Enzo Bianchi, Fabio Rosini, Ludwig Monti, "Commenti Vangelo 9 gennaio 2022: Battesimo del Signore"

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Commento al Vangelo della domenica e delle feste 
di Enzo Bianchi fondatore di Bose

In fila con i peccatori
9 gennaio 2022 
Battesimo del Signoreanno C

Lc 3,15-16.21-22

In quei giorni 15poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, 16Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 21Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

È la festa del battesimo di Gesù, della sua immersione da parte di Giovanni nel fiume Giordano: il primo atto di Gesù uomo maturo, la sua prima apparizione pubblica. Tutti i vangeli ricordano questo evento posto all’inizio del ministero di Gesù, e ciascuno lo narra in modo proprio: cerchiamo dunque di comprendere ed esplicitare le peculiarità del racconto di Luca.

Giovanni il Battista aveva annunciato un Veniente più forte di lui, che avrebbe immerso (cioè battezzato) non nelle acque del Giordano ma in Spirito santo e fuoco. E tuttavia questo Veniente, che è discepolo di Giovanni e porta il nome non ancora famoso di Jeshu‘a, Gesù, va anche lui a farsi battezzare. Luca sottolinea che egli fa questo insieme a “tutto il popolo”, espressione enfatica che vuole porre l’accento sul grande numero di giudei radunati da colui che “evangelizzava” (Lc 3,18), cioè annunciava la buona notizia, e che doveva “preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,17). Solidale con quel popolo, uomo come tutti gli altri, mescolato alla folla anonima, in fila tra uomini e donne, senza nessuna volontà di distinzione dai peccatori, Gesù si fa immergere da Giovanni: uno del popolo, con il popolo, in mezzo al popolo, dove questo termine indica certamente la gente ordinaria, ma anche quel nuovo popolo che Dio sta radunando per farne il suo popolo per sempre. Gesù inizia così la sua vita pubblica: non con una predicazione, non con un miracolo, non con un’apparizione che potesse stupire e meravigliare i presenti, ma un gesto umano di umiltà, di sottomissione a Dio e di totale solidarietà con i suoi fratelli e sorelle peccatori.

Luca vuole anche mettere in evidenza ciò che accade a Gesù, ciò che diventa sua esperienza personalissima in quell’evento. A differenza degli altri vangeli rivela che Gesù riceve il battesimo mentre sta pregando, mentre riconosce la presenza e la signoria del suo Dio e Padre. Ecco la prima azione di Gesù nella sua vita pubblica: la preghiera! E nel vangelo secondo Luca la preghiera sarà anche l’ultima azione di Gesù in croce, prima di morire (cf. Lc 23,46). Cosa significa dunque pregare? Poche cose: fare silenzio, fare spazio dentro di sé per accogliere lo Spirito di Dio e ascoltare quella parola che Dio rivolge personalmente al credente. Questa e solo questa è la preghiera cristiana: non parole dette a Dio, non ripetizione di formule, non esercizio di affetti, ma silenzio, predisposizione di se stessi all’accoglienza della Parola e dello Spirito di Dio.

Avviene per Gesù ciò che avviene per la prima comunità dei discepoli, dopo la sua resurrezione, quando resterà in preghiera, farà spazio allo Spirito e riceverà il dono (cf. At 1,4; 2,1-12). Per questo Gesù, secondo Luca, parlando della preghiera e del suo esaudimento precisa: “Se voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono” (Lc 11,13). La preghiera cristiana è epiclesi dello Spirito e il suo esaudimento è il dono dello Spirito.

Gesù dunque si fa immergere da Giovanni ma soprattutto prega, appresta tutto il suo essere per farsi dimora dello Spirito santo, che solo Gesù “vede scendere” dal cielo sotto forma di colomba per dimorare in lui. È il segno dello Spirito di Dio che covava sulle acque al momento della creazione (cf. Gen 1,2), il segno della Shekinah, la Presenza del Dio vivente che dal cielo scende sulla terra. I cieli si aprono per questa discesa da Dio dello Spirito e, con lo Spirito, ecco risuonare la parola personalissima rivolta a Gesù: “Tu! Tu sei mio Figlio!”. Questa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio!

