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Pasqua, riscatto per gli esclusi e gli scartati


Il giorno di Pasqua molti pensano a Roma. I cattolici del mondo attendono per la benedizione “urbi et orbi” e anche per godere delle immagini meravigliose di piazza San Pietro.
Dovremmo esserne fieri, noi romani. Che il nostro cielo e le nostre basiliche, il Tevere sinuoso, la superba bellezza e l’immediata simpatia ci rendano davvero familiari, come nessuno, agli altri abitanti del globo. “Roma caput mundi”, si diceva una volta, ma quest’idea sembra scomparsa dalla coscienza dei romani. Siamo tentati di giocare al ribasso.

Sembra essersi imposto un modo trascurato, sciatto, introverso di vivere la città, indifferente agli sguardi e agli auspici che pure, ancora, ad essa rivolgono le “genti”. È un peccato! Questa città, casa di tante “gentes”, capitale per vocazione, si espone al rischio di perdere se stessa nell’illusione di difendersi in uno stato o uno stile di provincia. In mezzo alle frotte di stranieri che, comunque, gremiscono il centro storico, in questi giorni d’aprile, capita sempre più raramente di sentir parlare l’inglese – la lingua di internet – e spesso i turisti lamentano che i monumenti siano spenti e l’ospitalità mediocre. Dobbiamo tener viva la memoria di Roma come metropoli: “città-madre”, come dice la parola stessa.

Essenziale è il non rinunciare all’enorme ruolo storico, culturale, spirituale che essa può e deve ancora svolgere in Europa e nel mondo. Se pensiamo a quanto ci abbia colpito l’incendio subito dalla cattedrale di Notre-Dame a Parigi, qualche giorno fa, e a come abbia toccato l’intimo della comune identità europea, possiamo immaginare come ancor più grande possa essere il legame con Roma di tutto l’Occidente.

Pasqua è la festa più grande per i cristiani, ma anche un vessillo di vita, di gioia, di giustizia, di speranza per tutti. Tanti sono i messaggi preziosi che essa porta e con cui è ancora in grado di provocare la terra. Il primo è l’ardire di credere che le cose possano cambiare: una suggestione importante per il carattere di noi romani. Siamo indolenti, un po’ disfattisti, predisposti al lamento, e, specialmente, scettici verso i miglioramenti. Cresciuti nell’alveo della città eterna, siamo convinti che tutto debba restare eterno: anche l’immondizia sui marciapiedi, le ville e le rovine non curate, le stazioni della metro chiuse. In un’edicola di piazza della Repubblica è affisso un piccolo manifesto che dice: “Roma non merita questo”.

Anche le donne che andarono al Sepolcro, la mattina di Pasqua, erano certe di non trovare nulla di nuovo, niente di cambiato: cercavano il cadavere di Gesù e invece, dovettero stupire vedendo che non c’era più! Che la tomba era vuota e il corpo morto si era trasformato nel corpo luminoso del Signore Risorto. E questa fu la Pasqua: la pietra rotolata, la forza di una santa rivolta che rompe le abitudini e fa irrompere qualcosa di nuovo. La Risurrezione di Gesù è un atto di riscatto per chi è stato scartato, escluso, perseguitato, condannato a morte. Una radiosa profezia per chi, a Roma, vive ancor oggi l’emarginazione sociale, economica, culturale o di razza.

Vedere, però, gente che si lancia furiosa contro degli esseri umani fa venire in mente l’urlo della folla che gridava contro Gesù: “Crocifiggilo, crocifiggilo”. Ponzio Pilato cedette a quella folla, regredita allo stato di brutalità, e il diritto romano – segno dell’alta nostra civiltà – ne restò offeso e sconfitto. Che non succeda più. Perché oggi è Pasqua. E noi, romani ed europei, che abbiamo fatto nostro quel Vangelo che Maria Maddalena iniziò a dare al mondo e che Pietro e Paolo portarono dal sud-est del Mar Mediterraneo sino ad Ostia, alle tre Taverne e al Foro Appio; noi che ci siamo elevati sui pilastri della fraternità, dell’amore, del pane e del pensiero condivisi, dell’ospitalità, dell’integrazione tra i popoli, della pace che esso annunciava, non possiamo più guardare indietro. Perché il futuro, mai come oggi, è ancora aperto.

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