Rosanna Virgili "Costruttori della Pòlis"

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Costruttori della Pòlis
a cura di Rosanna Virgili



  1. La vera Giudea
  2. La forza dell’inerme
  3. Un culto d’amore
  4. Autorità e libertà
  5. Chi sono io per giudicare
  6. Il bacio santo


Cristiani all’appello della Politica

Papa Francesco ha definito la Politica – con la “P” maiuscola – la più grande forma di carità per il cristiano. I testi biblici ne sono la fonte e la conferma. Tutta la Bibbia descrive il credente come parte di una comunità in continuo movimento, trasformazione, costruzione sia al suo interno sia nel rapporto con le altre comunità e nazioni. I profeti sono le grandi voci che richiamano i re, i giudici ed anche i sacerdoti – le autorità politiche, giudiziarie e religiose – alla responsabilità della coesione e della solidarietà universali, alla giustizia, all’opera costante e intelligente della “pace”. Tutta la terra, infatti è originaria opera di Dio il quale passa all’uomo il testimone affinché si faccia promotore di opere vitali ed “ecologiche” e costruttore di un mondo in cui nessuno sia escluso, né straniero né oppresso. Se la “terra è di Dio” come dice anche la Pacem in Terris, vuol dire che nessuno ne possa fare una sua proprietà a svantaggio di tutte le altre creature. Dio stesso resta come Presenza nella vita del mondo e delle comunità umane per reclamare la giustizia, la libertà, la fraternità.

Due testi preziosi
Consapevoli di essere oggetto e soggetto della responsabilità e dell’impegno politico apriamo le Scritture su due libri: il libro di Giuditta – nel Primo Testamento – e la Lettera ai Romani nel Nuovo.

Giuditta è un volumetto di sedici capitoli recepito nel canone cristiano ma escluso dal canone ebraico della Scrittura. La maggior parte degli autori colloca in epoca asmonea, tra il Regno di Giovanni Ircano e quello di Alessandro Ianneo (135-78 a.C.) la composizione del libro, ma non si può escludere che sia stato scritto durante la rivolta dei Maccabei per incitare alla resistenza contro l’oppressione dei Seleucidi.
In quanto alla struttura su cui si regge la splendida novella di Giuditta si possono distinguere due grandi parti tematiche: la prima (cc. 1-7) racconta le premesse della vicenda principale che si svilupperà nella seconda (cc.8-16). Dopo aver descritto – peraltro con una estenuante prolissità – la situazione di estremo pericolo che viveva Betulia e tutta l’area geografica dominata dalla minaccia di Nabucodonosor, attraverso figure maschili, entra in scena Giuditta, la donna che vi dominerà sino alla fine. Tra le due parti si crea un chiaroscuro: mentre i maschi son pavidi e atterriti di fronte al nemico, una donna si mostra coraggiosa e capace di affrontarlo. Il messaggio è chiaro e coerente con molti altri testi veterotestamentari in cui entrano in gioco le donne: esse lo fanno nei momenti in cui vedono il popolo rischiare la stessa sopravvivenza. 
Dinanzi alla debolezza “fisica” e morale dei maschi di Israele, che si rivela quando si trovano di fronte a un potere militare, politico ed economico immenso rispetto al loro, le donne mettono in gioco ogni loro risorsa – dalla bellezza alla conoscenza dell’animo umano – affinché il proprio popolo non cada in schiavitù. Giuditta non ha nessun potere né autorità, ma ha la fede, la preghiera, la speranza. E l’audacia di gettarsi nella mischia per amore della libertà e della vita del suo popolo.

La Lettera ai Romani è un pilastro della letteratura neotestamentaria, il più grande  scritto di Paolo. Lettera atipica perché vergata prima di recarsi a Roma, Paolo le consegna l’elaborazione più completa della dottrina della giustificazione per la fede che già aveva introdotto nella precedente Lettera ai Galati. Fondamento della fede cristiana – si pensi alle letture agostiniane - ed anche – ahimè! – ispiratrice di grandi scismi ecclesiali, la Lettera ai Romani ha molto di nuovo da dire ancora ai cristiani quindi alla Chiesa cattolica, oltre che alla cultura e alle scienze politiche contemporanee. Collocata canonicamente all’inizio dell’epistolario paolino, la Romani non è, però, la prima Lettera scritta da Paolo (che – com’è noto - è ritenuta la Prima Tessalonicesi) ma il frutto più maturo del “Vangelo” che Paolo annunciò alle genti. Raccogliendo le ipotesi fatte a partire da quanto dice la Lettera stessa e tenendo conto anche di quelle che si possono evincere dal libro degli Atti, i più ne datano la composizione verso la primavera del 58, poco prima dell’arresto che l’Apostolo subirà a Gerusalemme. La parte che noi abbiamo preso in considerazione è l’ultima, quella chiamata, tradizionalmente, “parenetica”, vale a dire di esortazione, di spinta morale verso i comportamenti e le decisioni concrete. Di grande interesse sono gli argomenti che Paolo vi tratta specialmente rispetto la partecipazione politica e l’impegno sociale delle comunità cristiane all’interno della complessa civitas romana.
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