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Piero Stefani "Bibbia a frammenti. Tra oralità e scrittura"

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Il Regno
Parole delle Religioni
Bibbia a frammenti. 
Tra oralità e scrittura
Piero Stefani

L'origine delle parole è quasi sempre la porta principale che conduce alla loro comprensione. Non fa eccezione il termine «Corano»: in base all’etimo rimanda non all’idea di scrittura bensì a quella di recitazione. Non per nulla, all’interno dello stesso testo sacro dell’islam è contenuto l’ordine rivolto a Muammad di recitare il Corano salmodiando (sura 73,4).

La recezione piena della rivelazione si trova nell’atto di emanciparla dalla sua forma scritta per riconsegnare il Corano all’oralità. La recitazione (arte nell’islam particolarmente complessa) diviene l’espressione umana più conforme alla «parola di Dio» (kalam Allah). Il considerare altamente meritorio sapere a memoria l’intero Corano è, a sua volta, una declinazione meno precisa di questa stessa idea.

Esistono storie antiche che attestano come la recitazione sia la forma più autentica con cui si comunica la rivelazione. Una tradizione orale genuina (adith) relativa alla vita del Profeta riporta in proposito un episodio altamente significativo. Il Profeta chiese ad ‘Abd Allah figlio di Mas’ud di recitargli il Corano. Quest’ultimo si stupì: «“Io recitarlo mentre è stato rivelato a te?”. “Sì”, rispose».

‘Abd Allah cominciò a recitargli la Sura delle donne (IV). Quando giunse al versetto (il 45o) in cui s’afferma che verrà un giorno nel quale i miscredenti e ribelli contro Muammad desidereranno vanamente che la terra li nasconda, il Profeta disse di cessare. I suoi occhi erano pieni di lacrime.1 La recitazione restituisce a tal punto la forza della parola coranica da far sì che lo stesso Muammad si presenti sotto la veste di suo commosso uditore.

Pur tenendo conto di tutte le enormi differenze del caso, è significativo porre in rilievo che nella Chiesa cattolica la clausola «parola di Dio» viene posta a coronamento di una pubblica lettura liturgica di brani biblici. Anche se questo aspetto è ben poco sottolineato, è fondamentale che la formula sia collocata dopo l’ascolto e non già prima come ammonimento all’assemblea rispetto a quanto ci si appresta a udire. Certo viene letta la provenienza (dal / dalla) e quindi si sa che la lettura è tratta dalla Sacra Scrittura; tuttavia ciò non toglie che la pericope biblica divenga pienamente «parola di Dio» solo quando è ascoltata.

È inconcepibile trovare stampato nel frontespizio della nostra Bibbia la sigla: Dei Verbum. Sarebbe addirittura da relegare nell’ambito del nonsense trovarsi di fronte a una copertina con scritto: Spirito Santo, La Bibbia. Formulazioni come «libro (o libri) di Dio» sono effettivamente presenti nel mercato librario, si tratta però di testi che parlano della Sacra Scrittura (o di altri scritti religiosi) e non già di una sigla posta in esergo a una nuova edizione della Bibbia. Unicamente nell’ambito di un’assemblea che la proclama, l’ascolta, la commenta e la medita la Bibbia è davvero Dei Verbum.

Quando la messa si concludeva con la formula «Ite missa est» (improvvidamente resa in italiano con «andate la messa è finita») non era insolito udire l’opportuna raccomandazione che la celebrazione dovesse prolungarsi nella vita. Ciò valeva anche per la parola da meditare e comunicare quando si è in casa, quando si cammina per via, quando ci si corica e quando ci si alza (cf. Dt 6,7), ma anche quando la si rinnova con la preghiera distribuita lungo le ore della giornata. Prassi, quest’ultima, che i musulmani rendono ormai pubblicamente visibile in molte zone del nostro pianeta.

L’autorità della Parola

Un termine ebraico per indicare la Bibbia è Miqra’; basta una conoscenza superficiale delle lingue semitiche per comprendere che si tratta della stessa radice del termine Qur’an (Corano). Il suo significato più che con recitazione può essere reso con «lettura ad alta voce». L’atto di leggere presuppone sempre la presenza di un testo scritto. La Bibbia rimane il punto di partenza posto al di sopra di ogni altra autorità. Esempi in tal senso sono presenti anche all’interno della stessa Scrittura.

Uno dei più significativi riguarda la visione del sovrano proposta dal Deuteronomio. Nel vicino Oriente antico il re faceva e proclamava la legge senza essere sottoposto a essa; nella Bibbia invece sono presenti sia leggi sul re sia la prescrizione secondo cui il sovrano stesso deve diventare un lettore: «Quando si insedierà sul trono regale, scriverà per suo uso in un libro una copia di questa legge, secondo l’esemplare dei sacerdoti leviti. Essa sarà con lui ed egli la leggerà tutti i giorni della sua vita» (Dt 17,18s).

