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L’omelia “non dice niente”


Quando i laici “dicono la loro” sulla liturgia dicono soprattutto che l’omelia della messa lascia indifferenti. 
L’omelia è un genere di parola particolarmente difficile. 
Ma si ha l’impressione che molti preti spesso non si preparano.

 
L’omelia “non dice niente”. E’ un lamento che si sente ripetere spesso. Mi dicono anche che, nei documenti nati dalle prime fasi del sinodo, nella diocesi di Bergamo, è uno dei ritornelli più insistenti. 

Anche la Messa rischia di “non dire niente” 

Il guaio di un lamento simile è più significativo di quanto sembri. L’omelia non dice niente ma è la messa stessa a non dire niente. In effetti, esiste una specie di identificazione di fatto fra la messa e l’omelia. Non totale, certo: tutti sanno che l’omelia non è la messa. Ma una “bella omelia” finisce per “salvare” anche una messa così così. Ci sarebbe molto da dire su questo. Ma, certo, il pubblico moderno, abituato a una quotidiana invasione di parole, è soprattutto sulle parole che giudica la liturgia. 

Il rito, quello che viene prima e dopo l’omelia, anche se non perfetto, lo si accetta perché, in fondo, è la “mia messa”: il rito non bellissimo è comunque il rito più vicino. E poi il rito è “dato”, è quello che è. Il prete non può fare gran che (anche su questo ci sarebbe da dire molto e molto è già stato detto: non è indifferente il “come” si dicono le parole fisse del rito e soprattutto non è indifferente il come si fanno i gesti che il rito prevede…). 

Il Vangelo è Parola impegnativa. L’omelia ne è un prolungamento 

Ma l’omelia è l’evento liturgico di parole più evidente e il più esposto. E, soprattutto per questo, è un problema. Ma, come per tutti gli altri problemi che riguardano la Chiesa, non se ne parla, o se ne parla poco. Anzi: si ha la sensazione che più il problema è grave e meno se ne parla. 

L’omelia è il momento in cui la liturgia apre alla vita, è l’evento di raccordo: che rapporto c’è fra la Parola che si è ascoltata – il Vecchio Testamento, il Nuovo Testamento, il Vangelo – fra quella Parola e la nostra vita personale, di famiglia, di lavoro, la politica, l’economia… Mentre si celebra, si pensa a come si dovrebbe vivere. L’omelia è una pretenziosa parola sul fare, necessaria e rischiosa. 

Necessaria perché la liturgia non può restare rinchiusa nelle mura rassicuranti della chiesa, ma rischiosa perché è un evento in bilico. 
Rischia, infatti, di restare solo parola, prigioniera di se stessa. 
Invece, deve diventare parola sulla Parola ma darci insieme lo slancio per diventare vita, Parola vissuta. 

Si può dire la stessa verità notando che l’omelia è difficile perché è il tratto più evangelico della liturgia. Anche il Vangelo, infatti, non è solo parola vuota, ma parola piena, che dice il senso della vita dell’uomo narrando la vita meravigliosa, i detti e i fatti, di Gesù di Nazaret, Parola che diventa carne. L’omelia è il prolungamento del Vangelo. Ma il Vangelo, proprio per questo, è difficile. 
E l’omelia è difficile come il Vangelo. 

Manca una preparazione seria 

A questo punto ci sarebbe da dire – e molto – su quello che ci mettono i preti, che è cosa che contribuisce pesantemente a snaturare l’omelia. I preti – pardon: alcuni preti. Molti? – non si preparano, dicono cose approssimative, spesso più cose loro che cose del Vangelo, fanno molto moralismo e non riescono a dare il senso meraviglioso della novità evangelica. E’ una parola senza meraviglia. 

E, guaio ultimo e sintetico, capita che i preti non “sentano” e, non sentendo, non fanno sentire. A quel punto, tutti si accorgono che l’omelia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani, denuncia pesantemente le proprie fragilità, tanto più evidenti perché è una parola umana che ha la pretesa di annunciare una Parola altissima e impegnativa. 

E’ sempre molto difficile far scendere il cielo sulla terra. Oppure, cosa non molto diversa, riferire di una narrazione che racconta come il cielo è già sceso sulla terra, tanto tempo fa, in un uomo della nostra umanità. 

Alberto Carrara 



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