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Enzo Bianchi "L’uomo che parla agli alberi "

La Repubblica - 9 dicembre 2019
dal sito del Monastero di Bose

In questi ultimi giorni autunnali i nostri sguardi vengono attratti dagli alberi, soprattutto per i diversi colori delle loro foglie e perché queste cadono, a volte danzando fino a terra, altre volte strappate da colpi di vento che le portano lontano.
Gli alberi costituiscono una presenza discreta della quale non sempre siamo consapevoli, eppure offrono compagnia e ci parlano. In primavera cerchiamo sui loro rami spogli i segni del risveglio, in estate desideriamo la loro ombra e in inverno, se ci fermiamo a osservarli, li vediamo resistere al freddo senza lamentarsi, sopportare le piogge noiose e il peso della neve che piega e abbassa i loro rami.
I contadini della mia terra, il Monferrato, mi hanno insegnato ad amare gli alberi come compagni di vita, anche a parlare con loro, in particolare con le vecchissime querce, perché — mi dicevano — «ne hanno viste tante e la sanno lunga!». Purtroppo nessuno più ricorda le tradizioni, ma quando ero ragazzo e la Pasqua si celebrava il sabato santo mattino, al suono delle campane si correva dalla chiesa verso i ruscelli per sciacquare la faccia e si abbracciavano gli alberi da frutta perché dicevano che, abbracciati in quell’ora di risurrezione, avrebbero fatto tanti frutti. Così, dopo aver abbracciato mia madre e prima di abbracciare le ragazze ho imparato ad abbracciare gli alberi.
Anche adesso che sono vecchio, vicino al mio eremo vado presso una quercia che ha trecento anni, cerco di ascoltarla e qualche volta la abbraccio per un impulso spontaneo, forse per dirle la mia gratitudine: infatti, veglia accanto a me come una sentinella ed è rifugio per i corvi di giorno e per le civette di notte. Ho dovuto tagliare molti alberi per rendere abitabile il pezzo di terra scelto come dimora della mia vita e luogo di accoglienza, ma ne ho piantati molti di più: tigli, gelsi, querce e alberi da frutto. E adesso, quando faccio passeggiate nel bosco sotto il viale di tigli da me piantati, ricevo dagli alberi non solo profumi e frutti, ma anche lezioni, perché sono veri e propri "insegnanti" nel loro ciclo delle stagioni e della vita: quando sgocciolano in primavera e sembrano piangere; quando in estate fioriscono e si coprono di verde; quando in autunno mutano il colore delle foglie. Occorrerebbe innestare nell’educazione una cultura degli alberi, affinché siano conosciuti, rispettati e amati dalle nuove generazioni, e così il pianeta diventi più verde, le città più salubri, l’aria sia più pura.
Piantare alberi, soprattutto in città, è un atto ecologico, politico ed estetico: è dare vita alla vita!
Il grande Bernardo di Chiaravalle abate e scrittore, insuperabile nel Medioevo, ha lasciato scritto un testamento. "Se vuoi trovare dei veri maestri cercali nei boschi e negli alberi: ti diranno cose che nessun maestro saprà insegnarti"

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