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Enzo Bianchi Mangiare per essere più umani

Cibo e sapienza del vivere.

Escono nella collana «Granelli» di Massetti Rodella Editori «Cibo e sapienza del vivere» di Enzo Bianchi (da cui è tratto il brano qui di fianco) e «Nutrire l’umanità per salvare l’umano» di Marc Augé. I volumetti riportano i testi delle conferenze al decimo Festival «Filosofi lungo l’Oglio», tenutosi tra Brescia, Bergamo e Cremona a luglio 2015.


Dio ha voluto creare un mondo in cui i viventi potessero, appunto, vivere, e quindi potessero nutrirsi. Nelle prime pagine della Genesi, dove in una sinfonia si tenta di raccontare la creazione, Dio affida all’umanità, nella polarità uomo-donna, il cibo: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero che dà frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. [ .. . ] E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco era cosa molto bella e buona ( tov me’od) » (Gen 1,29-31). Tutti i frutti della terra sono donati all’uomo ma — avrete notato — c’è un’insistenza sull’erba e sugli alberi che fanno seme, rivelando subito che quel seme non è destinato solo a essere mangiato con il frutto , ma può cadere a terra. E questa è anche un’azione umana: la semina richiede la cura, la cultura da parte dell’uomo.
Ecco la verità grande di questa pagina: la terra è madre, ci nutre, ma noi dobbiamo esercitare una “cultura” nel senso più vero, cioè coltivarla (un dato straordinario nel mio dialetto è che cultura indica il lavoro iniziale sulla terra, prima di seminare e di piantare). La terra madre ci è data come un giardino da coltivare e, infatti, sta scritto: «Il Signore Dio prese l’umanità e la fece riposare nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,15). Natura e cultura hanno qui la celebrazione del loro legame, per sempre indissolubile: un legame nella custodia che è rispetto, protezione, cura intelligente e amorosa. Sì, madre terra! Qui io avverto la presenza, anche se non espressa, di un comandamento: «Ama la terra come te stesso». Questa terra va lavorata con il sudore della fronte, ma da essa l’uomo trae il cibo, è terra madre che genera cibo e vita, è terra che accoglierà alla fine i nostri corpi mortali, perché dalla terra siamo stati tratti (cfr. Gen 3,17-19). Il cibo è innanzitutto voluto da Dio, è cosa buona e bella, è ciò che l’uomo si guadagna con il lavoro, è ciò che l’uomo renderà sempre più capace di nutrirlo e di renderlo più uomo!
Non a caso l’inizio della cultura si registra nello spazio del mangiare, non a caso il linguaggio è nato intorno a una pietra che – come tavola – radunava attorno a sé gli uomini e le donne che avevano deciso di mangiare insieme e non più come gli animali. Proprio nell’atto del nutrirsi, che instaura un giusto rapporto tra bisogno-desiderio-soddisfazione, viene impressa la giusta relazione tra l’umano e le altre creature: relazione fondata sul riconoscimento, sul rispetto della loro alterità, sul valore e sulla dignità di ogni alimento. Il modo di vivere l’azione del mangiare ne determina il senso e fissa il ruolo, la funzione del cibo. Si può usare il cibo come cosa da consumare, si può fare del cibo un idolo per la sola soddisfazione dei bisogni individuali e delle proprie voglie, oppure si può vedere nel cibo un dono della terra destinato a tutti — dunque non una preda — e trasformare il pasto in luogo di condivisione con gli altri e di grande comunione con la natura. Nel libro della Sapienza sta scritto: «Dio ha creato tutto per l’esistenza: le creature del mondo sono apportatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte» (Sap 1, 14). E ancora, in un’altra contemplazione della Sapienza sulle opere di Dio: «Tu ami tutte le cose esistenti e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato. Se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata.
Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu salvi tutte le cose perché sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,24-26). Dunque, tutti i ci- bi sono buoni e, solo più tardi, gli uomini hanno introdotto su di essi la categoria della purità e dell’impurità, fino a farne un muro di separazione tra popolo santo e popoli impuri, i gojim, i pagani. Se la Legge diventa un’ossessiva separazione tra cibi che si possono mangiare e cibi vietati – come ancora nell’ebraismo e nell’islam –, non dimentichiamo che Gesù ha potuto dire anche a questo proposito: «Avete udito che fu detto [ … ] ma io vi dico» (cfr. Mt 5,21-48), appellandosi all’autorità di nuovo legislatore conferitagli da Dio. Marco ci testimonia come proprio Gesù, impegnato in una discussione sul puro e sull’impuro, proclami: «Tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore, ma compie la sua funzione fisiologica. Così rendeva puri tutti gli alimenti. Ciò che esce dall’uomo, è quello che rende impuro l’uomo» (Mc 7 ,18-20).
Per i discepoli di Gesù tutti i cibi sono puri, mangiabili: non esiste su di loro alcun divieto, perché tutti concorrono alla vita dell’uomo! Questa parola di Gesù che dichiara puri, sani, capaci di dare vita tutti gli alimenti, è una parola decisiva: tutte le cose sono buone, come le aveva dichiarate Dio nella creazione, e non diventano mai cattive, neanche quando l’uomo ne fa un uso perverso. Solo se questi le rapisce, le accumula, le tiene per sé, le consuma senza rispetto, le proibisce… ecco allora l’inferno, il male! Non facile da essere accolta, questa parola liberatrice di Gesù. La religione e le sue osservanze, infatti, nutrivano diffidenze verso alcuni cibi. Pietro stesso, vent’anni dopo la morte di Gesù, ormai missionario tra i pagani ad Antiochia, non vuole mangiare con i pagani, diventati peraltro cristiani, a causa del loro mangiare cibi impuri o non kasher,non macellati secondo la legge. Ma in questo sarà rimproverato da Paolo (cfr. Gal visione avuta mentre era in casa di pagani, aveva ricevuto una parola dal cielo che diceva: «Ciò che Dio ha reso puro, tu non chiamarlo impuro!» (At 10,15). Né alimenti, né persone sono impure, separate, ma tutte sono creature di Dio che le ha volute e le ha giudicate «buone e belle»! Non a caso un discepolo di Paolo dovrà ancora rimproverare i cristiani attratti dalle regole religiose, dicendo: «Perché [ … ] lasciarvi imporre precetti quali: “Non prendere, non gustare, non toccare”? Sono tutte[ … ] prescrizioni e insegnamenti di uomini, che hanno una parvenza di sapienza, ma sono falsa religiosità, mortificazione inutile del corpo!» (Col 2,20-23).
Gli alimenti, i cibi sono a nostro servizio e sono buoni ma, di fronte a questi doni della terra e del lavoro dell’uomo, sta la nostra responsabilità: abbiamo stupore e meraviglia nel vederli? Sappiamo contemplarli e conoscerli? Sappiamo fare una minima anamnesi del loro nascere, crescere, essere raccolti, preparati e cucinati? Sappiamo rispettarli o li buttiamo facilmente, come le statistiche attestano che avviene, nel nord Italia, per il 30% del pane e del cibo conservato nei nostri frigoriferi e nelle nostre dispense? Sappiamo vedere negli alimenti la fatica della terra che li produce e la fatica umana necessaria perché possano arrivare sulla nostra tavola come cibo? Sappiamo trarre le conseguenze del fatto che gli alimenti sono destinati a tutti e che invece molti esseri umani ne sono privati fino alla fame? Si tratta di un miliardo di persone su 7 miliardi: uomini, donne e bambini denutriti e affamati perché noi, loro simili più ricchi, li accaparriamo per noi stessi e li neghiamo a loro.

Avvenire 9 gennaio 2016
(dal sito combonianum)

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