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Enzo Bianchi Chiese diverse, un solo Battesimo


19/01/2015  La riflessione di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: «I credenti delle differenti confessioni sono tutti parte di un’unica Chiesa che è il corpo di Cristo nella storia». Intervista pubblicata sul n. 3 di Credere.

Vittoria Prisciandaro

L'8 dicembre 1965, giorno di chiusura del concilio Vaticano II, Enzo Bianchi si stabiliva da solo in una cascina senza acqua e senza elettricità nelle campagne di Magnago, sulla morena tra Ivrea e Biella.
I primi tre anni furono vissuti in solitudine, in compagnia del Vangelo e degli scritti dei padri della Chiesa. Poi arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle.

Oggi la comunità monastica di Bose ha altre quattro fraternità (Ostuni, Assisi, Cellole e Civitella) e conta quasi un centinaio tra monaci e monache, di sei nazionalità, provenienti da diverse Chiese cristiane. Un punto di riferimento per l’ecumenismo, confermato dal riconoscimento arrivato lo scorso anno da papa Francesco, che ha voluto Enzo Bianchi come consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. In occasione della Settimana del dialogo, ritorniamo un po’ alle radici e chiediamo a Bianchi perché l’ecumenismo è importante per la Chiesa.


«L’ecumenismo», spiega il priore di Bose, «è importante perché l’ha voluto Gesù Cristo, quando ha chiesto che i suoi siano uno e ha fatto dipendere la credibilità del Vangelo e del messaggio cristiano dalla capacità dei cristiani di non dividersi tra di loro e di praticare la carità.
La preghiera ultima di Gesù al Padre prima di morire (“Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi”, Giovanni 17,11) non è una moda o un segno dei tempi, come qualcuno dice, ma fa parte dell’essenza del Vangelo. Non si può essere cristiani senza essere ecumenici. È questo vale soprattutto per un cattolico, che ha la vocazione all’universale».

- Cosa vuol dire fare ecumenismo? 
«Prima di tutto riconoscere che se una persona ha il Battesimo e si appella a Gesù Cristo, fa parte del corpo di Cristo, che nella storia è la Chiesa. Si entra in questo corpo tramite il Battesimo. Non so quanti ne sono consapevoli, temo che i più pensino che il corpo di Cristo sia soltanto la Chiesa cattolica. Invece il corpo di Cristo mette insieme tutti quelli che hanno ricevuto il Battesimo. E la Chiesa nel “Credo” confessa un solo Battesimo. Essere consapevoli del fatto che il Battesimo ci incorpora a Cristo, ci rende sue membra, fa vedere sotto un’altra luce il rapporto con gli altri cristiani: prima di vederli come fratelli separati, scismatici o che non condividono pienamente la confessione di fede, li considero comunque membra del corpo di Cristo, come me».

- La comunità da lei fondata è nata 50 anni fa, nella stagione del Concilio. Come è cambiato il clima ecumenico con il Vaticano II? 
«Basti dire che, poco più di 60 anni fa, il parroco del mio paese chiedeva di tirare sassi ai protestanti che venivano a vendere la Bibbia. Ora questo non avviene più, il cammino dal Concilio per la Chiesa cattolica è stato un mutamento radicale e totale. Prima non potevamo neanche pregare insieme agli altri cristiani. Non dimentico di aver addirittura avuto dei problemi per avere partecipato, a 18 anni, a un culto della Chiesa valdese; ci fu una censura pubblica molto forte nei miei confronti da parte del parroco. Oggi tutte le comunità sono invitate a pregare insieme, e lo fanno, quindi il mutamento c’è stato».

- Cosa resta ancora da fare?
«Certamente in vista di un’unità visibile il cammino è ancora molto lungo e se in qualche momento ho sperato, soprattutto negli anni ’70, che con qualche probabilità avrei potuto vedere una convergenza, un’unità durante la mia vita, oggi i problemi sono molto più profondi. La stessa via ecumenica è diventata meno facile da percorrere e più complessa. Prendiamo consapevolezza che non è facile arrivare all’unità, pensarla a breve termine, neanche come cristiani delle grandi Chiese tradizionali, storiche. Senza parlare dell’unità con quanti, e sono un grande numero, appartengono al mondo evangelicale, pentecostale-carismatico».

