa barca” e doverci perciò aiutare, accogliere, sorridere, seppur da un balcone all’altro. Tuttavia, la ritirata sociale ha anche creato disagio interiore, senso di solitudine e di vuoto, stanchezza interiore e monotonia, nonché una generale perdita delle motivazioni. Non si dimentichi poi che la pandemia ha provocato in Italia migliaia di morti e che molte persone hanno salutato per l’ultima volta qualche loro caro quando è salito sull’autoambulanza, non lo hanno potuto mai più visitare, hanno saputo della sua morte dall’ospedale e spesso non hanno potuto piangere la loro perdita – con tutto il significato che ciò ha per la vita psichica ma anche spirituale – in quanto non si sono potute celebrare le esequie. In generale, la pandemia ha provocato una situazione di incertezza generale e di sofferenza.

In questo generale senso di smarrimento e di incertezza, le persone hanno dovuto fare i conti – e ancora non siamo usciti completamente da tale situazione – con una progressiva precarietà lavorativa, economica e sociale. Da un punto di vista sociale, infatti, sono cresciute le nuove povertà, molte persone hanno perso il lavoro o la loro condizione economica è stata fortemente messa alla prova, tante attività lavorative e tanti progetti sociali sono falliti o hanno dovuto subire un arresto forzato. La chiusura della scuola ha provocato non pochi disagi nei ragazzi e nei giovani, specialmente a motivo della didattica a distanza, il cui peso è ricaduto ovviamente anche sulle stesse famiglie. Anche i conflitti e, in alcuni casi, le violenze domestiche e di ogni altro genere, sono cresciute nell’alveo di questa situazione sociale fortemente precaria e dominata dalla incertezze e dalla paura. Più in generale, la destabilizzazione provocata dalla pandemia ha alimentato la paura del futuro e una diffusa incertezza.

Infine, dal punto di vista ecclesiale gli effetti della pandemia non sono da meno. Il Covid ha senz’altro messo in crisi anche alcune “certezze” religiose e ha, di colpo, interrotto l’abituale e ordinaria vita pastorale delle comunità cristiane, richiedendo uno sforzo non da poco in termini di creatività e di tenuta della vita di fede, il cui nutrimento è stato per diverso tempo affidato alle singole persone, ai mezzi digitali e, laddove si è riusciti, alla preghiera domestica e familiare.

La pandemia ha sconvolto e messo in crisi l’ordinaria attività ecclesiale e pastorale: le chiese chiuse al pubblico, le Messe sospese, i sacramenti non celebrati, la presenza relazionale e caritatevole attiva intorno alle comunità parrocchiali di fatto annullata. In alcuni casi, ciò ha dato modo di riscoprire una fede più personale, più profonda e a dimensione più domestica ma, in altri casi, questa inaspettata situazione ha semplicemente portato alla luce e spesso acuito una certa fragilità liturgico-pastorale della vita delle nostre comunità cristiane. È emerso come la comunità cristiana, una volta interrotta l’esperienza delle attività ordinarie, sia stata assalita dall’incapacità di pensare e immaginare altro. Ciò emerso in vari modi. Anzitutto, senza la celebrazione eucaristica si è avvertito spesso il senso del vuoto, segno di una eccessiva sacramentalizzazione della pastorale che in questi anni è stata predominante, anche a scapito della centralità della Parola di Dio e di altre forme di preghiera e vita comunitaria; di contro, nello smarrimento per l’impossibilità delle celebrazioni comunitarie, la comunità cristiana ha spesso reagito con quella che Biemmi ha definito “l’ansia della spogliazione”, con la conseguente reazione istintiva che “è stata quella di riempire. Siamo passati dall’ansia di un’agenda troppo piena all’angoscia di un’agenda improvvisamente vuota. Abbiamo cercato subito di tappare ogni fessura sostituendo alle attività in diretta quelle in streaming e sui social”4. Non sono mancati, in tal senso, esempi di spettacolarizzazione della liturgia e proposte pastorali con un clerico-centrismo di ritorno.


In generale, poi, la crisi pandemica ha scoperto i nervi di una crisi di fede già in atto da tempo nella nostra Europa, al punto che quelle chiese vuote possono essere interpretate come simbolo profetico di quanto accade e continuerà ad accadere nel Vecchio Continente, e quindi come una sfida al cambiamento posta da Dio stesso5. Si tratta di una sfida che ci obbliga a chiederci quanto davvero, prima del Covid, le nostre Chiese fossero piene e quanto siamo disposti a immaginare un nuovo volto di cristianesimo6.


Questo cammino, che esige il coraggio del cambiamento, nasce proprio dal discernimento. Esso ci conduce a stare dinanzi alla crisi con una postura dritta, con uno sguardo cristiano, per chiederci cosa si nasconde, come lezione preziosa, dietro questa crisi e in che modo può essere una lezione provvidenziale per la trasformazione del nostro cristianesimo. Probabilmente, con più audacia, dovremo entrare nella nuova situazione che è venuta a crearsi: la perdita di quel terreno chiamato “cristianità” che, nell’alleanza tra cristianesimo e società, garantiva uno spazio di feconde possibilità per la trasmissione della fede e l’eloquenza dei suoi simboli. Oggi, invece, non viviamo più di rendita e siamo chiamati a ritornare all’essenziale, cioè all’annuncio del Vangelo attraverso la relazione con le persone, “non cercando di occupare spazi, ma favorendo percorsi”7. Si tratta di una sfida che ci obbliga a chiederci quanto davvero, prima del Covid, le nostre Chiese fossero piene e quanto siamo disposti a immaginare un nuovo volto di cristianesimo8.


Un simile contesto, con le sfide che porta con sé, rende ineludibile la domanda: saremo migliori? Dipende molto da noi o, per riprendere il vescovo Olivero, da come ce la giocheremo: “se ci troveremo a celebrare come prima, se la nostra pastorale sarà di nuovo solo la messa e non avremo imparato che bisogna offrire lectio sulla Parola, momenti di riflessione comune e di confronto tra gli adulti, sostegno alla fede nelle case…allora ce la giocheremo malissimo e condurremo la gente alla fede devozionale, individuale, formale, astratta. E anche spesso triste”9.


Un attento discernimento dovrà necessariamente partire da qui.

1 L. M. Epicoco, La luce in fondo. Attraversare i passaggi difficili della vita, Rizzoli, Milano 2020. Si tratta di un ottimo contributo per entrare in questo “sguardo” credente, che ci aiuta a non subire gli eventi ma a diventarne protagonisti.

2 Questa la lettura, particolarmente ricca, di J. H. Nouwen, La forza della sua presenza, Queriniana, Brescia 1995, 4.

3 Ho tentato un simile esercizio in F. Cosentino, Quando finisce la notte. Credere dopo la crisi, Dehoniane, Bologna 2020.

4 E. Biemmi, «Non è una parentesi? Metafore per non dimenticare», in D. Olivero (a cura di), Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, 4-5.

5 T. Halík, Il segno delle Chiese vuote. Per una ripartenza del cristianesimo, Vita e pensiero, Milano 2020, 9.

6 Rimando all’ultima riflessione pubblicata da A. Matteo, Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza, Ancora, Milano 2021, in particolare 19-24.

7 A. Candiard, La speranza non è ottimismo. Note di fiducia per cristiani disorientati, Emi, Verona 2021, 17.

8 Rimando all’ultima riflessione pubblicata da A. Matteo, Convertire Peter Pan. Il destino della fede nella società dell’eterna giovinezza, Ancora, Milano 2021, in particolare 19-24.

9 D. Olivero, «Non è una parentesi», in Id., (a cura di), Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, 27.

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