VOI CHI DITE CHE IO SIA? Si ascolta e si risponde lungo la via

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Chi è Gesù? Domanda eterna. Più prosaicamente, domanda che attraversa tutti i vangeli. Ma almeno una volta è lui stesso a porla. La ascoltiamo dal vangelo più antico, quello secondo Marco, inserendola nel suo contesto.

 

Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e sulla via interrogava i suoi discepoli dicendo loro: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri Elia, e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Rispondendo, Pietro gli dice: “Tu sei il Cristo” (Mc 8,27-29).

 

Siamo esattamente a metà del racconto evangelico. Subito dopo, con il primo annuncio della passione, morte e resurrezione, successivo alla confessione di Pietro, comincia la parte finale della vita di Gesù, il suo andare risolutamente verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51) per dare compimento a tutta la propria esistenza. A Cesarea, situata alle sorgenti del Giordano, in terra pagana, città che porta in sé il nome dell’imperatore, Gesù pone alla sua comunità la domanda cruciale. Già da tempo egli fa vita comune con questi uomini, perciò desidera sapere cosa essi hanno compreso di lui. Con chi egli vive? E dunque, che cosa o chi regna veramente sulla loro, sulla nostra vita?

Siamo “sulla via”, espressione che scandisce le tappe principali del cammino di Gesù verso Gerusalemme (cf. anche Mc 9,33-34; 10,32.52). Ed ecco che Gesù stesso, privo di qualsiasi autoreferenzialità, desidera definirsi anche in base a ciò che altri dicono di lui. Non perché non abbia saldezza e discernimento per comprendersi, ma perché sa che i rapporti umani ci “alterano”, contribuiscono a creare la nostra identità personale. Solo chi vive come una monade, avanza in mezzo a tutto e tutti senza essere toccato da niente e da nessuno. E questo non è certamente il caso di Gesù.

Perciò domanda innanzitutto: “La gente, chi dice che io sia?”. Le folle, le persone che Gesù ha incontrato, cosa pensano di lui (cioè del Figlio dell’uomo, come Gesù amava definirsi, prendendo una sana distanza da sé)? Per i discepoli la risposta è chiara: Gesù è percepito come un profeta. Quella profezia che da secoli taceva in Israele ora è tornata a manifestarsi, grazie a Giovanni il Battista e a Gesù. Non è un caso che la gente paragoni Gesù anche a Elia, il più grande tra i profeti dell’Antico Testamento: una sorta di filo rosso unisce Gesù e Giovanni, definito da Gesù “quell’Elia che deve venire” (Mt 11,14; cf. Mc 9,12). Giovanni è stato forse risuscitato e vive in Gesù, come Erode si era chiesto dopo averlo fatto decapitare (cf. Mc 6,16)? Questi elementi forniscono un preciso ritratto di Gesù, a pelle: agli occhi dell’opinione comune egli è un profeta carismatico, un “uomo di Dio”.

Non è poco. Ma è tutto qui? Gesù continua a scavare, interrogando i discepoli e con loro ciascuno di noi. Non può infatti bastare un’opinione generica. Dunque: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Chi è Gesù per me, qui e ora? Occorrerebbe ascoltare da ogni lettore la sua personalissima risposta. Ogni nostra parola deve però fare i conti con quella che viene dal vangelo, da quegli uomini concreti ai quali Gesù ha posto la domanda. È Pietro che, con la capacità di iniziativa che lo contraddistingue, ribatte immediatamente: “Tu sei il Cristo”, cioè il Messia atteso, colui che Dio ha unto come Messia, il Veniente da Dio per portare la salvezza.

Non possiamo entrare nell’ampia questione delle attese messianiche al tempo di Gesù, molto più varie di quanto abitualmente si pensi. In ogni caso, il prosieguo del racconto rivela con chiarezza l’intento delle parole di Pietro: la comunità di Gesù lo vede come “un Salvatore potente” (Sof 3,17). In breve, ciò che egli intende con il titolo di “Cristo” si può dedurre dalla sua reazione negativa all’annuncio della passione: è verisimile che si tratti del Messia regale atteso per liberare il suo popolo dall’oppressione e stabilire un regno terreno. Risposta “politica”.

Gesù però non ci sta. Egli infatti conosce bene la “necessità” umana sulla quale avevano già meditato i sapienti di Israele: in un mondo ingiusto, il giusto può solo essere osteggiato, perseguitato e, se possibile, eliminato, come attestano i primi due capitoli del libro della Sapienza. Per questo non autorizza nessun trionfalismo, ma “minaccia” – lo stesso verbo usato per esprimere il rimprovero rivolto da Gesù ai demoni (cf. Mc 1,25) e, subito dopo, a Pietro identificato con Satana (cf. Mc 8,33)! – “i suoi discepoli perché non parlino a nessuno di lui” (cf. Mc 8,30), di questa sua identità. Non vuole che “la folla venga a prenderlo per farlo re” (cf. Gv 6,15), ma annuncia la sua passione e morte, unitamente alla sua grande speranza nella resurrezione (cf. Mc 8,31).

