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Enzo Bianchi La liturgia edifica la comunità a gloria di Dio solo

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Per leggere in verità la vita di una comunità monastica bisogna innanzitutto guardare all’assemblea liturgica. Essa costituisce la verità di una comunità, il luogo di espressione della sua identità, il sito in cui appare ciò che essa è e ciò che tende a essere. Nella liturgia la comunità si pone davanti a Dio, perché si è sentita chiamata da Dio. Ognuno è chiamato in assemblea, ognuno ha sentito dentro di sé la voce di Dio che lo convocava personalmente, ognuno sente di fare parte di una comunità radunata da Dio in un luogo preciso e in un tempo preciso, “oggi” (Sal 95,7).
L’assemblea liturgica presenta fratelli e sorelle tutti vestiti in abito bianco. Il volto di ciascuno è unico, è la sua identità, ma tutti insieme si forma un corpo, una koinonía di membri tutti uguali in dignità, tutti in rapporto con il Signore, ma ciascuno con il suo volto. L’abito comune è decisivo per comprendere l’assemblea monastica: tutti, nessuno escluso, sono davanti a Dio, fratelli e sorelle, e Dio vede il volto unico e diverso di ciascuno. Con l’abito il monaco rinuncia a quell’individualismo che può apparire evidente proprio nel modo di vestirsi; rinuncia alla singolarità perché esiste per gli altri, anche visibilmente, innanzitutto in un insieme, in una koinonía.
Nessun anonimato, perché il volto di ogni persona è irriducibile e scoperto, ma l’abito manifesta la comunione nell’uguaglianza della vocazione e della qualità di figli e figlie di Dio, dunque fratelli e sorelle. Quando il monaco, per entrare nell’assemblea liturgica, indossa la cocolla, egli ricorda la sua identità più profonda e così si prepara a mettersi davanti al Signore. Il primo atto nell’entrare in assemblea è l’inchino profondo, l’adorazione convinta e consapevole del Signore di fronte al quale si sta (cf. 1Re 17,1; 18,15, ecc.): ecco tutti davanti a Dio, il Signore! Tra di essi c’è un “primo” (Mc 10,44; Mt 20,27), il servo di tutti, che tiene il primo posto nell’assemblea e può portare un segno del suo servizio, la croce. Ma egli pure è davanti a Dio, con la stessa dignità di tutti gli altri: di loro però, di ciascuno di loro, deve “rendere conto a Dio” (cf. RB2,34.37.38; 3,11; 31,9; 63,2; 64,7; 65,22; RBo 30), e questo non lo può dimenticare, soprattutto quando presiede l’assemblea liturgica.
L’assemblea liturgica nelle chiese cristiane è sempre pubblica, non si celebra come quella delle sette… È sempre un’assemblea che può essere vista, perché non solo non ha nulla da nascondere, ma è chiamata a manifestare, ad annunciare il mistero cristiano, cioè Cristo presente come Kýrios nella sua chiesa. Questa qualità pubblica è molto importante, e chi partecipa all’assemblea liturgica deve esserne consapevole: meglio altrimenti non parteciparvi. Non basta “essere là”, occorre essere vigilanti, non tentati dal sonno o dall’intontimento, occorre “partecipare” a ciò che è detto e fatto da tutta l’assemblea.
Una passività nella partecipazione menoma la vita del corpo, lo indebolisce e crea in esso una divisione. Non cantare, non rispondere nel dialogo liturgico, vagare con la mente altrove, lasciare che la tiepidezza invada il cuore è una contraddizione grave nei confronti del Signore ma anche nei confronti della comunione. Nella sua Regola Benedetto, come già Pacomio e Cassiano, appare molto severo sulle mancanze di attenzione e di partecipazione alla liturgia (cf. RB 45), perché errori e inadempienze feriscono l’assemblea.
Per questo occorre che ciascuno partecipi all’assemblea liturgica nella sua verità e nelle sue capacità, e se non ha capacità per certi interventi in assemblea, una volta verificata con pazienza la sua inadeguatezza, sappia chiedere di essere esonerato dal servizio, riconoscendo con umiltà le proprie capacità o incapacità. Tutti devono partecipare alla liturgia, ma i modi sono diversi, a seconda dei gradi dell’ordo ecclesiae e dei doni ricevuti.
Proprio il carattere pubblico della liturgia dice che essa è luogo di oggettività, in cui appare ciò che uno è, ciò che la comunità è, nelle sue debolezze e nelle sue forze. La verità a volte è faticosa da sostenere, ma senza la verità facilmente si attesta la simulazione, e la simulazione porta all’ipocrisia, cioè alla menzogna organizzata per apparire, per far vedere, per sembrare ciò che non si è. Dunque, nessun tentativo di forzare la realtà oggettiva dei doni di ciascuno e dei doni della comunità. Infine, occorre ricordare che la liturgia ha una sua oggettività che non deve essere contraddetta da sentimenti, emozioni, affetti. Deve leggere chi legge bene e si fa capire, non chi non sa leggere ma piace personalmente a qualcuno.
Deve cantare da solista chi sa cantare bene e non chi vuole cantare o chi, se canta, procura piacere a qualcuno. Anche su questo Benedetto è chiaro: “Non ardisca (praesumat) cantare o leggere se non chi può compiere questo ufficio edifi cando quelli che ascoltano” (RB 47,3). C’è un’oggettività del rito che deve essere rispettata, e l’ars celebrandi esige competenza e stile. Qui sta l’adorazione del Signore: nel riconoscere la sua gloria, il suo peso, capace di determinare la nostra liturgia, che è a sua gloria ma anche a edificazione della comunità.

Enzo Bianchi


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