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Papa Francesco: «non si ottiene la pace se non la si spera»

Giannino Piana

Il recente messaggio di papa Francesco per la 53° giornata mondiale della pace è ricco di motivi di riflessione che spaziano nei vari ambiti della vita personale e sociale e invitano all’adozione di atteggiamenti interiori e di comportamenti concreti volti a costruire oggi la pace.
La varietà delle suggestioni del testo papale è tale da rendere possibile il ricorso a diverse chiavi interpretative. Ma il filo rosso che lega tra loro le diverse parti di cui si compone il messaggio è costituito – come recita il titolo – dalla considerazione della «pace come cammino di speranza» e dalla conseguente delineazione delle condizioni che consentono di affrontare positivamente tale cammino – anch’esse fissate nel titolo – cioè «dialogo, riconciliazione e conversione ecologica».

reagire alla paura

La diagnosi che, soprattutto nella prima parte, viene fatta dell’attuale situazione geopolitica è assai drammatica, persino terrificante. I conflitti e le guerre animano lo scenario mondiale, estendendosi alle diverse aree geografiche e coinvolgendo una molteplicità indefinita di comunità e di popoli, al punto che papa Francesco non ha esitato, in altro contesto, a parlare di «terza guerra mondiale diffusa». Le ragioni di questa escalation della violenza sono dal messaggio strettamente connesse a una serie nutrita di processi strutturali negativi che attraversano il pianeta: dallo sfruttamento alla corruzione; dalla crescita delle diseguaglianze alla negazione dei diritti; dalla compressione della libertà al mancato rispetto della casa comune e allo sfruttamento abusivo delle risorse naturali.
Ma la preoccupazione maggiore del papa è di andare alle radici di questo grave stato di cose che denuncia una condizione di ingiustizia dilagante e di assenza di solidarietà, chiamando in causa il cuore dell’uomo e denunciando l’egoismo frutto di un dilagante individualismo, il quale ha trovato un consistente supporto nelle logiche del neoliberismo economicistico divenuto paradigma di valutazione di tutta l’attività umana. A questo si aggiunge oggi, a causa di una serie di processi indotti dal fenomeno della globalizzazione, e perciò dal dilatarsi dell’area dell’interscambio sociale, l’avanzare di forme di esclusivismo, che sfociano spesso nei sovranismi e nei nazionalismi, nella xenofobia e nel razzismo.
Il sentimento che sembra dominare la vita delle persone è identificato dal papa nella paura, la quale nasce dalla percezione, in molti casi artatamente indotta dalla pressione psicologica dei media, di essere costantemente minacciati – il messaggio non esita a parlare di «cultura della minaccia» – che genera insicurezza, alimentando un senso di disagio esistenziale e di frustrazione, nonché provocando
sfiducia e paura. «Sfiducia e paura – osserva il pontefice – aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace». La paura a cui qui si allude non è infatti ai nostri giorni più generata – come è stato per il passato – dal mondo non conosciuto né dominato, ma dal proprio dominio del mondo.
Questa percezione mette l’uomo di fronte all’ambivalenza dei propri comportamenti e, più radicalmente, rende trasparente l’ambiguità del proprio mondo interiore, accentuando il senso di precarietà e di insicurezza personale e accrescendo la diffidenza nei confronti dell’altro e l’insofferenza per la sua diversità. Si sviluppa così un’immagine negativa dell’altro che tende ad escluderlo o a cancellarlo, e prendono corpo come espressione dell’egoismo ricordato la volontà di dominio che si traduce in abusi di potere, da cui nascono violenza e guerra.