Per esplicitare questa proclamazione, il vangelo secondo Luca cita il salmo 2: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato” (v. 7), sicché questa voce non è una rivelazione per Gesù, che conosceva la sua relazione con il Padre (cf. Lc 2,49), ma piuttosto un’intronizzazione messianica all’inizio della sua missione. Nel vangelo secondo Marco la voce discesa dal cielo (ripresa da Matteo e da alcuni manoscritti di Luca) risuona in modo diverso: “Tu sei mio Figlio, l’amato, in te mi sono compiaciuto!” (Mc 1,11; Mt 3,17). Oltre al salmo 2, viene qui echeggiata anche la dichiarazione del Signore sul suo Servo (“Ecco il mio Servo, … in lui mi sono compiaciuto”: Is 42,1). Sì, Dio si compiace, trova gioia nel suo Servo, come la trova nella sua venuta tra gli umani (cf. Lc 2,14). Anche nella trasfigurazione questa voce dal cielo scenderà per proclamare Gesù come Figlio di Dio, come Servo eletto al quale va l’ascolto, e confermarlo nel suo cammino verso la passione e la morte (cf. Lc 9,35).

Nessuno ascolta quella voce, nessuno vede scendere lo Spirito all’infuori di Gesù, che quell’evento potrà dunque proclamare con autorevolezza: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha unto e mi ha inviato a portare la buona notizia ai poveri” (Lc 4,18; Is 61,1). Il battesimo è dunque rivelazione della chiamata rivolta a Gesù, che lui realizzerà pienamente e puntualmente quale Messia, perciò Figlio di Dio, e quale Profeta, perciò Servo del Signore.

“Gesù aveva circa trent’anni” (Lc 3,23), annota Luca subito dopo, dunque ha trascorso molti anni di vita nascosta. Dal suo bar mitzwah, quando a dodici anni divenne “figlio del comandamento” (cf. Lc 2,41-50), fino a questo evento di rivelazione, Gesù ha vissuto un’esistenza ordinaria, che a noi resta oscura. Inutile ricostruire con la fantasia e l’immaginazione quegli anni, per farne discendere una “spiritualità” di Gesù in famiglia, di Gesù operaio, di Gesù a Nazaret… Ci basti sapere che ha atteso, che non si è dato ruoli né una vocazione, ma che ha sempre saputo vivere l’oggi di Dio.

Siamo certi soltanto della sua obbedienza a Dio piuttosto che agli uomini e alla famiglia (cf. Lc 2,49; At 5,29); della sua disponibilità a fare posto nella propria vita e nel proprio corpo allo Spirito santo, “il suo compagno inseparabile” (Basilio di Cesarea); del suo esercitarsi nell’arte dell’ascolto della Parola di Dio, che egli trovava nell’assiduità alle sante Scritture; del suo farsi discepolo mettendosi alla sequela di Giovanni, rabbi e profeta; del suo fare discernimento della propria vocazione e missione. Questo fino a circa trent’anni, quando ormai era un uomo maturo e, per il suo tempo, avanti negli anni. E quando il suo maestro Giovanni fu imprigionato da Erode (cf. Lc 3,19-20), ecco venuta la sua ora, l’ora di far risuonare la sua parola, l’ora di proclamare il Vangelo, l’ora di percorrere le vie della Galilea e della Giudea “passando tra gli umani facendo il bene” (cf. At 10,38) e facendo arretrare il diavolo.

Questo cammino va dall’immersione nelle acque del Giordano all’immersione nelle acque della passione e della morte (cf. Sal 69,2-3). E anche nell’ora della morte Gesù sarà crocifisso in mezzo a due malfattori (cf. Lc 22,37; 23,33; Is 53,12), solidale con i peccatori, come lo era stato per tutta la vita. Li aveva preferiti ai giusti, facendosi battezzare insieme a loro da Giovanni; li preferirà ancora ai giusti morendo in croce tra di loro, ma arrivando a promettere proprio a uno di loro: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). E appena morto sentirà di nuovo la voce del Padre: “Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato”, voce che lo richiama dai morti, Spirito santo che lo rialza alla vita eterna. L’Apostolo Paolo rileggerà questa storia in modo sintetico all’inizio della Lettera ai Romani: “Cristo Gesù, … Figlio di Dio, nato dalla stirpe di David secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito santo, attraverso la resurrezione dei morti” (Rm 1,1.3-4).

