Sorelle Monastero di Bose "Mai rinunciare ad amare"

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Luca 6, 27-38

Subito dopo l’annuncio delle beatitudini, Gesù insegna e chiede a quegli stessi poveri proclamati beati di amare i propri nemici, dicendo: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici». E noi ascoltiamo nella sua voce anche quella di Dio al Sinai: «Ascolta Israele, io sono il tuo Dio; tu amerai». È dall’ascolto del Signore che nasce, e sempre rinasce, la chiamata a seguirlo, tentando sempre di nuovo di amare amici e nemici.

Poiché Dio è sempre di nuovo benevolo verso gli ingrati e i malvagi — questa l’interpretazione di Gesù della rivelazione di Dio nelle Scritture sante e nella vita — la benevolenza verso i propri nemici realizza negli esseri umani la loro somiglianza con Dio.

Benevolenza è non lasciarsi accecare dall’inimicizia ricevuta, continuando a discernere anche nel nemico l’altro della cui vita siamo responsabili. Amare i propri nemici, perseverare nel far loro del bene nonostante il loro farci del male, è quell’obbedienza a Dio che adempie fino in fondo sia la nostra responsabilità verso la vita dell’altro, sia quella verso la nostra vita: di non consegnarci al risentimento, di non rinunciare a vivere nell’amore.

Gesù dirà anche: «Non temete coloro che uccidono il corpo — e dunque chi vi calunnia, chi vi percuote, chi pretende da voi il vostro — perché non possono uccidervi l’anima». La nostra anima umana a immagine di Dio, l’umanità in cui consistiamo, non è uccisa, snaturata dall’odio che riceve e patisce dagli altri, ma solo dall’odio che prova lei stessa e mette in atto rispondendo al male con il male.

Non temere i nemici, dunque, ma il proprio cuore, così incline a lasciarsi alienare e corrompere dall’odio ricevuto, perché non si vendichi odiando: ecco la via stretta per salvare l’umanità della nostra anima, l’unico bene che Dio sappia aiutarci a conservare.

L’amore verso i nemici è frutto eloquente dell’accogliere la beatitudine che Gesù ci rivolge quando siamo poveri, afflitti, e a torto odiati e messi al bando; ed è egli stesso causa di beatitudine. Obbedendo al comando di Gesù, comprendiamo che del male ricevuto non ci ripaga affatto il male che facciamo per vendicarcene. Perché fare il male fa male anche a chi lo fa, sempre. Vendicarsi moltiplica il proprio dolore per sé e per gli altri. Solo l’amore dato e ricevuto ci può consolare del male ricevuto, perché solo l’amore scaccia la paura, mai l’inane tentativo di renderlo indietro. Gesù non giustifica in nulla, mai, l’ingiustizia subita, ma sa che è possibile restare in comunione con gli altri e con Dio subendo ingiustamente il male, mentre non è possibile facendo il male.

Infatti, il comando del perdono è, come ogni parola di Gesù, la possibilità di libertà per chi il male l’ha subito. Il perdono interrompe l’ossessione umiliante nel cuore della vittima, innanzitutto aiutandola a riconoscere che la sua vita continua ad appartenere al Signore, e non a chi le ha fatto del male. È per amore anche della nostra vita e della nostra libertà che Gesù ci insegna ad amare i nemici, per salvare anche la nostra vita e non solo la loro! Infatti, perdonare i propri nemici è meno doloroso che vendicarsene.

E per darci l’intelligenza dell’amore Gesù ci consegna la regola d’oro. Per sapere come essere benevoli verso il prossimo, amico o nemico che sia, Gesù ci insegna a guardare il nostro desiderio profondo. E il nostro desiderio è di non essere esclusi e rigettati neppure quando siamo del tutto nel torto. Poiché si rivolge ai poveri che subiscono sempre l’ingiustizia dei ricchi, Gesù vuole insegnare loro a vivere le povertà e le ingiustizie subite nel modo evangelico, che è il suo modo di vivere e di morire, e che diventa benedizione per se stessi e per il mondo.

Come Gesù, che «oltraggiato non replicava con oltraggi, e soffrendo ingiustamente non minacciava vendetta» (cfr. 1 Pietro 2, 23), chiediamo anche noi al Signore di perdonare i nostri nemici, aiutandolo con questa parola straordinaria che rivela tutta l’intelligenza e la compassione di Gesù: «Perché non sanno quel che fanno» (Luca 23, 34).

a cura delle sorelle di Bose
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