- A livello di base, di parrocchie, che tipo di esperienza si può fare e come si può crescere in questo cammino? 

«Visto che in Italia, come cattolici, di numero siamo estremamente più grandi di ortodossi e riformati e non c’è possibilità di scambio alla pari, sarebbe importante, in alcune occasioni, sentire nelle nostre parrocchie la parola di un pastore, di un prete ortodosso, partecipare ad alcune loro feste e soprattutto avere il coraggio di leggere opere riguardanti la fede, la spiritualità del mondo ortodosso o evangelico. Questo darebbe un respiro più ampio».

- Qualche suggerimento di letture? 
«Qualche testo di Paolo Ricca, che in tutti i suoi libri è un maestro, ed è della Chiesa valdese. E per le Chiese ortodosse basterebbe pensare ai libri del patriarca ecumenico Bartolomeo I... Mi domando se nelle famiglie, nelle parrocchie, la gente abbia accesso a questi testi. Come si fanno leggere tanti volumi che appartengono a scrittori cattolici e così si riesce ad arrivare alla vita di molti fedeli, si potrebbero consigliare opere di autori non cattolici che possano essere di grande aiuto a vivere la fede in mezzo agli uomini di oggi».

- Prossimamente ci saranno due eventi importanti per le Chiese cristiane. Nel 2016 dovrebbe tenersi il Sinodo di tutte le Chiese ortodosse; nel 2017 poi i protestanti celebreranno i 500 anni della Riforma di Lutero. Cosa significano questi due appuntamenti per la Chiesa cattolica? 
«Per gli ortodossi il Sinodo è di importanza capitale perché non hanno mai più avuto un Sinodo generale dopo i prime sette Concili ecumenici celebrati con la Chiesa di Roma. Gli ortodossi sono a pieno titolo Chiese sorelle: l’unità tra di loro faciliterà la strada verso la comunione visibile nella diversità. Il problema con i cattolici è solo il ministero universale da parte del vescovo di Roma. Loro accettano quanto si è vissuto nel primo millennio: a questo dobbiamo puntare e chiedere soltanto che il Papa, servo della comunione a livello universale, possa esercitare il suo ministero ogni volta che queste Chiese ne avranno bisogno. Per noi questo Sinodo è un’occasione per conoscere meglio tali Chiese e poterle aiutare».

- E il giubileo dei protestanti?
«La Riforma è molto importante: è stata una divisione e uno smembramento della Chiesa occidentale. È una ferita che, è importante ricordare, Lutero all’inizio non voleva. A un certo punto si è trovato in una situazione in cui il cammino percorso non era più di convergenza e di unità e si è profilato uno scisma che ha significato un impoverimento enorme sia per la Chiesa cattolica che per le Chiese della Riforma, che hanno preso una via tutta loro senza la sinfonia della cattolicità nel senso del “Credo”. Questo appuntamento per noi potrebbe essere una memoria che il Vangelo continua a richiamare: la riforma della Chiesa, “semper reformanda”. Un termine, riforma, che papa Francesco non ha paura di usare».

- Come sta vivendo papa Francesco la dimensione ecumenica? 
«Francesco ha causato un mutamento molto forte soprattutto nel mondo ortodosso. Hanno avuto segni di un riconoscimento della loro qualità di Chiese che attendevano. C’è una parola del patriarca Bartolomeo che i mass media non hanno sottolineato: “Adesso gli ortodossi non hanno più paura di Roma”. Le parole che Francesco ha detto all’inizio del suo ministero, “vescovo di Roma”, sono importanti per gli ortodossi, che sono disposti a riconoscere un primato alla Chiesa di Roma sul canovaccio di quello che abbiamo vissuto insieme nel primo millennio. E poi c’è una novità: Francesco sta invitando all’ecumenismo non solo con le Chiese tradizionali, ma anche con le nuove Chiese evangelicali-carismatiche-pentecostali proprio perché, come ha detto negli incontri che ha fatto, è convinto che il Battesimo è decisivo per appartenere al corpo di Cristo. E comunque questi sono suoi fratelli. Quest’ottica è nuova per tutta la Chiesa cattolica: l’ha inaugurata lui, con uno stile umile che è molto importante per il cammino dell’ecumenismo».

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