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Gesù, un galileo nato in Giudea (Ruggero Sangalli)

Una delle polemiche che riguardarono Gesù ha una radice geografica: l’uomo che stava scuotendo gli animi e stupendo l’intelligenza veniva da Nazaret, in Galilea; pochissimi sapevano che era nato a Betlemme, in Giudea. La gente lo riteneva il Messia, l’atteso del popolo. Gesù stesso non stava nascondendo più il proprio ruolo (Gv 8, 25-59). Se il Messia deve venire da Betlemme, la città del re Davide, come era stato profetizzato (Mic 5,1-2), come poteva esserlo un galileo?

Nazaret era una località sconosciuta all’Antico Testamento, a Giuseppe Flavio ed al Talmud. Tanto insignificante che c’è stato chi ha dubitato dei vangeli e dell’esistenza di Nazaret ai tempi dei fatti relativi agli albori del cristianesimo. Finchè nel 1962 gli archeologi rinvennero, in una sinagoga di Cesarea Marittima, quanto necessario a confutare gli scettici: il posto c’era. Per questo suo essere “nazareno” Gesù sarà mandato da Pilato al tetrarca Erode Antipa, quale suo suddito, nell’imminenza della crocifissione.
Giuseppe, ritenuto il padre di Gesù, era un carpentiere. Nella zona c’era lavoro, poiché i vari regnanti stavano costruendo tantissimo, ribattezzando persino i nomi delle località abbellite per il proprio vanto e  per ingraziarsi l’imperatore: Cesarea di Filippo, Tiberiade, Betsaida diventata “Giulia” e Sepphoris.
Gesù si era circondato di un manipolo di galilei, i più influenti dei quali (Pietro, Andrea e Giacomo il maggiore) erano dei pescatori del lago. Gente dall’accento pesante (i galilei confondevano le lettere ayin e aleph): ai galilei era proibita la lettura pubblica delle preghiere a causa di un accento tanto strano da risultare incomprensibile quando non addirittura ridicolo. Pietro verrà facilmente riconosciuto quale galileo la notte dell’arresto di Gesù (Mt 27,73 e Mc 14,70).
Il dibattito sulle origini territoriali di Gesù non mancò già agli inizi della sua vita pubblica: Gesù stesso lo sottolinea, lodando Natanaele che si chiede che cosa possa venir di buono da Nazaret, visto che gli si parla di un Messia che non può venir di lì (Gv 1,45-47).
Nel suo vangelo, la cui storicità è sempre più evidente, Giovanni non manca di far trapelare la realtà delle cose (Gv 7, 42-53) in un brano nel quale non dovrebbe sfuggire una certa ironia, propria di chi era al corrente delle origini betlemite del Signore.
E’ interessante anche riandare alla decisione di recarsi a Betlemme, presa da Giuseppe e Maria 33 anni e qualche mese prima, e perché la presero, pur nel contesto preciso di un decreto di Augusto (Lc 2,1). Maria era prossima a partorire: per quanto un ordine potesse giungere perentorio davvero la scelta di Giuseppe, da un punto di vista della prassi medica pre-parto, è forse la peggiore; perché non partire qualche tempo prima (il censimento non era certo un’operazione che si improvvisava), oppure dopo la nascita del bambino, tanto più che sarebbero comunque dovuti andare in Giudea per la presentazione del bambino al tempio di Gerusalemme?
Invece Maria, allo scadere del nono mese di gravidanza, si sottopone a circa 150 Km di viaggio a piedi o a dorso di mulo. E la nascita di Gesù avviene proprio in corrispondenza dell’arrivo nella città di Davide, non due giorni prima, ne’ due dopo. Tra chi propende per un comando degli occupanti stranieri e chi propende per una casualità mista ad incoscienza, non va trascurata l’ipotesi che Giuseppe e Maria ricevettero davvero ordini “superiori”, certamente “dall’alto”, effettivamente urgenti, tali da doversi recare a Betlemme prima che Gesù nascesse! Se non fossero partiti immediatamente, Gesù sarebbe nato a Nazaret. Michea di chi avrebbe profetizzato?Anche Giuseppe ha dovuto dire il suo “sì” di fede, risolvendosi a partire in fretta, contro ogni logica umana.
Tornando a Nazaret, è interessante sapere che è una parola che ha in sé la radice della parola ebraica “germoglio”. Sono davvero numerose le citazioni bibliche (almeno sedici) di un “germoglio” molto speciale: su tutte Isaia 4,2 e Isaia 11,1 e poi Geremia 23,5 e 33,15, ma anche Ezechiele, Daniele e Zaccaria. Così il vangelo di Matteo può ben dire che “secondo le scritture” Gesù fu detto “nazareno” (Mt 2,22-23). C’è persino nell’Apocalisse di san Giovanni (Ap 5,5)!