il ricupero dell’alterità

La svolta proposta da papa Francesco è incentrata sul ricupero del concetto di fraternità, che viene di fatto negato da ogni forma di guerra, la quale – come recita il documento vaticano – «si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana». L’ideale da perseguire è dunque l’attuazione di una fratellanza reale, basata sul riconoscimento della comune origine da Dio, sulla percezione di una fraternità universale derivante dal riconoscersi figli dell’unico Padre celeste. Si tratta – come ancora leggiamo nel messaggio – di «imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli», giungendo in questo modo alla vera conoscenza dell’altro, e dunque ricuperando la stima e la fiducia in lui, «fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello».
La possibilità di pervenire a questa visione fraterna è legata alla capacità di dare vita ad un’etica globale di solidarietà e di cooperazione al servizio di un futuro fondato sull’interdipendenza e sulla corresponsabilità dell’intera famiglia umana.
Diversi sono i valori in gioco in questo percorso di riconciliazione che ha come obiettivo la disponibilità ad accogliersi come fratelli e sorelle. Il dialogo e il confronto che sono richiesti, se si vuole perseguire efficacemente tale obiettivo, esigono che si coltivi un’apertura sincera verso l’altro al di fuori di pericolosi (e purtroppo persistenti) pregiudizi, che impediscono lo sviluppo di una incondizionata accoglienza. «L’altro – osserva papa Francesco – non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza».
Si tratta pertanto di mettere in atto una conversione integrale o una conversione «ecologica» – come bene la definisce l’enciclica Laudato si’ – la quale implica un cambiamento nello sguardo che viene gettato sulla realtà; cambiamento che si traduce nell’ascolto dell’altro e nella contemplazione del creato, con l’impegno conseguente di trasformare le relazioni. Il Sinodo sulla Amazzonia, che viene ripetutamente richiamato nel messaggio, non ha mancato di sottolineare questa esigenza, rilevando la necessità di ricuperare l’equilibrio tra la comunità e la terra, tra la memoria del passato e l’attenzione ad un presente proiettato nel futuro. Il conseguimento di questo risultato comporta l’esigenza di trovare – è scritto nel documento papale – «un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni gli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscono la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana».

tra memoria e speranza

La pace è dunque anzitutto frutto di un rapporto vero con l’altro. Esige la presenza di uomini e donne che cercano con sincerità la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse, e che si impegnano a perseguire il bene comune nel rispetto del diritto e nell’osservanza della legalità. Ma questo non basta, se non si accompagna a un’azione di carattere strutturale e istituzionale, che chiama in causa l’azione sociale e politica; la pace permea infatti di sé tutte le dimensioni della vita personale e sociale. Il bene comune è oggi minacciato dall’aumento delle diseguaglianze economico-sociali, che denunciano lo stato di ingiustizia della società odierna, e impongono pertanto la costruzione di un sistema economico più equo, caratterizzato dalla produzione di beni essenziali e da una loro corretta distribuzione. Ma impongono anche il rilancio di una politica che abbia come fine la promozione di uno sviluppo umano integrale.
Il che implica un lavoro paziente e costante per una crescita individuale e collettiva della coscienza morale; una crescita che alimenti in tutti un senso di vera responsabilità, destinata a potenziare il bisogno di partecipazione, intesa come un «sentirsi parte», come la coltivazione cioè del senso dell’appartenenza, e un «prender parte», come un coinvolgimento attivo, in altri termini, nella vita della polis per dare il proprio contributo alla costruzione di una convivenza civile pacifica.
Da questo nasce concretamente la speranza nella possibilità di maturazione della pace; dalla capacità di dare corpo ad un’apertura positiva al futuro, attivando un cammino che ha come meta lo sviluppo delle relazioni umane e con il mondo e il miglioramento della qualità della vita.
Ma la speranza non si costruisce nel vuoto; ha bisogno di radici profonde che di continuo la alimentino. Acquista qui tutto il suo significato il ruolo della memoria. Ricordando nel messaggio il recente viaggio in Giappone papa Francesco richiama la testimonianza dei sopravvissuti ai bombardamenti di Hiroshima e di Nagasaki, i quali, conservando la memoria delle vittime, stimolino le coscienze a diventare più sensibili a che cosa porta la volontà di dominio. Ed aggiunge: «Come loro molti in ogni parte del mondo offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché, essa, frutto dell’esperienza, custodisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace».
Speranza e memoria sono pertanto strettamente connesse e interdipendenti. Se infatti è vero – come si è ricordato – che la speranza ha bisogno della memoria; non è meno vero che la memoria ha bisogno della speranza, senza la quale rischia di chiudersi su se stessa, trasformandosi in tradizione mummificata e, di conseguenza, involvendo. La pace è dunque per il pontefice un percorso impegnativo; un percorso che reclama il coinvolgimento di tutte le facoltà umane; che ha bisogno di persone che credano nella possibilità di realizzarla e si impegnino a mettere in atto i procedimenti necessari per raggiungere l’obiettivo. Ha bisogno di uomini e donne che sappiano coltivare la speranza in sé e negli altri, nei diversi contesti esistenziali in cui operano, nella certezza – come ci ricorda il messaggio papale – che «non si ottiene la pace se non la si spera».

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