Gianfranco Ravasi "Davide era gay?"

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Il tema dell’omosessualità così come è presente nella Bibbia necessita di una corretta ermeneutica, non troppo blanda e “permissiva”, ma neppure fondamentalistica. Ne parla il cardinale Gianfranco Ravasi in questo articolo, pubblicato su Jesus di luglio, che proponiamo qui di seguito integralmente.

Prima di affrontare il soggetto che proponiamo per questa puntata della nostra rubrica, è necessaria una premessa che vorremmo sottolineare in modo molto marcato. Il tema dell’omosessualità, se considerato alla luce della “lampada” biblica sempre accesa su queste nostre pagine, esige infatti l’applicazione di una corretta ermeneutica. Da un lato, essa non deve estenuare o estinguere il contenuto etico dei testi presi in esame, ma neppure assumerne il messaggio e il suo dettato in modo fondamentalistico, cioè letteralistico.
D’altro lato, come scriveva una nota e attenta esegeta italiana, Marinella Perroni, nella voce Maschile e femminile presente nel dizionario Temi teologici della Bibbia, edito da San Paolo nel 2010 (pp. 812-817), «anche se dal punto di vista ermeneutico non è mai corretto proiettare sulla Bibbia istanze e tendenze proprie di una specifica stagione culturale, sempre però si guarda a un testo ritenuto sacro anche a partire dalle spinte che vengono dalla realtà sociale e religiosa dei diversi momenti storici. Proprio questo gli garantisce infatti forza e attualità».

La nostra premessa comprende, poi, un’altra osservazione. L’argomento che abbiamo scelto, proprio per l’incidenza e la molteplicità degli approcci che sono ora ad esso applicati, non può essere esaurito nell’arco dello spazio limitato (anche se generoso per una rubrica) che mi è riservato nel nostro mensile. Quindi, la trattazione è passibile di ulteriori note e considerazioni, per altro disponibili nei vari trattati di teologia morale, oltre che nel vasto orizzonte delle discipline coinvolte, a partire ovviamente dall’antropologia, coi suoi corollari sulla corporeità, sulla sessualità, sulla relazione interpersonale ma anche sulle criticità psicologiche, sociali ed etiche.
Abbiamo scelto, perciò, di partire da un orizzonte molto ristretto e parziale, quello suggerito da una lettera ricevuta in passato, che ora citiamo nella sostanza. Essa era centrata su un soggetto particolare, il legame tra due famosi personaggi biblici, Davide e Gionata.
È interessante notare che il mio interlocutore faceva esplicito riferimento a una libera associazione di omosessuali cristiani intitolata proprio al figlio di Saul, quasi come a emblema del loro status personale. Ecco, dunque, il testo – sia pure ridotto alla sostanza – della lettera che, però, si apre con uno sguardo più ampio sul tema.

«Il giudizio negativo sull’omosessualità può realmente ancorarsi ai testi sacri ebraici e cristiani? Infatti, il passo del capitolo 19 della Genesi, che viene addotto come base esplicita per una condanna dell’omosessualità dei cittadini di Sodoma, mette in scena piuttosto un giudizio sulla violazione del diritto di ospitalità nei confronti degli stranieri (messaggeri divini) accolti in casa da Lot. Piuttosto sarebbe da spiegare la serie di pagine in cui si descrive “l’amore” tra il giovane Davide e il principe Gionata, figlio del re Saul, “amore” che non riceve nessuna critica, anzi, viene esaltato: “Gionata, tu mi eri molto caro: la tua amicizia per me era più preziosa dell’amore di una donna” (2 Samuele 1,26)». È vero: un passo come il capitolo 19 della Genesi dev’essere usato con molta cautela, nonostante l’interpretazione tradizionale così vigorosa che ha coniato su questo testo il vocabolo “sodomia” e nonostante il chiaro riferimento alla richiesta rivolta a Lot di consegnare i suoi ospiti “angelici” a quella folla «perché potesse abusarne».
L’orrore e la condanna dell’autore sacro riguardano, infatti, soprattutto la violazione della legge sacra dell’ospitalità. Non è, però, da escludere un riferimento polemico contro l’idolatria degli indigeni della Palestina, i Cananei, che nei loro culti della fertilità, ammettevano l’omosessualità sacrale. Si legga il passo del Deuteronomio (23,18-19) ove sono di scena i «prostituti sacri», bollati spregiativamente come «cani», ma che in realtà erano sacerdoti dei culti cananei. D’altronde, già sopra abbiamo sottolineato quanto sia decisiva una corretta interpretazione delle Scritture, che tenga conto dei condizionamenti e delle specifiche coordinate storico-culturali del testo sacro.