Il giorno della crocifissione l’origine di Gesù campeggia nel “titulus”, poi messo in cima al legno verticale della croce, con cui Pilato ufficializza, in tre lingue (Gv 19,19), la sua condanna. Annotiamoci soltanto un appunto su questa reliquia, brillantemente studiata, tra gli altri, da M. Hesemann: nella parte leggibile del frammento di circa 25x14 cm esistente oggi a Roma c’è scritto nazarinus (riga inferiore) in romano e nazarenus in greco (riga mediana); in ebraico (la riga superiore) ci è rimasto solo un “z nh”.
Il nome “Gesù” non c’è per intero: noto a tutti, bastava l’iniziale (da cui l’acronimo INRI che siamo abituati a vedere sulle croci). Ma l’iniziale “N” per una località sconosciuta non avrebbe significato nulla. Ed allora ecco scritto per intero il vocabolo. Il termine latino nazarenus (con la “e”) è comune solo dal quinto secolo, con la Vulgata, mentre anticamente, correttamente secondo il latino classico, si diceva per l’appunto “nazarinus”. Pochi “falsari medioevali” ci sarebbero arrivati... L’incaricato romano chiamato a preparare il titulus crucis non sbagliò a scrivere nella propria lingua e la reliquia in nostro possesso è molto convincente, così come il vangelo di Giovanni, nel suo valore storico.   
Infine, ecco una curiosa suggestione che sfida i criteri di storicità: molti esegeti ritengono un punto debole del realismo storico dei vangeli il fatto che Gesù risorto dica alle donne di riferire ai discepoli che “lo vedranno in Galilea” (Mt 28,10 e Mc 16,7). E’ vero che Gesù risorto sarà visto anche là, ma solo alcuni giorni dopo, mentre le prime apparizioni di Gesù nella domenica fatidica sono tutte a Gerusalemme e dintorni (verso Emmaus).
Risulta che gli undici “in Galilea” comunque ci andarono (Mt 28,16) e Gesù assegnò loro la missione di predicare il vangelo (Mt 28,18 e  Mc 16,15), dicendo di non lasciare per il momento Gerusalemme (At 1,4), tanto da stabilirvisi anche dopo il termine della festività pasquale (At 1,13). Nel vangelo di Giovanni il capitolo conclusivo (il 21, con un secondo finale), le cui vicende si svolgono sul lago di Tiberiade, può benissimo riguardare un periodo successivo ai giorni tra la pasqua e la pentecoste. Ci sono insormontabili contraddizioni? Una veggente (Maria Valtorta), in una famigerata (per certi esegeti) rivelazione privata, parla più volte di un “Campo dei galilei”. Che cos’era e dov’era? Era la zona in cui confluivano da nord i pellegrini convenuti a Gerusalemme per le feste rituali ebraiche, che necessariamente erano anche ben organizzate, per alloggiare la folla che confluiva nella Città Santa per ben tre volte l’anno (pentecoste, capanne e pasqua) e per più giorni. 
Il luogo, ad est della spianata del tempio, oltre la valle del Cedron, corrisponde al percorso descritto nei vangeli dell’andirivieni, tutte le sere e il giorno seguente, di Gesù ed i suoi durante la settimana santa, cioè quei giorni precisi che il Santo Padre ci descriverà nel libro di imminente pubblicazione.
Siamo in un’area compresa tra il monte degli Ulivi, Betfage e Betania, dove oggi ci sono le chiese del Dominus Flevit, del Padre Nostro, del Getsemani e dell’Ascensione.
Sono luoghi certamente indiziati di un appuntamento tra Gesù risorto ed i suoi discepoli galilei, riuniti nella zona di competenza galilea durante la settimana del pellegrinaggio pasquale. Uno spazio tanto caratterizzato dai corregionali da essere considerata una “Galilea traslocata”; un’ipotesi affascinante e nemmeno troppo stravagante… Tanto più che, ascendendo Gesù al cielo, verso Betania (24,50), agli uomini sbigottiti con il naso all’insù, due angeli dicono una frase apparentemente “provinciale”, in realtà storicamente sensata e geograficamente corretta: “uomini di Galilea perché state a guardare il cielo?” (At 1,11). E tornarono in città dal monte detto degli Ulivi. 

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