Tralasciando il dato della resurrezione, che porrà un ulteriore problema ai discepoli (cf. Mc 9,10), questa prospettiva non è facile da accogliere. La parabola terrena di Gesù è dunque destinata a concludersi nella morte a cui viene condannato dalle legittime autorità religiose di Israele, alleate con quelle politiche dell’impero? È questo l’esito del suo annunciare il regno di Dio, del suo curare e guarire le persone? Le domande sembrano incatenarsi l’una all’altra, susseguirsi in modo quasi naturale… Come si poteva seguire un Messia così? E a posteriori, com’è stato possibile che un uomo appeso a una croce diventasse colui sul quale i cristiani tengono fisso lo sguardo come Salvatore e Signore? Può essere possibile, a patto che ci si guardi dalla tentazione di leggere Gesù a partire dalla croce. No, occorre leggere anche la croce a partire da Gesù. Ascoltiamo un’acuta intuizione di un teologo scomparso qualche anno fa:

 

Nell’immaginario “cristiano” la croce sembra prevalere sul crocifisso, dando libero sfogo alle tendenze ambigue insite nel subconscio dell’uomo … Ma non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è propriamente da comprendere, non retoricamente da esaltare (Giuseppe Colombo).

 

Si può in ogni caso comprendere la reazione scomposta di Pietro – il quale si mette a minacciare Gesù (cf. Mc 8,32) –, almeno da un punto di vista umano troppo umano. Così come si può anche capire la reazione di Gesù, franca fino alla durezza: “Va’ dietro a me, Satana, perché tu non hai i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini!” (Mc 8,33). Gesù aveva una parola pubblica, chiara, leale, come pure i suoi avversari gli riconoscevano, loro malgrado: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità” (Mc 12,14). La via di Dio e anche la via dell’uomo… Per questo decide immediatamente di convocare la folla insieme ai suoi discepoli, affinché le cose siano chiare.

Al centro del centro del vangelo Gesù pronuncia dunque parole inesauribili: “Se qualcuno vuole stare dietro a me e seguirmi, rinunci ad affermare se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Infatti, chi vuole salvare”, cioè preservare per sé, “la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,34-35). Impossibile commentare in un breve spazio queste densissime affermazioni, che richiederebbero un ampio saggio, quasi parola per parola. Forse non è neanche necessario farlo, perché il sensus fidei delle persone più semplici (la gente…) comprende con la propria vita ciò che qui Gesù intende dire. Comprende che il “per causa mia e del Vangelo” significa anche “per causa mia che sono il Vangelo”, la buona notizia per eccellenza. Ecco chi è Gesù: la buona notizia fatta persona, colui per il quale vale la pena spendere e perdere la vita. E sia chiaro: Gesù non sta opponendo una vita fisica, che sarebbe caduca, a una vita eterna, vera e profonda, quella davvero importante. No, il tentativo di preservare mondanamente (cioè senza e contro gli altri) la propria vita attuale, l’unica che abbiamo, significa perderla ora e poi per l’eternità: ma soprattutto perderla ora, visto che dell’eternità sappiamo ben poco… Al contrario, donandola nell’amore, cioè nell’ascolto attento dell’altro, nel guardarlo e nel farsi a lui vicini compiendo il bene possibile, lì si salva, si trova (cf. Mt 10,39; 16,25), si guadagna (cf. Lc 21,19) la vita: “il centuplo ora, nel tempo presente, … e nel tempo che verrà, la vita eterna” (Mc 10,30). Vita, pienezza nel presente! Questo ha vissuto e insegnato Gesù; questo significa il suo comando ultimo e definitivo: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12).

Di nuovo: come si può conoscere chi è Gesù? Come si può affermare, in senso esistenziale e rilevante per la propria vita, chi lui è? Lasciamo la risposta a papa Francesco,:

 

La domanda a Pietro “Chi sono io per voi, per te?”, si capisce soltanto lungo una strada, dopo una lunga strada … È la strada del discepolo. Infatti Gesù a Pietro e ai suoi apostoli non ha detto: conoscimi! Ha detto: seguimi! E proprio questo seguire Gesù ci fa conoscere Gesù. Seguire Gesù con le nostre virtù e anche con i nostri peccati. Ma seguire sempre Gesù! Per conoscere Gesù, non è necessario uno studio di nozioni, ma una vita da discepolo. In questo modo, andando con Gesù impariamo chi è lui, impariamo quella scienza di Gesù.

 

Si tratta pertanto di seguire Gesù, ovunque egli vada (cf. Ap 14,4), sulle sue vie, che così spesso non sono le nostre (cf. Is 55,8). Così sarà sempre possibile diventare suoi discepoli, come avvenne per quel centurione romano il quale, sotto la croce, “avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’” (Mc 15,39). Questo pagano intravede nel dono puntuale della propria vita da parte di Gesù lo stile con cui quel condannato a morte aveva vissuto, aveva riempito di senso la vita propria e di quanti lo avevano seguito… E allora decide di aprirsi a lui, di lasciarsi convertire da lui, cioè di accettare che da quel momento la propria vita non sia più la stessa: è così che in Gesù Cristo, lui che è “la via” (Gv 14,6), si diventa “quelli della via” (At 9,2; cf. 18,25.26; 19.9.23; 22,4; 24,14.22).

Non è facile, eppure è molto semplice: occorre la volontà di vedere Gesù (cf. Gv 12,21), a volte anche solo l’intelligente disponibilità a lasciare che la propria vita sia fecondata da un imprevisto incontro con lui. Poi, sulla via, una volta approfondita la conoscenza di Gesù Cristo “secondo le Scritture” (1Cor 15,3.4), secondo il Vangelo, ecco risuonare per ciascuno di noi la sua domanda: tu, chi dici che io sia? E di conseguenza: vuoi seguirmi avendo in mente un tuo progetto oppure accogliendo la mia differenza, la mia alterità che è fonte di vita in pienezza?

Ieri, oggi e sempre dalla domanda di Gesù: “Tu, chi dici che io sia?”, discendono per ogni credente le domande essenziali. Quelle a cui si risponde non a parole, ma con la vita. Direbbe Gesù: “Perché mi chiamate ‘Signore, Signore!’, ma non fate quello che vi dico?” (Lc 6,46).

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