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Emanuele Borsotti "Un Dio assetato"

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Emanuele Borsotti
 
Luglio-Settembre 2021 


La sete di Gesù in croce sembra rimandare, teologicamente, alla domanda aperta che il Cristo giovanneo poneva a Pietro: “Il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?”(Gv18,11). Vi è dunque nel Figlio la sete di compiere la volontà del Padre e di portare così a compimento la missione e l’opera salvifica che gli è stata affidata. 
Nel contempo, però, la condizione di arsura, alla quale Gesù dà voce, può essere letta alla luce della sua umanità. Percorrendo il quarto vangelo constatiamo come la sete stia all’inizio e alla fine della parabola terrena dell’esistenza di Cristo, che, pur essendo il Signore e Maestro, non si vergogna di tendere la mano e mendicare un sorso d’acqua. Non si è vergognato di condividere questa fratellanza tra assetati, di fare sua la nostra arsura e la nostra fatica, di diventare carne di desiderio “in terra arida, assetato, senz’acqua” (Sal 63,2). In tal modo il Cristo, quale icona del Dio invisibile, non ha tracciato sotto i nostri occhi i contorni di una divinità chiusa in se stessa, dotata di tutte le prerogative di un essere perfettissimo, isolato al di fuori di qualsiasi legame con l’alterità creata, ma ha raccontato la sete di Dio philànthropos, amico degli uomini. Colui che è re (Gv 19,37) non abdica alla sua umanità, resta abbarbicato alla sua storia di incarnazione, che ne ha fatto una carne ferita, segnata dal bisogno di legami, di scambi, di interazioni, nel suo vivere e nel suo morire: la “Sorgente della vita” (Sal 35,10) viene a dissetarsi al pozzo della nostra umanità. Il Dio che aveva creato l’uomo, la Parola eterna del Padre, che si è rivestita della carne per salvare la carne, L’Eterno illimitato che è entrato nel divenire, nell’ora estrema della sua esistenza, confessa la sua umanissima sete e la sua sete di umanità, quasi che Dio avesse bisogno dell’uomo. La Sorgente si è fatta sete: arsura di un Dio assetato degli uomini. 
L’esperienza umana dell’amicizia è illuminante per comprendere il dinamismo del donarsi di Dio stesso all’uomo: vi è un’amicizia che è sinonimo di aiuto, sostegno, in un legame caratterizzato dalla circolarità del dono, offerto e ricevuto; ma c’è anche una maturità dell’amicizia, in cui, l’altro ha la forza di mostrare tutta la propria debolezza, in un fiorire dell’amore che osa tendere la mano, nella mendicità di una domanda, di un’attesa. Spesso il dono è un’esperienza difficile, ma ancora più difficile è vivere la libertà di esporsi nel proprio bisogno, in una nudità che chiede il dono dell’altro. Nella divina umanità di Cristo, Dio chiede all’uomo di essere aiutato, gli presenta la propria sete e attende il balsamo risanante della sua amicizia. 
Si delinea così un movimento circolare del dono: c’è, da una parte, il dono di Dio, radicato nell’ “in principio” della creazione, affidata alle cure e alla custodia dell’uomo: un dono che si declina poi nell’autocomunicazione di Dio all’umanità, e questo dono è divenuto dono incarnato nel Figlio che ci ha amato e ha consegnato se stesso per noi. 
Questa tradizio, questa catena di un dono consegnato per amore dell’uomo, dall’amore del Padre per mezzo dell’amore del Figlio, non si esaurisce in una sola direzione, a senso unico da Dio all’uomo; il dono si iscrive in una relazione dialogica, che non implica necessariamente accoglienza, riconoscenza, accettazione e gratitudine. 
È emblematico il fatto che il dono di Dio “venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto”(Gv1,11). Di fronte al dono, la libertà del destinatario resta libera anche di opporre il suo rifiuto. È un privilegio divino essere sempre l’amante, e non tanto l’amato, cioè essere colui che ama con un amore preveniente, più di quanto sia amato, e nonostante non sia (ri)amato. Ma il dono costituisce comunque un appello, una pro-vocazione, una chiamata alla risposta e, quindi, alla responsabilità: non a caso l’umanità (e la chiesa), destinataria del dono di Dio, è stata designata come sposa, come figura sponsale, chiamata a dare la sua risposta a colui che la ama. E la risposta che il Signore ardentemente desidera da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da lui. 
Il Cristo assetato e morente confessa lo spessore carnale del bisogno e la profondità umana del desiderio. C’è dunque un desiderio in Dio che attende la nostra risposta. E la nostra prima risposta è il nostro stare davanti a lui. 
“Sapendo che ormai tutto era compiuto…” (Gv 19,28): quella parola riarsa, che invoca dagli uomini qualche goccia che spenga la sete, è detta nella consapevolezza di un compimento. Ora, la compiutezza della vita di Cristo e la manifestazione completa del suo amore vengono a coincidere con la dichiarazione della sua sete. In Cristo abita tutta la pienezza (Col 1,19), tale pienezza però non lo circoscrive in un isolamento irraggiungibile di una perfezione senza scalfitture ma lo iscrive nei confini dell’umano, della ferita, della mancanza, della vulnerabilità, della non autosufficienza. Nell’ora della croce, quando forse la sua sete è ancora più lacerante di quella provata al pozzo di Sicar, colui che aveva nutrito e dissetato i suoi nell’ultima cena, ora è lui che chiede di essere dissetato e accetta che qualcuno gli venga in soccorso. È il cedere di Cristo alla propria umanità, fino all’estremo, e nel contempo è il suo appello all’umanità dell’uomo (Perché ho avuto sete e mi avete dato da bere - Mt 25,35). Ma forse, riandando alle parole del salmista, il Gesù morente sta anche confessando il desiderio di essere con il Padre (Ha sete di te l’anima mia - Sal 63,2 ), pur nella consapevolezza che a quella comunione potrà pervenire solo bevendo il calice che il Padre gli ha dato. “Vi era lì un vaso pieno di aceto; avvolta perciò una spugna, imbevuta di aceto, su un ramo di issopo, gliela accostarono alla bocca” (Gv 19,29): mentre nel racconto marciano Gesù aveva rifiutato il vino mescolato con mirra, secondo la narrazione giovannea Gesù accoglie il sollievo che può venirgli da quella bevanda rinfrescante, anzi si ha l’impressione che egli desideri ricevere quell’ultimo gesto di attenzione umana, prima di abbandonarsi alla morte e di proclamare il compimento. In qualche modo c’era in Cristo quasi un’attesa di quell’estremo segno di umanità nei suoi confronti, un segno che inaugura la compiutezza della sua vita: è come un viatico che lo accompagna nel momento finale della sua autoconsegna e dell’abbandono in Dio. 
Anche la carità crepuscolare di un gesto così debole, come accostare dell’aceto a una bocca già arsa dalla sofferenza, diventa motivo di speranza, restituendo ai nostri gesti più deboli la loro grazia originale capace di trasformare la mancanza in un indizio di pienezza che non ha più paura di cedere. Questo diventa, in estremis, l’unico modo per amare: lasciarsi amare senza vergognarsi di cedere! ( Fr. Michael Davide) 
Nella sete del Crocifisso si manifesta così il volto di un Dio assetato, di un Dio desiderante, di un Dio che si abbevera alla propria mancanza e vive della propria sete, sino a morire.
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