La festa del battesimo di Gesù è l’ultima manifestazione-epifania del tempo di Natale. Venendo nel mondo, Gesù si è manifestato a Betlemme ai pastori, ai poveri di Israele; si è manifestato come Re dei giudei ai sapienti venuti dall’oriente, alle genti della terra; e all’inizio del suo ministero pubblico si è manifestato a tutto Israele quale Messia e Figlio di Dio. Dalla prossima domenica, attraverso la lettura cursiva del vangelo secondo Luca, la chiesa ci chiederà di seguire Gesù verso la sua Pasqua, “il suo esodo che dovrà compiersi a Gerusalemme” (Lc 9,31).


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Don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma, 

commenta il Vangelo del 9 gennaio 2022, festa del Battesimo del Signore Anno C.


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Battesimo del Signore

Lc 3,15-16.21-22

Il Figlio amato, in mezzo ai peccatori

Ludwig Monti, biblista

  

Termina oggi con la solennità del Battesimo del Signore il tempo delle manifestazioni di Gesù: ricevendo da Giovanni il Battista l’immersione nel Giordano, egli si manifesta al popolo di Israele e più in generale, secondo Luca, a tutti coloro che accorrono dal Battista. Il battesimo è la prima occasione in cui Gesù, uomo maturo, entra sulla scena pubblica: non è protagonista di gesti straordinari né di un insegnamento, ma è solo un essere umano pienamente solidale con gli umani peccatori. Il cammino intrapreso da Gesù fin dall’inizio del suo ministero è segnato dall’abbassamento e dalla misericordia: è così che egli narra la misericordiosa condiscendenza di Dio, colui che nella sua ricerca di comunione con ogni umano scende fino a raggiungerlo là dove i sentieri tortuosi della vita e i suoi peccati possono condurlo…

È inaudito il fatto che Gesù, colui che è senza peccato e viene da Dio, si presenti in mezzo ai peccatori, solidale con loro nell’andare a ricevere un’immersione per la remissione dei peccati da parte di un altro uomo. Ciò ha scandalizzato non poco i primi cristiani, come testimonia l’apocrifo vangelo degli Ebrei, che mette in bocca a Gesù queste parole: “Quale peccato ho commesso perché debba recarmi a ricevere il battesimo?”. Ma anche i sinottici tradiscono un certo imbarazzo: solo Marco racconta questo evento in modo scarno e netto; Matteo narra un dialogo tra Giovanni e Gesù con il quale cerca di giustificare la scelta di quest’ultimo; Luca attutisce non poco il fatto del battesimo.

È su questo elemento che iniziamo a concentrarci. Balza agli occhi il fatto che in Luca il battesimo di Gesù è posto in secondo piano. Se Marco aveva scritto con chiarezza: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni” (Mc 1,9), Luca non solo lo evoca appena, quasi incidentalmente, ma addirittura nella sua costruzione narrativa lo attenua con il fatto che Giovanni è già stato imprigionato. Non lo si dimentichi: secondo Luca è Gesù che, fin dal grembo di sua madre, ha immerso in Spirito santo Giovanni mentre costui era nel grembo di Elisabetta, al momento della visitazione (cf. Lc 1,40-44). Il Battista diviene così una sorta di cristiano ante litteram, un predicatore itinerante che già annuncia il Vangelo (cf. Lc 3,3.18): sono cioè le caratteristiche di Gesù che si retroproiettano su di lui.