L’indicazione non va presa alla lettera, come se il re si trasformasse in amanuense, si tratta piuttosto di un’istanza ideale volta a indicare come l’autorità della «parola di Dio» superi il più alto potere umano. Questo principio è chiamato a concretizzarsi in un rapporto quotidiano con quelle parole.

Il riferimento al re è ideale, quello liturgico è reale. In ogni sinagoga c’è un armadio sacro (‘aron ha-qodesh) dentro il quale, ammantato in modo da richiamare gli antichi paramenti sacerdotali, c’è il Sefer Torah, vale a dire una copia manoscritta su pergamena dei primi cinque libri della Bibbia ebraica. Il libro è considerato sacro al punto da non poter essere toccato con le mani: per svolgerlo ci sono i bastoni, per seguirne la lettura, riga dopo riga, c’è uno sussidio apposito chiamato yad (mano). Il rotolo è estratto periodicamente per essere letto davanti all’assemblea. Il giorno di sabato costituisce il momento nel quale la proclamazione raggiunge la sua massima realizzazione.

Nel corso di un anno viene proclamato l’intero Pentateuco. A tal fine la Torah è divisa in apposite sezioni. Nella festa di Simchat Torah (Gioia della Torah) viene letta sia l’ultima parashah («sezione») del Deuteronomio sia la prima della Genesi. Nella lectio continua non ci devono essere interruzioni. Il rotolo è sacro, la lettura è integrale e compiuta nella lingua originale. A essere scritte sono solo le consonanti. Impensabile che il Sefer contenga illustrazioni.

Le cose stanno in maniera molto differente nel cristianesimo. Nella liturgia cattolica fin dal Medioevo si usa il Messale che riporta traduzioni (anche quella latina evidentemente lo era) e che può essere tanto illustrato quanto toccato. Il Messale contiene molte parti di provenienza non biblica. I testi tratti dalla Bibbia sono brani distinti (letture) mescolati a scritti derivati dalla tradizione della Chiesa. Nella forma attuale la lectio continua (che in realtà non è neppure davvero tale) è riservata solo alla Seconda lettura (che per questo motivo risulta la più avulsa dal contesto delle letture domenicali). La «parola di Dio» è ascoltata a frammenti. Ciò segna una forte divaricazione tra le letture liturgiche e la Bibbia recepita nella sua veste integrale di libro scritto.

Non sembri un paradosso affermare che il Messale ha dato un contributo a rendere la Bibbia un libro, per tanti aspetti, paragonabile ad altri. Le maratone di lettura biblica sono una conferma e non una smentita di tutto ciò. Oltre a esser mimate su iniziative riservate ad altri libri, hanno la caratteristica di far sì che quanto davvero conta sia la lettura e non già l’ascolto. L’atto di leggere è, in sostanza, fine a se stesso ed è perciò avulso da ogni riferimento allo statuto di Dei Verbum.

Il libro della Bibbia

Il primo libro stampato in Occidente con caratteri mobili è stato a metà del XV secolo la Bibbia latina di Gutenberg. La parola sacra può essere riprodotta meccanicamente e divenire il primo modello di una galassia di libri moltiplicabili in un numero illimitato di copie. Sotto questo aspetto la Bibbia è diventata simbolo di tutti gli altri libri. Lo è stata fino a oggi.

Nei suoi sessant’anni di vita, il Centro editoriale dehoniano, così bruscamente consegnato al fallimento, ha avuto vari simboli, il più potente tra essi è stata ed è la Bibbia di Gerusalemme. Il fatto che sia un testo ibridamente composto dalle traduzioni CEI (la prima del 1974, la seconda del 2008) e dalle introduzioni, note e rimandi tratti dall’originale francese, non ha impedito al libro di diventare la Bibbia più diffusa in Italia.

È anche il libro più letto? L’argomento è stato affrontato più volte tanto su un piano statistico quanto su quello più impegnativo di come la Scrittura vada letta in un contesto ecclesiale.2 Resta fermo il fatto che, una volta posta in circolazione in maniera desacralizzata nella veste di libro accessibile a tutti, la Bibbia partecipa inevitabilmente al destino riservato al genere libro. Quale sarà il suo futuro in un’epoca in cui ci si interroga sulla sorte stessa del libro a stampa?

A quanto è dato vedere la Bibbia non ha difficoltà a essere veicolata attraverso i media, ma per questo essa diviene evidentemente un’altra Bibbia costituita da una costellazione di brevi citazioni isolate. In un contesto totalmente diverso. Nei media, sia pure in maniera radicalmente diversa, si ripropone la «Bibbia a frammenti» propria della lettura liturgica. Inutile però aggiungere che ci si trova in un ambito in cui non è più pronunciabile la clausola «parola di Dio».

  

1 Detti e fatti del profeta dell’islam, raccolti da al-Buari, a cura di V. Vacca, S. Noja e M. Vallaro, UTET, Torino 1982, 488.

2 Cf. Pontificia Commissione biblica, L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa, LEV – Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 1993.

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