L’esegesi moderna, però, è più cauta e allega alcuni dati che possono eccepire nei confronti della sicurezza del nostro interlocutore riguardo al suo esempio specifico, quello dell’«amore» tra Gionata e Davide. Effettivamente si deve riconoscere che esso è stato letto in chiave omosessuale anche da qualche esegeta, come Tom Horner (Jonathan loved David, Philadelphia 1978). In realtà, una serie accurata di ricerche ha dimostrato già a livello lessicale, ma pure in ambito sociologico, che nell’antico Vicino Oriente l’uso del verbo ’ahab, «amare», era ampiamente attestato anche in un contesto politico, ove esprimeva la coalizione tra personalità di diversa estrazione ai fini della gestione del potere.
Bisognerebbe, perciò, rileggere (e il racconto biblico offre un’interessante documentazione nel suo insieme) la vicenda della relazione tra i due personaggi in una luce diversa: si tratterebbe, in quel delicato periodo storico degli albori monarchici di Israele, di una coalizione tra una figura rilevante del clan dinastico allora al potere, Gionata (clan in palesi difficoltà politiche), e un contendente perseguitato ma emergente e dotato di un suo seguito popolare, cioè Davide.
Allargando però il discorso in termini più generali, bisogna riconoscere che la questione omosessuale non è assente dalla Bibbia e la sua lettura negativa non è frutto di un accanimento interpretativo posteriore della tradizione cattolica. Nel libro del Levitico, infatti, si leggono precetti indiscutibili: «Non ti coricherai con un maschio come si fa con una donna: è una cosa abominevole… Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte e il loro sangue ricadrà su di loro» (18,22; 20,13). La pena di morte nell’antico Israele aveva un valore teologico oltre che giuridico: era in pratica la sanzione della “scomunica” dalla comunità.
C’è poi da segnalare un testo paolino significativo. In una lista di vizi che escludono dal regno di Dio, l’Apostolo introduce due classi di persone: i málakoi, letteralmente «i teneri, i dolci», cioè gli effeminati, il partner omosessuale passivo, e gli arsenokóitai, vocabolo ignoto in greco classico ma etimologicamente chiaro, indicante gli omosessuali attivi (1Corinzi 6,9-10). Il termine, infatti, è composto da ársen, «maschio», e kéimai, «giacere», nel senso di avere una relazione sessuale. È vero, comunque, che questa denuncia rimanda al contesto di corruzione sessuale che imperava a Corinto e intaccava tutte le relazioni interpersonali. A questa linea si può riportare anche la lista di vizi contrari al Vangelo citati in 1Timoteo 1,10: appaiono la fornicazione in senso lato, i già citati arsenokóitai e gli andrapodistái, cioè i sequestratori di ragazzi per pederastia, un vocabolo che ricorre solo qui in tutto il Nuovo Testamento.

Un’altra coppia di testi merita particolare attenzione. Nel trattatello dei capitoli 13-15 del Libro della Sapienza concernente il tema dell’idolatria, l’autore, probabilmente un giudeo di Alessandria d’Egitto che scrive forse attorno al 30 a.C., elenca un alfabeto di ventidue vizi. Nonostante il libro sia composto in greco, siamo in presenza di una lista costruita in modo inverso, partendo dalla lettera t, l’ultima dell’alfabeto ebraico, per giungere alla a, la prima, così da indicare simbolicamente tutte le perversioni dell’ordine morale. In questo elenco si parla anche dell’«inversione della generazione» (14,26). Non è chiaro a che cosa alluda il sapiente: per alcuni sarebbe in causa l’omosessualità, per altri ogni frustrazione della funzione generatrice. Significativamente resta, comunque, la connessione tra idolatria e vizio sessuale. Dalla decadenza religiosa nasce la perversione morale.
Ora, la stessa tesi è ribadita da Paolo nel suo famoso ritratto della miseria morale e religiosa del mondo pagano presente in apertura alla Lettera ai Romani (1,26-27). Qui, però, è nettamente in questione l’omosessualità: «Le donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini». Anche in questo caso, agli occhi dell’Apostolo, si tratta di una degenerazione sessuale vista come conseguenza della deviazione religiosa. La perdita del senso di Dio fa precipitare nel gorgo del vizio da cui ci può liberare solo la grazia divina salvatrice.

In conclusione, riprendiamo la nostra premessa ribadendo il perimetro della nostra indagine e le esigenze di una corretta ermeneutica, non troppo blanda e “permissiva”, ma neppure fondamentalistica.
Certo, la Bibbia non considera le implicazioni psicologiche e le questioni più complesse di indole antropologica ed è debitrice di modelli culturali e persino di condizionamenti legati alla sua stessa natura di Rivelazione storica. La sua è soprattutto una prospettiva teologica e si àncora alla sorgente della cosiddetta «morale dell’alleanza»: ha alla base il progetto divino sull’essere umano creato da Dio «maschio e femmina» (Genesi 1,27). Si ha, perciò, un’antropologia ben definita che costituisce un codice decisivo di riferimento per la morale. E certamente in questo codice è da porre anche il rispetto per la persona, chiunque e comunque essa si ponga nell’esistenza.
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