In primo piano ci sono invece altri elementi, a cominciare dalla preghiera di Gesù. Per Luca, in particolare, la preghiera e il dono dello Spirito sono strettamente congiunti, perché la preghiera cristiana è essenzialmente epiclesi, un domandare al Padre il dono dello Spirito, la cosa buona delle cose buone (cf. Lc 11,1-3). Luca poi cerca di esprimere l’esperienza dello Spirito santo fatta da Gesù attraverso l’immagine del cielo aperto, segno di rinnovata comunione tra cielo e terra, quella comunione che si manifesta nella discesa dello Spirito su Gesù e nel suo rimanere su di lui. Si potrebbero citare numerosi passi biblici che parlano della discesa dello Spirito dal cielo nei tempi messianici. Si ricordi almeno Is 42,1, parte della voce che scende dal cielo: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito su di lui” (Is 42,1). Qui a Gesù viene donato lo Spirito in pienezza, quello Spirito che subito dopo lo conduce nel deserto (cf. Lc 4,1); quello Spirito che lo fa ritornare a Nazaret e lo spinge a proclamare che il suo annuncio del Vangelo ai poveri e la sua azione di liberazione avvengono nella forza dello stesso Spirito: “Lo Spirito del Signore è su di me” (Lc 4,18). L’azione dello Spirito “non muta la sua identità, ma la rende trasparente. Gesù non è trasformato, è svelato; non diventa, è mostrato” (Bruno Maggioni).

È mostrato: ecco il particolare dello “Spirito in forma corporea”, precisazione solo lucana che vuole dire che si è trattato di un fatto reale, percepibile e pubblico, “come di colomba”. È un riferimento allo Spirito che aleggiava sulle acque primordiali (cf. Gen 1,2); e, insieme, alla colomba che dopo il diluvio ritorna da Noè con un ramo di ulivo nel becco a simboleggiare l’avvenuta riconciliazione tra Dio l’umanità (cf. Gen 8,10-11). È questo unico e medesimo Spirito che plana sulle acque del Giordano per evocare la pace messianica apertasi con il battesimo di Gesù, è lo Spirito che riposa in pienezza sul Messia Gesù. Lo Spirito ha anche una parola (cf. Eb 3,7; 10,15), che si condensa in tre citazioni, testimonianza del fatto che Gesù ascolta le Scritture come rivolte a sé: “E avvenne una voce dal cielo: ‘Tu sei mio Figlio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento’, la mia gioia, il mio amore”. Parole che combinano tre citazioni bibliche:

  • Tu sei mio Figlio” (Sal 2,7): affermazione che indirizza l’identità e la missione di Gesù sulla via messianica.

  • L’amato” (Gen 22,2): riferimento a Isacco, dunque al sacrificio che lo attende.

  • In te ho posto il mio compiacimento” (Is 42,1): Gesù è il Servo del Signore annunciato da Isaia, quindi ha una missione da svolgersi con fermezza ma, nello stesso tempo, con uno stile di dialogo, di misericordia. Missione che sarà di salvezza per tutti, fino agli estremi confini della terra.

Nella preghiera e nella solidarietà con tutti gli umani, tutti peccatori, Gesù si comprende e si legge come Figlio amato da Dio suo Padre, e fa di questa consapevolezza la forza incrollabile che lo sosterrà per tutta la vita, fino a una morte assunta liberamente e per amore. Lo esprime in modo mirabile ancora un frammento del vangelo degli Ebrei: “Avvenne che, quando il Signore uscì dall’acqua, tutta la fonte dello Spirito santo discese, riposò su di lui e gli disse: ‘Figlio mio, da tanto tempo, in tutti i profeti, aspettavo che tu venissi per riposarmi su di te. Tu sei il mio riposo, tu sei il mio Figlio amato, tu che regni in eterno!’”.

Sì, Gesù Cristo, il Figlio che era stato generato dal Padre e dallo Spirito prima della creazione del mondo ed era stato concepito per la forza dello Spirito santo dalla vergine Maria, qui, nella storia, vede rivelata la sua identità. Nell’aprirsi dei cieli non ha particolari visioni, ma vede sé stesso come amato da Dio; e questo a favore di tutta l’umanità, riassunta in coloro che quel giorno al Giordano lo hanno contemplato anche per noi.

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