Enzo Bianchi "Quale felicità? Quale santità?"

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20 marzo 2019
Belluno 
Quale felicità e quale santità? Alla luce dell’Evangelii Gaudium e della Gaudete ed Exsultate di papa Francesco.
Alla presenza del vescovo 
Renato Marangoni


RICOMINCIARE

Il teatro è «luogo di incontro aperto a tutti», ha precisato il Vescovo nel saluto iniziale. Infatti il teatro comunale di Belluno mercoledì sera era pieno in ogni ordine di posti, con gente proveniente da ogni parte della diocesi per ascoltare fratel Enzo Bianchi, almeno 650 persone. Un’ora e mezza passata velocemente, ascoltando una riflessione densa e calda, piena di citazioni bibliche e patristiche, magisteriali e letterarie.

«Grazie di essere qui» – ha detto il Vescovo in apertura. «Grazie perché molti di noi hanno potuto attraversare diverse stagioni della vita della Chiesa con la tua voce rassicurante». A metà degli anni Sessanta, Enzo Bianchi aveva scelto Bose per iniziare la sua esperienza monastica perché lì c’erano case abbandonate, che hanno ricominciato ad essere abitate. E «anche la nostra terra ha ricominciato dopo la tempesta di autunno».

E su questo “ricominciare”, fratel Enzo ha osservato lo sforzo e l’arte di ricominciare dei bellunesi, precisando che “ricominciare” è una parola tipicamente cristiana: la vita cristiana è un ricominciare «di inizio in inizio, attraverso inizi che non hanno fine», secondo l’aforisma di san Gregorio di Nissa. Un cristiano ricomincia con la fiducia che gli viene dal Signore, ma anche dal suo essere uomo; la fede è dono di Dio, ma ha sempre un versante umano nell’avere fiducia. E se non c’è fiducia, non c’è posto neanche per la fede.

QUALE FELICITÀ?

Il titolo dell’incontro gli poneva questa prima domanda. Ogni uomo cerca la felicità e una vita infelice è priva di un orizzonte di senso. Ma – osserva Bianchi – nelle lettere di san Paolo la felicità diventa un imperativo: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi» (Fil 4,4). Anche papa Francesco ha intonato tutto il suo pontificato all’insegna della gioia, presente nei titoli dei documenti più alti del suo magistero: Evangelii gaudium, Amoris laetitia, Gaudete et exsultate. Significa che «la gioia è divenuta importante per lo stare dei cristiani al mondo».

Eppure, come scrive il Papa, «ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua» (EG 6). E quanti rimproveri sono venuti alla Chiesa e ai cristiani su questo punto, a partire dallo sferzante richiamo di Nietzsche: «Le vostre facce sono sempre state più dannose delle nostre ragioni!». Lo aveva capito Paolo VI, quando scrisse l’enciclica “Gaudete in Domino”: un cristiano o è gioioso, oppure dimostra che il Vangelo è ancora una legge. E perché siamo cristiani così spenti?, chiederanno a fratel Enzo nel dibattito finale. O meglio – ribatte il monaco – perché siamo una società così spenta? In occidente abbiamo perso la speranza; la nostra società è piena di paure: paure da prendere sul serio, che chiedono una risposta.

La gioia nasce dall’incontro, da una scoperta come quella della perla preziosa. «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona» (Benedetto XVI). Il cristianesimo non cresce per propaganda, ma per attrazione, mostrando come una vita plasmata dal Vangelo è una possibilità di felicità. La necessità di un “primo annuncio”, tanto declamata, richiede – secondo Bianchi – di essere decodificata: «Gesù può parlare ancora all’uomo di oggi proprio perché è stato veramente uomo; ha amato fino all’estremo quelli che ha incontrato, ha amato fino alla fine. L’amore è l’unica possibilità che vince la morte – “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6) – e per questo amore Gesù è morto». Di qui l’imperativo per una Chiesa in uscita, una Chiesa senza intransigenza e non arroccata, una Chiesa come un “ospedale da campo”.

L’appello a una Chiesa fraterna con gli uomini è tornato in maniera quasi ossessiva nell’ultimo magistero di papa Francesco con gli incontri di Abu Dhabi e il prossimo viaggio in Marocco: proprio laddove il mondo allarga la frattura tra gli uomini, il Papa presenta una Chiesa fraterna con le altre religioni. Fraternità (adelphotès) è un nome della Chiesa, un termine che Pietro inventa nella sua prima lettera.

QUALE SANTITÀ?

«Papa Francesco insiste che la santità cristiana è semplice», sgretolando l’immagine eroica della santità. Una santità della vita media, la santità della porta accanto, «sovente una santità anonima, più reale di quella di tanti religiosi e monaci: qualche volta mi viene da inginocchiarmi di fronte a coppie che sono riuscite a vivere fedeli oppure che hanno cura di un vecchio demente e di un figlio disabile». Non abbiamo bisogno tanto di una santità che fa miracoli, ma di quella santità veramente cristiana, che solo Dio vede.

IL DIBATTITO

Nel finale Bianchi ha ascolto alcune domande. Una in particolare è stata finemente provocatoria, come quella del rettore di una chiesa del centro cittadino che ha trovato commenti sulla locandina dell’incontro, che tacciavano di eresia l’atteso ospite. In risposta fratel Enzo ha manifestato la «consapevolezza che nella Chiesa ci sono fedeli che attaccano il Papa e me». Ha riferito di averne parlato con il Papa, rimanendo stupito della sua serenità. Ha fatto notare che spesso sono attacchi su cose che lui non ha mai detto. Ma quello che più dispiace è che questo atteggiamento è poco cristiano: soprattutto dà amarezza che venga attaccato il Papa, perché fa parte dell’essere cattolico avere rispetto di Pietro. E qui il teatro ha espresso con un sonoro applauso la sua adesione alle parole di fratel Enzo Bianchi. (dal sito della Diocesi di Belluno)


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